A rimorchio dei leader

Foto © Imagoeconomica, Livio Anticoli

La dimensione locale conta sempre di meno nei meccanismi di costruzione del consenso: se fai parte della Lega di Salvini o di Fratelli d’Italia della Meloni non c’è bisogno di fare campagna elettorale. Stessa impronta leaderistica per Cinque Stelle, Forza Italia e Italia Viva. L’unica eccezione è rappresentata dal Partito Democratico, ma c’è bisogno di andare in controtendenza fino in fondo esaltando i territori.

Forza di sistema o di antisistema? È la risposta a questa domanda che sempre più spesso determina l’orientamento degli elettori in campagna elettorale. Perché la politica ha avuto un’evoluzione enorme.

Sono scomparsi i congressi in senso classico, al massimo si celebrano le primarie, come nel caso del Pd. Ma non è un caso che i partiti che viaggiano oggi sulla cresta dell’onda abbiano una fisionomia leaderistica: la Lega è Matteo Salvini, Fratelli d’Italia è Giorgia Meloni. Entrambe queste forze politiche vengono considerate fuori dal Palazzo e quindi antisistema.

Matteo Salvini

Il Partito Democratico viene invece considerato come un perno del sistema e infatti il 20% rappresenta un miracolo in controtendenza. Perché altri Partiti che sono visti come parte importante del Sistema o stanno crollando (i Cinque Stelle) o sono già crollati (Forza Italia). La politica attuale, anche a sinistra, ha perso o comunque allentato le tradizionali cinghie di trasmissione: quelle dei sindacati, quelle delle organizzazioni cattoliche, quelle di qualche associazione di categoria.

I rapporti dei leader con la gente sono immediati e semplici. Il discorso viene proiettato nelle province con una certa facilità. Claudio Durigon, Francesco Zicchieri, Francesca Gerardi, Gianfranco Rufa sono della Lega. Punto e basta. Fanno parte della squadra di Matteo Salvini. Non hanno bisogno di fare o dire altro. Stesso discorso per Massimo Ruspandini con Giorgia Meloni. E per Luca Frusone, Ilaria Fontana e Enrica Segneri con il Movimento Cinque Stelle. Non è necessario fare chissà cosa per ottenere o perdere consenso.

L’impronta leaderistica funziona come marchio di fabbrica. Nel bene e nel male. Il discorso riguarda pure Forza Italia di Silvio Berlusconi e Italia Viva di Matteo Renzi.

Nicola Zingaretti © Imagoeconomica, Sara Minelli

L’unica eccezione vera è il Pd, dove i riferimenti sono le correnti. Di Franceschini e di Guerini, tanto per dirne soltanto due. Il Pd non ha mai avuto una vocazione leaderistica, ma piuttosto una vocazione plurale. Un elemento che può ancora rappresentare un valore aggiunto. Ad una condizione però: che Nicola Zingaretti dia carta bianca ai territori e ai leader e agli amministratori locali.

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