Il terrificante tonfo della carta stampata nazionale. Mentre sul territorio…

Lo strillo di Dagospia è nel suo stile: forte ed efficace. Il titolo: “Il terrificante tonfo della carta stampata. Troppe pagine di politica, prezzo troppo alto, suicidio con siti internet troppo ben fatti: Il Giornale, Repubblica, Corriere, La Stampa, Sole 24 Ore Fatto e Libero perdono oltre il 10% ciascuno”.

Il sommario è altrettanto chiaro: “Le cifre riportate indicano che il trend di mercato rispetto a un tipo di giornale e ai suoi contenuti prevale sul direttore. Se il giornale non cambia, il pubblico non si accorge del cambiamento. La prova viene dal Corriere e dal Fatto: le nuove direzioni di Fontana e Travaglio non hanno fatto guadagnare copie”.

Il terremoto dei quotidiani nazionali non lascia indifferenti le tre testate stampate in provincia di Frosinone: Ciociaria Editoriale Oggi, La Provincia, L’Inchiesta Quotidiano.  Il -10% registrato dai ‘nazionali’ non tocca le testate locali: i dati di vendita sono stabili ed in qualche caso registrano anche un segno più, seguito da percentuali più simili ad un prefisso telefonico. Ma rispetto al bagno di sangue con cui si stanno confrontando i fratelli maggiori, quel ‘più zero virgola’ è roba da stappare il Dom Perignon lasciato in cantina per le occasioni buone. E’ proprio per questo che, in tutte e tre le case editrici, si stanno elaborando le strategie per il futuro. Perché i tre direttori sanno che i temporali nazionali dopo un po’ si spostano in periferia. Meglio farsi trovare con un ombrello davanti all’edicola, quando sarà il momento.

Titolo e sommario di Dagospia sono la sintesi di un articolo di Sergio Carli pubblicato su Repubblica. Tra le altre cose dice:

Le cifre riportate sopra indicano che il trend di mercato rispetto a un tipo di giornale e ai suoi contenuti prevale sul direttore. Se il giornale non cambia, il pubblico non si accorge del cambiamento. La prova viene dal Corriere della Sera, dove il direttore è cambiato, il giornale no e le copie continuano a calare e rimane anche il modestissimo distacco che vede Repubblica primo quotidiano ma per sole 4 mila copie, il 2 per cento. Ferruccio De Bortoli è vendicato. Lo stesso vale per il Fatto, dove la direzione assunta da Marco Travaglio nel febbraio del 2015 non ha fatto guadagnare copie rispetto al pensionato Antonio Padellaro. Sarà interessante vedere come si comporterà Repubblica quando da metà gennaio l’attuale direttore della Stampa diventerà direttore di Repubblica. (…)

 Fossi il proprietario di un giornale, mi chiederei se il giornale che mando in edicola ogni giorno risponde ai bisogni del mio mercato, dei miei lettori e se forse non sarebbe il caso di consultare su Google Analytics gli elenchi degli articoli più letti sul sito internet del mio giornale e anche dei concorrenti. Senza spendere soldi in ricerche di mercato, è tutto scritto lì. Poi mi chiederei anche se non ho sbagliato tutto a puntare su internet facendo fare un sito sempre più bello, sempre più ricco, sempre più trafficato, soprattutto per quelle notizie che sono solo mie. Ma proprio solo mie, non prese dalle agenzie o dai giornali stranieri o dai comunicati stampa. Non c’è dubbio che più ben fatte e ricche sono le edizioni on line dei giornali, più le loro vendite in edicola ne soffrono mentre il prezzo del giornale, superiore, fra 1 euro e 20 e un euro e mezzo, a quello di un caffé fino al 50 per cento e oltre, sembra avere avviato una spirale molto pericolosa. A guardare bene tutti i numeri in colonna di un ampio campione di giornali italiani, emerge soprattutto la regola che internet santifica il suicidio dei giornali, più che l’uccisione by Google. Non voglio ammorbarvi con tutti i numeri, vi chiedo di fidarvi: per quel poco che conosco i giornali, le loro edizioni on line, l’elasticità al prezzo e i direttori, mescolando i vari elementi trovo conferma della mia formula nel numeretto finale, quel – x % che si ripete puntuale, mese dopo mese, anno dopo anno. Siamo a vendite fra un terzo e metà di quello che vendevano 15 anni fa.

Le strategie che stanno elaborando le tre testate tengono conto proprio di questi elementi. Dal rigido segreto aziendale filtra che una delle tre sta predisponendo una rinfrescata alla grafica, rendendola più moderna ed accattivante, ci sarà anche una più incisiva rete di vendita on line. Un’altra sta predisponendo una serie di supplementi tematici. La terza sta pianificando entrambe le cose.

I grandi gruppi nazionali hanno accompagnato i loro piani di ristrutturazione ad un periodo di ‘crisi aziendale’: in genere le leggi dell’economia nazionale valgono anche su scala locale. Se sarà così o meno, lo si saprà dopo le cifre dell’ultima ‘trimestrale’. Non sarà il caso de L’Inchiesta. proprio in queste ore taglia il traguardo dei 5 anni di vita, che il direttore Stefano Di Scanno festeggia con queste parole:

Si può ridurre tutto ad una storia di giornali come tanti, specie in un’epoca in cui rotative e inchiostro sono decisamente démodé. Abbiamo un portale che fa numeri da primato, grazie alla tecnologia di Apiweb che supporta i nostri contenuti. Ma la carta resta la principale forza dell’impresa iniziata 5 anni fa, ed il territorio la ragion d’essere del progetto che è nato – e resta – in ogni caso multimediale. Quanto all’essere giornale differente dagli altri non vanno spese molte argomentazioni: L’inchiesta-quotidiano è nata e sopravvive grazie allo sforzo congiunto della reda- zione giornalistica e di una rete di imprenditori che al giornale è connessa. Non c’è un editore – magari impuro o, pure, camuffato e prestasoldi – a tirare le fila. C’è un gruppo che cerca di restare unito. E già questo è garanzia di pluralismo. Perché un quotidiano rappresenta l’opinione pubblica di un territorio e, proprio per questa ragione, non resta mai senza domande da porre ai più potenti, e siede sempre e comunque all’opposizione di chi, esercitando l’autorità, furbamente diffonde il pirandelliano pensiero del “Così è (se vi pare)”.

 

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