Le tentazioni di Denis ed i malumori in provincia

Il terremoto parte da Roma. E tra poco arriverà nelle province. Ad innescarlo è stato Denis Verdini, il potentissimo ex braccio operativo di Silvio Berlusconi passato a supportare in maniera discreta il governo di Matteo Renzi. Nei giorni scorsi ha spianato la strada al passaggio di Renata Polverini nella sua scuderia. E ora sta incontrando, ad uno ad uno i 42 senatori ed i 54 deputati eletti nelle liste di Forza Italia. Vuole convincere pure loro ad attraversare il confine. Per farlo usa un ragionamento molto semplice: Berlusconi ha deciso di sciogliere il partito senza dirlo. O ti muovi ora o sarà troppo tardi.

Agli scettici, a coloro che lo classificano come un diavolo tentatore, Verdini sta mettendo in fila una serie di episodi: Silvio Berlusconi ha mollato il braccio di ferro sulla nomina dei giudici costituzionali; ha licenziato i dipendenti di tutte le sedi di Forza Italia mentre aveva promesso di non farlo; il contratto di affitto per la sede nazionale è stato disdetto; la tradizionale cena di fine anno con i parlamentari è stata annullata; al suo posto, in maniera plateale, l’ex Cavaliere si è fatto ritrarre sui settimanali di gossip in piena cena familiare. Il vero segnale d’allarme – secondo gli osservatori – è proprio questo. Perché la cena degli auguri di Natale era l’occasione per comprendere chi saliva e chi scendeva nel particolarissimo mondo berlusconiano: la disposizione dei posti a tavola certificava la vicinanza o meno con il fondatore, padrone assoluto ed indiscusso del Partito; un po’ come accadeva in occasione della parata del Primo Maggio sulla piazza Rossa a Mosca. Tra i cronisti di politica c’era chi si era specializzato nel cogliere e decifrare i piccoli segni intercettati durante quelle cene: i ‘berlusconologi’ traducevano il calore dei suoi saluti, la quantità ed il tipo di batture rivolte ai vari ospiti. Tra i politici locali c’era chi contava ogni parola detta ad Antonio Tajani, la distanza in centimetri tra il suo tavolo e quello del leader, la salacità delle battute.

Asserragliato, nel bunker, l’ex Cavaliere pare avere mollato. I fedelissimi dicono che abbia il virus del complottismo: dopo avere visto andare via – in ordine di scomparsa – Gianfranco Fini, Angelino Alfano, Raffaele Fitto e Denis Verdini, ora sospetta che dietro ogni critica ci siano le avvisaglie di un nuovo tradimento, una nuova potenziale scissione. E pare che si debbano misurare le parole per non finire nella lista dei “cattivi”.

Se viene meno il collante garantito per vent’anni dal grande aggregatore di Arcore, ciò che resta della sua galassia politica inizia ad esplodere in tanti frammenti. Anche nelle province. Alle scorse elezioni comunali di Ceccano i Partiti di centrodestra non hanno voluto saperne di trovare un’intesa con quello che fino a poco tempo fa era il simbolo indispensabile per vincere, capace di condizionare da solo la vittoria finale; hanno avuto ragione Roberto Caligiore e Massimo Ruspandini con la loro strategia di ammainare i simboli e non cedere a Forza Italia lasciandola andare da sola verso le urne.

A Sora Roberto De Donatis ha imposto a Forza Italia di togliere il simbolo per concedergli di salire a bordo della sua aggregazione che alle prossime elezioni punta a riunire tutte le opposizioni al sindaco uscente; in altri tempi sarebbe stata Forza Italia a lasciare a terra qualsiasi aspirante sindaco.

A Frosinone si sta profilando la stessa situazione: Nicola Ottaviani progetta un ampio cartello di liste civiche, senza Partiti; alle prossime elezioni comunali rischia di accreditarsi come il campione dell’anti partitismo e della buona politica, contro gli avversari sostenuti dai simboli di Partito (ai quali scaricherà la patente di cattivi politici). Se non bastassero quelli lanciati nelle settimane e nei mesi scorsi, un nuovo segnale lo ha dato in queste ore il raffinatissimo ed efficace assessore al Bilancio Riccardo Mastrangeli, commentando la porta in faccia sbattuta ad Adriano Roma dopo avergliela aperta per rintrare in Forza Italia, con una frase lapidaria: “Metodi da vecchia politica che abbiamo conosciuto e che ormai sono anni luce distanti dalla gente”.

Se colonne storiche come il presidente del consiglio provinciale Danilo Magliocchetti e l’ex presidente della Provincia Peppe Patrizi arrivano a criticare in maniera esplicita la mancanza di una strategia, la fisionomia di un Partito sempre meno Partito e sempre più bunker agli ultimi giorni, il segnale del malessere è chiaro.

Il grande assente in questa partita è Antonello Iannarilli. Ha perso l’occasione per proporsi come aggregatore del dissenso interno: gli sarebbe bastata una dichiarazione su quanto sta accadendo in queste ore. Non facendolo ha confermato il suo grande limite politico: l’incapacità d’essere forza catalizzatrice ed inclusiva, stimolo di un dialogo che però lui per primo non ha mai alimentato, criticandone l’assenza dal momento in cui è stato minoranza.

Il futuro di Forza Italia è legato con evidenza alle vicende delle prossime settimane. Come a livello nazionale si sta muovendo Denis Verdini, sui territori si stanno muovendo con discrezione Raffaele Fitto e soprattutto quel Vincenzo Piso che è stato coordinatore regionale del PdL nel Lazio. Eletto deputato nelle file del Popolo delle Libertà, dal primo dicembre scorso è iscritto al gruppo parlamentare Unione Sudamericana Emigrati Italiani (USEI). Un altro segnale di quanto l’ex Pdl assomigli sempre di più ad un caos latinoamericano.

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