La grande pagliacciata del ritorno all’acqua pubblica

A parole sono tutti a favore del ritorno all'acqua pubblica. Quando arriva il momento di passare ai fatti non è così. È accaduto con i Comuni a nord della provincia di Frosinone ed ora il caso si ripete.

Alessandri PANIGUTTI

Direttore Responsabile

LATINA OGGI

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Ma che stranezza, il nuovo Consiglio di Amministrazione si presenta con un programma di lavoro che prevede al primo punto la ripubblicizzazione dell’ acqua, però al momento dell’approvazione del bilancio, chiuso con 11 milioni di utili, l’assemblea dei soci dimentica, anzi evita, di accantonare i dividendi, che altro non sono che il denaro necessario per corrispondere l’anticipo del mutuo da contrarre con Cassa Depositi e Prestiti per fronteggiare l’acquisto delle quote private di Veolia.

Raccontata così, questa storia della ripubblicizzazione che adesso tutti rincorrono sa di grande pagliacciata, perché il progetto messo su da Roberto Cupellaro e condiviso da tutti i sindaci dell’ Ato 4 prevedeva espressamente l’utilizzo dei dividendi e degli utili di esercizio per affrontare le spese dell’acquisto delle quote senza gravare sui bilanci dei comuni.

La decisione presa l’altro ieri di non accantonare i dividendi, o meglio il voto espresso contro l’accantonamento dei dividendi, la dice lunga sulla convinzione con cui si sta affrontando il tema tanto caro ai civici e ufficialmente condiviso da tutte le altre forze politiche.

Per dirla tutta, qualora la convinzione sull’opportunità di trasformare Acqualatina in una compagine tutta pubblica dovesse restare invariata, il piano sconterebbe un anno di ritardo nella fase di avvio.

Come è potuto accadere tutto questo? Forse i sindaci, una parte importante di loro, si è trovata spiazzata lunedì di fronte al tentativo abortito di sovvertire gli equilibri politici in seno alla spa che gestisce il servizio idrico.

La manovra tentata per mettere in minoranza l’ asse Forza Italia-Pd, prevedeva in caso di successo il riassorbimento da parte del Cda dei poteri concessi all’amministratore delegato, e dunque la parte pubblica del consiglio di amministrazione, tre contro due, avrebbe avuto il pieno controllo della spa.

Uno scenario capace di rendere perfino inutile la corsa verso una ripubblicizzazione che di fatto sarebbe stata in quel modo già raggiunta. E che avrebbe potuto dirsi raggiunta già all’ indomani della costituzione di Acqualatina, se i sindaci dell’ Ato 4 e i loro rappresentanti all’ interno del Cda avessero fatto il loro dovere, che è espressamente quello di rappresentare e tutelare i cittadini consumatori, esercitando i poteri di controllo sulla gestione demandata alla parte privata.

Invece da noi accade da 15 anni a questa parte che i Partiti e i rispettivi leader, una volta raggiunto l’ obiettivo di essere entrati al vertice della SpA, si occupino soprattutto di gestire la distribuzione degli appalti e il sistema delle assunzioni, rinviando sine die la seccatura di dover affrontare le problematiche i cui effetti si riversano sui consumatori.

Dall’inadeguatezza delle reti alla siccità. E il paradosso è che oggi la parte privata, quella che gestisce il servizio, fa di più e meglio della parte pubblica, dedita unicamente all’erosione delle risorse, che non rientrano mai nelle tasche dei cittadini, a cominciare dagli utili di bilancio che dovrebbero equivalere a una riduzione dei costi in bolletta.

Ecco perché era importante che Coletta, estraneo a queste logiche, restasse con un piede dentro il Cda anziché uscirne, come invece è successo.

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