Il vescovo Spreafico scomunica la politica

 

GIULIA ABBRUZZESE
Ciociaria Editoriale Oggi

 

 

Il malaffare con i profughi, la politica dell’orticello senza una visione globale che possa mettere in atto strategie vincenti, i drammi di disoccupazione e povertà che portano, a pranzo e cena, almeno sessanta persone nella mensa Caritas. Se c’è una cosa che monsignor Ambrogio Spreafico, vescovo della Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino, non fa è nascondersi dietro un dito. E così, in occasione della visita alla nostra redazione, non si sottrae ad affrontare diversi argomenti, anche spinosi. L’accoglienza dei profughi in molti casi è stata considerata un “affare” e diverse sono state le cooperative che l’hanno fatta diventare un business, confondendo i soldi con la carità.

 

Qual è il suo messaggio?

«I profughi ci saranno e non diminuiranno perché il mondo è pieno di guerre. Il problema dei migranti è drammatico e bisogna affrontarlo con intelligenza, senza continuamente rincorrere all’emergenza. Invece è necessario fornire loro quello di cui hanno bisogno, insegnare la lingua italiana, aiutarli a integrarsi dove e come è possibile. Se noi favorissimo, ad esempio, il ricongiungimento familiare in Europa, il sistema di accoglienza sarebbe più efficace».


 

Lei ha sempre incentivato le politiche turistiche sin dal suo arrivo in Ciociaria. Ma se un centro come Fiuggi, che vive esclusivamente con tale settore, passa da città termale a città dei profughi, non crede che possa essere un ostacolo allo sviluppo?

«Ribalterei questa visione. Fiuggi rischia di diventare un centro per i profughi perché finora si è fatto poco affinché restasse un luogo di svago. A volte resto stupito. Non le dico a quanti tavoli abbiamo partecipato proprio sul turismo, ad esempio, religioso: pensa che si sia mosso qualcosa? Ultimamente ci si è concentrati su queste vie, come la Francigena o i Cammini, allora io mi chiedo: perché dobbiamo investire così tanti soldi quando non riusciamo a impiantare una rete che incentivi un turismo più “stanziale”? O noi riusciamo a costruire una sorta di città metropolitana, in cui mettiamo insieme le risorse di tutti, con l’impegno delle forze politiche ed economiche, o di sviluppo non potremo mai parlare».

 

Come mai spesso e volentieri i sacerdoti tengono le chiese chiuse rendendo di fatto impossibile ai turisti visitarle?

«Purtroppo è così. Io credo che, in primis, i sacerdoti le tengano chiuse perché hanno paura. Ma penso che bisognerebbe tenerle aperte il più possibile, almeno nei week-end. Da 9 anni che sono qui, un pullman dal mio paese, in provincia di Lecco, porta ogni volta turisti a Ferentino, in occasione della festa di Sant’Ambrogio, e visita diversi centri della provincia. Questo per dire come noi abbiamo delle ricchezze che potrebbero essere valorizzate al meglio».

 

La povertà dilaga sempre di più e gli ultimi dati dicono che ci sono migliaia di giovani che il lavoro hanno smesso di cercarlo. Che ruolo ha la Chiesa?

«Noi cerchiamo di fare il possibile. Nella nostra Diocesi abbiamo diversi centri di ascolto, nei quali le persone trovano qualcuno con cui parlare. Poi proviamo ad aiutarli. Facciamo regolarmente raccolte alimentari e contribuiamo a pagare le bollette. Da circa due anni abbiamo aperto una mensa, nei locali dell’ex ospedale di Frosinone, dove vengono una sessantina di persone ogni volta e non sono soltanto stranieri. E poi c’è il dramma della disoccupazione. Con la Caritas abbiamo costituito due piccole cooperative: una agricola sociale, in cui sono impiegate cinque persone e un’altra per la raccolta del Raee, nella quale lavorano due operai disoccupati dell’ex Videocon».


 

Qui si muore di smog e di inquinamento: anche questa è stata una sua battaglia. Ritiene che la politica abbia fatto qualcosa oppure è ferma alle parole e ai tavoli tecnici?

«Non voglio dare giudizi stroncanti, però sono qui dal 2008 e non mi sembra che si sia fatto molto. Si organizzano tavoli e incontri, si stabiliscono zone a rischio ma c’è troppa lentezza. Noi viviamo in un territorio massacrato: non riesco ancora a capire quanto hanno interrato nella Valle del Sacco. Quello che mi rammarica della politica è che manca una visione, un progetto di cinque, dieci anche venti anni. Bisogna iniziare. O si ha una prospettiva o si finirà sempre per lavorare sulle emergenze».

 

 

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