La donna senza volto

La donna senza volto guardò l’insegna dello studio medico. Solenne, sotto al nome del professore specificava “Chirurgo maxillo-facciale, specialista in traumi, malformazioni e tutte le degenerazioni del viso”. Suonò il campanello, piena di speranza.

Non diede nessuna importanza all’espressione sgomenta dell’infermiera che venne ad aprire: ormai ci aveva fatto l’abitudine.
Terminata la visita, sistemando sul naso i grossi occhiali dalla montatura nera, l’accademico ammise «Le devo confessare che in più di quarant’anni non mi era mai capitato un caso come il suo. Me ne parli».

La donna senza volto era completamente priva della faccia: al suo posto aveva una superficie ovale bianca e liscia, come le teste di certi manichini da sartoria; nessuna cavità per gli occhi, né sporgenza per il naso o fessura a disegnare la bocca.

«Tutto è cominciato un anno fa. E’ stato all’improvviso. Mi sono resa conto che per tutta la vita non avevo mai avuto una faccia mia. Ho capito che da bambina ne avevo messo una solo per far piacere a mio padre che mi voleva studentessa modello. Qualche mese più tardi ne misi un’altra: per nascondere l’immenso dolore che mi provocò nel corpo innocente un nostro vicino di casa. Poi crescendo cominciai a cambiarle di volta in volta: quando uscivo con le amiche, quando stavo con le colleghe, ogni volta che frequentavo un ragazzo. La stessa cosa ho fatto con gli uomini che poi ho amato: mi adoravano perché coincidevo perfettamente con il loro ideale di compagna. Ma è sempre finita male. E le nostre strade si sono separate. Così, l’ultima volta, sono rientrata a casa e davanti allo specchio mi sono tolta l’ultima faccia che avevo messo. E da allora sono rimasta così. A furia di mettere maschere non avevo più i lineamenti. Ogni tanto ho l’impressione che si formi un sopracciglio, stia uscendo un abbozzo di naso; ma scompaiono dopo poco».
Sul viso del medico apparve un sorriso di soddisfazione, quello di chi finalmente riesce a fare ordine tra i suoi dubbi e le sue conoscenze. «Il suo caso, cara signora, è raro ma semplice. Posso operarla oggi stesso».

Due ore più tardi la paziente si sveglio. Ammirò per la prima volta allo specchio la sua immagine riflessa: aveva la fronte alta, gli occhi verdi, i capelli dello stesso biondo che ha il grano, il naso leggermente in su. Si piaceva. Rimase stupita solo quando si accorse che la cicatrice, unico segno dell’intervento, le attraversava il torace: un solco verticale di pochi centimetri tra i seni. A pochi passi da lei, in un contenitore per reperti chirurgici, giaceva ormai inutile la parte che il medico aveva asportato: il grosso blocco intorno al cuore che per tutta la vita le aveva intrappolato l’anima.
©Alessioporcu 2015

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