Casinelli: il carcere, i falsi amici, l’inchiesta. «Ora vedo il mondo con occhi diversi»

Alessandro Casinelli, l'inchiesta, l'arresto, il carcere. “Lì il mondo assume un'altra prospettiva". Il processo: "La verità viene sempre a galla, per questo ho rifiutato scorciatoie". La clinica calabrese: "Feci aprire io l'inchiesta". L'amarezza: "Le immagini di casa mia date in pasto ai media". La Giustizia: "Ne ho fiducia ancora adesso".

Un anno di detenzione. Un po’ a Cassino, tanto nell’inferno di Arghillà a Reggio Calabria. Poi qualche mese a casa: ma sempre senza la libertà di uscire, telefonare, incontrare gli amici, gestire le sue aziende. Ora Alessandro Casinelli è un uomo libero in attesa di giudizio: il processo che l’ha portato in arresto non è concluso, bisogna ascoltare tutti i testimoni che ha indicato lui e che sostiene possano scagionarlo. Proprio per questo sei mesi fa ha rifiutato la scorciatoia del ‘rito alternativo’: né patteggiamento con il quale concordare la pena e tanti saluti, né abbreviato con cui sbrigare subito la causa e prendersi un terzo di sconto in casi di condanna. «Non mi sembra di avere fatto nulla di eccezionale».

Beh, se avesse accettato un rito alternativo sarebbe uscito molto prima.

«La Giustizia è lenta ma prima o poi arriva, bisogna saper aspettare».

Partiamo dall’inizio, un anno fa…

«Non intendo dire una sola parola: la Giustizia va rispettata fino in fondo. C’è un procedimento aperto: lo abbiamo posto come unica condizione a questa conversazione, niente domande che in qualsiasi modo possano turbare la serenità del processo».

E allora parliamo dell’aspetto umano. Partiamo sempre da lì: un anno fa.

«Beh, non è un bel ricordo: svegliarsi nel cuore della notte e ritrovarsi la casa piena di persone che giustamente devono fare il loro lavoro, eseguire degli ordini e farlo con scrupolo. Ma quando si ha la consapevolezza di non avere fatto niente per meritare una cosa del genere, si prova un senso di ingiustizia anche se davanti si hanno persone che operano con il massimo della cortesia e della professionalità, mentre mettono le mani nei tuoi cassetti, nelle tue cose più personali…».

Cosa si pensa in quel momento?

«Alla famiglia, a fare in modo che i bambini nella stanza accanto non si spaventino. A cosa possono pensare di te».

È vero che fino alla fine non ha capito che la stavano arrestando?

«Vero. Pensavo ad un controllo nell’ambito dell’inchiesta che io stesso avevo fatto aprire per la gestione di Villa Aurora a Reggio Calabria. Però sono rimasto subito sorpreso dalla quantità di persone mandate, mancavano solo gli elicotteri: mi sembrava una cosa talmente grossa che non poteva riguardare me».

Cosa le ha dato più fastidio?

«Le immagini della casa di famiglia sparate in tv come se fosse quella in cui abitava un pericoloso latitante: io non mi sono mai nascosto, non ho nascosto niente, ho collaborato fino dal primo momento».

In quel momento era presidente di Federlazio, lanciatissimo, proprietario della seconda testata giornalistica del territorio

«È una delle cose che mi ha addolorato di più: il pensiero che la mia vicissitudine personale potesse gettare un’ombra su un’organizzazione di persone serie e per bene. Il primo atto che ho firmato sono state le mie dimissioni. Per quanto riguarda il giornale, beh: ora ci siete voi e mi sembra che non stiate facendo rimpiangere affatto la mia testata. Anche se un rimprovero ad Alessioporcu.it lo devo fare».

Quale?

«La sera prima dell’arresto proposi al vostro direttore di assumere la direzione de La Provincia e per garantirgli la più totale autonomia arrivai a proporgli la gestione totale dell’azienda. Se ci fosse stato lui saremmo ancora in edicola».

Il carcere…

«È un’esperienza che non si può descrivere. Nella quale tutto si amplifica, perché il tempo si ferma, non passa mai, si pensa, si scava, ci si interroga su quali errori possiamo avere fatto: è un macerarsi in continuazione… Dal quale si esce fuori solo se si ha la salda convinzione di non avere fatto nulla di illegale: è quella la vera forza, la consapevolezza di essere lì per errore e di doverlo dimostrare».

I compagni di cella

«Esperienza indimenticabile. Quando si lavora nella Sanità si viene a contatto con decine di storie di dolore, di speranza, di salvezza. Ma è fisico. In carcere invece entri in una dimensione morale e tutto è diverso: impari subito che è facile giudicare stando all’esterno, invece nel momento in cui vivi accanto ai drammi umani, alle scelte difficili che hanno portato gli uomini a sbagliare, vedi il mondo sotto un’altra luce. Si sviluppa un’umanità, una solidarietà, che va a prescindere dalle condizioni sociali».

Sindrome di Stoccolma, sta ringraziando chi l’ha incarcerata?

«No, sto cercando il lato positivo: va cercato in ogni cosa: pure San Paolo cadde da cavallo e rimase cieco, però ritrovò la vista e da quel momento vide il mondo in maniera diversa».

E lei come lo vede ora il mondo?

«Più spazioso».

In che senso?

«Nel senso che oggi ho meno persone attorno di quelle che affollavano la mia vita prima che tutto questo iniziasse. Ed è un bene: ho scoperto chi sono i veri amici e chi non lo è».

Chi sono i veri amici?

«Quelli che non ti voltano le spalle proprio quando hai più bisogno di loro, proprio quando non puoi più dargli nulla…»

Ne ha sentito la mancanza?

«No, i veri amici, pochi per la verità, hanno compensato l’assenza di quelli che sono spariti. E poi c’è la famiglia: mia moglie, soprattutto, fondamentale per resistere, un faro, indispensabile per non affogare nei momenti di difficoltà».

Basta la famiglia, per non affogare in carcere?

«Un anno è un periodo al di là di qualunque immaginazione. Se non avessi avuto la Fede e non avessi trovato il conforto nella preghiera, non credo che ci sarei riuscito».

Parliamo di Villa Aurora

«Ho detto che non parlo dell’inchiesta».

Infatti, parliamo della clinica.

«Un gran bel progetto, una struttura sanitaria storica che però poteva produrre molto di più: perché puntava su settori sanitari ormai superati e che in tutta l’Italia sono prerogativa della Sanità Pubblica. Villa Aurora poteva crescere attraverso un piano di riordino, scegliendo nuovi servizi, complementari al Pubblico. Il progetto era quello».

Perché non ha funzionato?

«Stava funzionando. Finalmente è emersa la verità! Infatti quando è stata acquistata l’Azienda Sanitaria a Reggio Calabria, l’intento era quello di rilanciarla. Ma purtroppo non ero stato messo a conoscenza da parte degli azionisti dell’effettivo stato di crisi della struttura».

Un imprenditore come lei non è di primo pelo, se ne doveva accorgere…

«Personalmente non mi sono mai occupato della gestione aziendale, essendo impegnato nella conduzione di aziende di dimensioni nazionali…»

Però quando le cose hanno iniziato ad andare male…

«È giusto sottolineare che, subito dopo l’acquisizione della Clinica da parte del Gruppo Sanitario di cui ho detenuto in passato partecipazioni, il trend gestionale è risultato in attivo e le perdite aziendali erano state quasi del tutto abbattute».

Si è scelto i compagni sbagliati… almeno questo lo ammetterà

«Può essere materia per un esame di coscienza dal punto di vista umano. Sotto l’aspetto giudiziario diciamo che ci sono state altre gestioni aziendali e sono stato proprio io ad attivare immediatamente la verifica giudiziaria, presentando più querele ed attivando il relativo procedimento penale. L’inchiesta è nata perché sono andato io dai magistrati a fargli notare una serie di stranezze che avevo rilevato».

Però è finito anche lei sotto inchiesta

«Quando si accerta, si accerta tutto e tutti. Però è chiaro che se avessi avuto qualche minimo timore su eventuali mie responsabilità, avrei evitato di rivolgermi alla magistratura. L’ho fatto perché ne avevo fiducia. E lo rifarei ancora oggi, nonostante quello che ho passato: nutro il massimo affidamento personale e morale nella magistratura».

La assolveranno?

«Non parlo del processo, non parlo dell’inchiesta».

Tornerà a lavorare?

«Sono già tornato al mio lavoro. Ho le mie aziende da portare avanti. Ho una reputazione da difendere, una dignità da tutelare, una vita di sacrifici fatta dalla mia famiglia che reclama ora tutta la mia attenzione ed il mio impegno».