Quel giorno in cui i politici ciociari si ritrovarono dallo psichiatra

Simone Costanzo si è messo in macchina ed ha fatto due ore di strada. Solo. Muto lungo tutto il percorso. Immerso nei suoi pensieri. Raggiunto il centro di Roma ha parcheggiato ed a piedi ha raggiunto lo studio di uno dei più affermati psichiatri della Capitale. Il luminare gli ha aperto la porta e l’ha fatto accomodare: lungo il corridoio gli ha annunciato: «Il caso è complesso e bisogna affrontarlo in maniera complessiva». E’ sobbalzato quando, entrando nella sala della terapia, nella penombra, ha riconosciuto seduti in cerchio Mario Abbruzzese, Francesco De Angelis, Francesco Scalia, Alfredo Pallone, Gianfranco Schietroma e qualcun altro che però per privacy preferisce non essere nominato. «Tutti con lo stesso problema, non si preoccupi» ha rassicurato il professorone indicando a Simone Costanzo la sedia vuota nel cerchio. «Seduta di gruppo, la terapia migliore» ha garantito.

A rompere il silenzio è stato proprio Simone Costanzo. «Vede professore, noi veniamo da una scuola discutibile quanto si vuole, ma comunque una scuola fatta da quelli che avevano costruito l’Italia, realizzato il boom economico, dato una robustezza alle istituzioni al punto di resistere all’urto del terrorismo brigatista, della crisi petrolifera, della Recessione. Ora non ci si capisce più niente». Nel sentire questa frase, Francesco De Angelis ha iniziato a scuotere la testa come se volesse rifiutare la realtà, Gianfranco Schietroma ha iniziato a fissare il vuoto come se volesse cercare, tra le ombre, quella di Saragat e Longo. «Qui è saltato tutto. O siamo pazzi noi che siamo seduti qui dentro – ha proseguito Simone Costanzo facendo una pausa ed un respiro profondo – oppure è impazzito il resto del mondo».

Coperto dalla semi oscurità, il celebre psichiatra ha sollevato lo sguardo dagli appunti, portato la matita verso le labbra, come fa di fronte ai casi tanto complessi da non riuscire ad immaginare: «Mi faccia un esempio».

Simone Costanzo, con fatica interiore: «Vede professore, prenda Sora come esempio: il Partito Democratico sta con Ernesto Tersigni che fino a pochi mesi prima era il nostro nemico giurato, eletto in una coalizione di centrodestra che era la nostra avversaria, sui palchi di cinque anni fa abbiamo urlato agli elettori che i nostri programmi erano diversi e che anche noi e loro, geneticamente, eravamo diversi; ora stiamo assieme. Ma fin qui è sopportabile. Poi però mi ritrovo come avversario di oggi il dottor Augusto Vinciguerra che è stato il primo segretario del Partito Democratico a Sora ed a fare carte false per convincerlo a candidarsi è stato Enzo Di Stefano che in Regione c’è arrivato nella lista di Renata Polverini; meno male che Augusto ha detto di esserne distante. Poi però vedo che l’altro avversario è Roberto De Donatis: uno che viene dalle sezioni del Partito Democratico, che stava nell’area di Francesco Scalia, che alle scorse Regionali si è candidato con il simbolo del Partito Socialista Italiano ed ora aspira a fare il sindaco sostenuto da Forza Italia e Fratelli d’Italia togliendogli il simbolo ma mantenendo gli uomini. Professore, ma si rende conto?»

La domanda si perde, sopraffatta dal grido di Gianfranco Schietroma che non regge il colpo: riportargli alla mente quell’immagine è troppo violento; mentre De Angelis scuote ormai la testa in maniera ritmica e Scalia tossisce in continuazione.

Mario Abbruzzese e Alfredo Pallone, sempre sulla stessa lunghezza d’onda anche se sotto simboli diversi, dicono, alternandosi «A noi capita di arrivare a Sora e non sapere più dove dobbiamo andare per le riunioni: se nella sezione di Ncd o in quella del Pd, un giorno per sbaglio io mi stavo infilando in quella del Psiup il Partito Socialista per l’Unità Proletaria e Alfredo ha chiesto rifugio ad una biblioteca lombardiana».

Il professore, con tono pacato, asettico, come solo gli strizzacervelli sanno essere, traccia i confini di un a realtà che ormai ha superato l’immaginazione: «State tranquilli. Ormai, in questo studio, i vostri colleghi vengono da tutta l’Italia per raccontarmi storie del genere: Sora non è un caso psichiatrico ma è solo il paradigma di un Paese che si è perso, sta andando alla deriva, che non ha più punti di riferimento e nemmeno una rotta tracciata. I Partiti non esistono più, il collante ideologico che univa la gente intorno ad un Principio non unisce più nulla e tutto torna in pezzi. Qui il problema è che la colla è finita, le cose si cerca di attaccarle con lo sputo: cosa vi aspettate da una classe politica che vota in Parlamento dicendo che Ruby è la nipote di Mubarak, che mette sulla forca Berlusconi perchè si faceva le leggi ad personam e chi ne prende il posto si fa le leggi ad bancam…?

«Ci ridono appresso in Europa. Berlusconi fece ridere Merkel e Sarkozi, ora siamo una barzelletta planetaria» lo interrompe tra i singhiozzi Alfredo Pallone.

«Avete una soluzione ma dovete avere il coraggio di applicarla – ribatte calmo il professore – Provate a reincollare la vostra Provincia e le vostre città, con un po’ di colla vera, pensando al Paese in prospettiva e non alla manciata di voti che prenderete o perderete nell’immediato: guardate la Germania di oggi, è figlia dei sacrifici imposti da Schroeder e da Kohl, non li hanno votati più e si sono ritirati ma hanno lasciato in eredità un Paese fortissimo».

Al termine della frase, la stanza era già vuota.

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