Cosa c’è dietro il ritorno di Mamalchi, il grande confezionatore di supposte

La guerra dell’acqua è silenziosa, sommersa, nascosta negli abissi del colosso multiutility Acea. A domandare, tutti negheranno che lo scontro esista: ma a taccuini chiusi ammettono che effettivamente il presidente di Acea Ato 5 Ranieri Mamalchi e l’amministratore delegato Paolo Saccani stanno tentando reciprocamente di affogare l’uno all’altro nell’acqua della provincia di Frosinone.

Nulla di personale: è lo scontro tra due filosofie aziendali. Ranieri Mamalchi è l’interprete dell’ala ‘politica’ di Acea: uno squalo, implacabile con gli avversari, li incastra con il suo eloquio dotto e la diplomazia da nobiltà nera papalina di cui sono permeati tutti i suoi movimenti; quando hanno capito d’essere stati messi nel sacco ormai sono passati mesi, durante i quali erano convinti d’essere stati loro i vincitori; non a caso Gianni Alemanno lo scelse per affidargli il ruolo chiave di suo capo segreteria quando divenne ministro dell’Agricoltura, e lo fece consigliere d’amministrazione della sua fondazione ‘Nuova Italia’. Paolo Saccani invece è l’interprete dell’ala manageriale dell’azienda: è l’uomo capace di cavare soldi anche dall’acqua che nel deserto del Kalahari non vedono sgorgare dai tempi della regina Kgalagadi di Namibia, ma se è previsto dal contratto Saccani fa partire la bolletta anche verso Botswana e Etosha; la sua tecnica è di una linearità disarmante: ‘è previsto da contratto, applico quello che abbiamo concordato’. In questo senso, chi ha scelto di mettere insieme, dentro Acea Ato 5, il presidente Ranieri Mamalchi e l’amministratore delegato Paolo Saccani è stato un genio: il primo ha convinto i sindaci a firmare un contratto con il quale credevano di avere fatto l’affare del decennio, il secondo lo ha fatto rispettare quando tutti ormai erano convinti (sbagliando) che Acea fosse un carrozzone al pari del vari Consorzi degli Acquedotti locali che aveva sostituito nelle funzioni.

C’è il tempo per seminare ed il tempo per raccogliere. Mamalchi semina relazioni, affascina, affabula, convince e conclude. Saccani raccoglie, risparmia, ottimizza, appalta, fattura e incassa. Ma una coppia così può essere complementare solo fino ad un certo punto: c’è un tempo in cui deve prevalere l’uno ed uno in cui deve dominare l’altro. E’ accaduto anche dentro Acea Ato 5 in provincia di Frosinone. Raggiunto l’accordo con i sindaci, pacificate le relazioni, messa una pietra sopra al passato e definita la tariffa, spalmati in bolletta i conguagli, iniziati a pagare i soldi ai sindaci per gli oneri concessori (Acea doveva un canone per le infrastrutture ereditate dai Comuni, non pagava perché i sindaci non approvavano la tariffa definitiva), per Ranieri Mamalchi era arrivato il momento di godersi un periodo di ombra: che seppure sotto un palmizio sempre ombra è.

Intanto a Frosinone prendeva piede la dottrina Saccani: conti da far quadrare, bollette da spedire, soprattutto contatori da installare e arretrati, una montagna di arretrati da riscuotere. E Saccani ha iniziato a scalare quella montagna di spese e di evasione delle bollette che alcune cifre accreditate danno intorno al 20%. Ha eseguito bene il suo lavoro. Ma ora è stato necessario chiedere a Ranieri Mamalchi di tornare a mettere la faccia sotto i riflettori in provincia di Frosinone.

Come mai, il granatieresco presidente alto quanto una guardia del Papa, sta tornando con discrezione a farsi vedere sul territorio? Perché politica e managerialità non possono andare separati: succedono disastri. Facciamo un po’ di esempi concreti. La dottrina da manager ha comportato alcune scelte: 1) Le bollette Acea affidate a ditte private che hanno fallito clamorosamente la consegna, da un punto di vista manageriale hanno prodotto un risparmio sui costi di consegna; ma hanno fatto incazzare interi paesi che non si sono visti recapitare la bolletta ma il sollecito con tanto di salasso aggiuntivo per il ritardato pagamento. 2) Spalmare in bolletta su pochi anni i 75 milioni di arretrati ha fatto rientrare subito un bel po’ di liquidità nei conti di Acea; ma ha sfiancato i cittadini che stanno ricevendo fatture quasi raddoppiate. 3) Applicare in maniera rigorosa il principio ‘Tu non paghi, io ti stacco l’acqua’ ha portato ad assurdi come quello di un’intera palazzina popolare lasciata con i rubinetti a secco solo perché l’amministratore di condominio aveva tardato a pagare, senza considerare anziani e bambini presenti in quelle case ma soprattutto senza che nessuno avesse chiesto agli inquilini ‘Scusate, ma come mai non avete pagato?’, si sarebbe scoperto che avevano pagato eccome. 4) I call center affidati a gente che non sa nemmeno a quale latitudine del globo stia Frosinone, avranno generato con certezza una minore spesa nei conti Acea ma il cittadino dall’altra parte dell’apparecchio con il suo problema, ha scoperto di avere una nascosta indole assassina per cui strangolerebbe volentieri l’operatrice usando il cavo telefonico.

In sintesi. La dottrina del rigore manageriale ha prodotto un tale livello di malcontento popolare che se ora un solo sindaco non voterà per mandare via Acea, si ritroverà impalato nella piazza principale del suo paese. In queste condizioni è strategico rimettere sulla piazza il presidente. Anche perché bisognerà gestire la fase di transizione, individuare un accordo, calmare una piazza che alla sola idea di avere ancora Acea tra i piedi, potrebbe avere una reazione difficile da contenere. Proprio per questo occorreva rimettere in pista Ranieri Mamalchi, il più grande confezionatore di supposte che mai nessuno ha ricevuto con così tanta soddisfazione quanto i sindaci della provincia di Frosinone.

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