A cosa è servito esonerare mister Longo (di E. Ferazzoli)

Il clima della piazza era diventato ormai insostenibile. Ed aveva iniziato a condizionare il clima interno. Ecco perché l'esonero di Longo era diventato non più rinviabile. Cosa dice la partita di Udine.

Elisa Ferazzoli
Elisa Ferazzoli

Giornalista in fase di definizione

Longo andava esonerato. E al di là di ogni considerazione tecnica. L’esonero era necessario per il rapporto ormai logorato con la piazza. Che aveva reso impossibile amministrare e motivare lo spogliatoio. Perché se non è facile per nessuno modulare ed alimentare l’entusiasmo di una squadra in lotta per la salvezza, una squadra che inevitabilmente si troverà ad affrontare numerose sconfitte e tutte le critiche che ne deriveranno, figuriamoci per un allenatore giovane e con la piazza ostile.

È possibile che Longo andasse esonerato con qualche gara d’anticipo. Nessuno sarà mai in grado di dire se il clima fosse diventato talmente velenoso da essere entrato anche dentro al campo. Ci sono alcuni segnali su cui ora è lecito interrogarsi: forse lanciati in modo inconsapevole. Ma è un fatto che sia mancata la condivisione dell’esultanza fra Longo e i suoi giocatori nella gara casalinga contro l’Empoli. Nessuno corse ad abbracciare il proprio allenatore: né al primo, né al secondo e nemmeno ad un terzo goal di Ciofani che ribaltava il risultato. Rivelatore il calo motivazionale nelle gare contro le big. Così come è opportuno ora rileggere quella che appare una situazione d’incomunicabilità: il botta e risposta fra Sportiello e Longo nel post Cagliari. Lecito domandarsi quanto il clima abbia condizionato.

Esonerare Moreno Longo non è stata una scelta facile. Perché è lecito e comprensibile rinnovare la propria fiducia a colui che ha traghettato la squadra con professionalità, dedizione ed impegno verso la serie A seppur tra mille infortuni e problemi di spogliatoio.

Ma il secondo tempo contro il Sassuolo ha reso il suo esonero una scelta obbligata.

Continuare non avrebbe avuto senso. Né per gli obiettivi della squadra né per mister Longo. Come irragionevoli sarebbero state le sue dimissioni che molti chiedevano da tempo a gran voce. Perché nessuno è disposto ad arrendersi volontariamente di fronte ad un prestigioso traguardo professionale raggiunto con merito e fatica. Tantomeno un uomo e un professionista orgoglioso come Moreno Longo.

Ma l’1-1 al Dacia Arena parla chiaro.

Perché se è difficile, dopo soli 90’, capire dove inizino e finiscano i meriti degli undici in campo e quelle del nuovo mister Baroni, dopo Udine appare ovvio che questa squadra avesse bisogno di un clima nuovo nel quale giocare. Che poteva essergli garantito solo da un “uomo nuovo” in panchina; un allenatore in grado anche di azzerare le gerarchie – il cambio al 58’ Ciofani-Pinamonti e Campbell in panchina ne sono la prova –  di esortare tutti a dare il massimo e a mettere in mostra le proprie qualità.

Perché al Dacia Arena è sceso in campo un Frosinone diverso, prima di tutto per atteggiamento e volontà. Giocatori motivati, disposti a rincorrere ogni pallone fino al 96’, a pressare l’avversario in fase di possesso; giocatori affatto contenti del pareggio e proiettati fino alla fine verso i tre punti.

Da un punto di vista tattico, la squadra ha alzato il proprio baricentro, giocando almeno 10 metri più su rispetto alle gare precedenti; ha – finalmente – messo fine a quel palleggio al cardiopalma fra Sportiello e i suoi compagni di reparto, ripartendo o palla al piede in velocità o cercando di sfruttare le lunghe rimesse del portiere, prima di questa gara, viste col contagocce.

Una novità sostanziale che finalmente elimina quella snervante sensazione che si giocasse all’indietro e non verso la porta avversaria.

Tuttavia se l’esordio di Baroni in panchina fa ben sperare – se non altro per un ritrovato entusiasmo della squadra e dell’ambiente – resterà per sempre senza risposta la domanda su quanto abbia influito il clima ostile della piazza e quanta responsabilità professionale abbiano i giocatori scesi in campo con Longo nei confronti della società, dei tifosi, di mister, del rendimento generale e dei punti in classifica; e se il giudizio sulla qualità tecnica e sul rendimento di squadra non sia stato falsato da dinamiche indipendenti dall’organico o dall’avversario di turno.

Ma come diceva Alex Ferguson: “Allenare significa affrontare una serie infinita di sfide: la maggior parte di esse ha a che vedere con la fragilità dell’essere umano.”

L’augurio è che mister Baroni sappia affrontarle tutte. A partire da mercoledì, dal Milan, da quella paura che questa squadra si porta dietro di sentirsi fragile sconfitta già prima di essere scesa in campo.