Almeno chiedeteci scusa

Almeno chiedeteci scusa. A noi che con la forza della regione vi avevamo detto di non farlo. Che di fronte ai vostri strilli abbiamo risposto con il freddo rigore delle cifre e delle analisi. Che fino all’ultima firma vi avevamo dimostrato che stavate sbagliando.

Dove sono finiti adesso tutti quelli che hanno voluto l’abolizione delle Province? Che fine hanno fatto quelli che davanti alle tastiere e nelle piazze di fronte ai comici gridavano in tutti i modi di demolire un organo previsto nella Costituzione? E sono usciti dai loro nascondigli quelli che, pur pensando che sarebbe stata una solenne fesseria cancellare quegli enti, nemmeno hanno mosso un dito nel timore dei fischi lanciati dalla massa tumultuante?

Oggi ci troviamo con alcune decine di dipendenti che invece di salire a Palazzo Iacobucci per timbrare il cartellino lo strisciano negli uffici della Regione che si trovano accanto alla stazione dell’Ascensore Inclinato: e per questo prendono un signor stipendio in più perché il contratto da dipendente regionale è più sostanzioso di quello da dipendente provinciale. Ci troviamo con le funzioni spostate da Frosinone a Roma: ma a Roma non sanno dove mettere mano in tutto quel caos, perché pensavano che i dipendenti provinciali seguissero le pratiche alla Pisana invece di fermarsi nella parte bassa del capoluogo. Così le funzioni tornano indietro da Roma a Frosinone: ma in Provincia i dipendenti non ci sono più e non c’è chi abbia la competenza per gestire la questione.

I cinghiali sono ormai nel centro dei paesi. Ma la Regione ha dovuto aspettare che andassero a grufolare nei cassonetti della monnezza a pochi passi dal Colosseo, per rendersi conto che la competenza sulle polizie provinciali era passata a loro e quindi dovevano fare qualcosa. E cosa hanno fatto? Hanno ridato alle polizie provinciali il compito di occuparsi delle cose di cui si occupavano prima: tra cui il controllo dei cinghiali.

Le fabbriche scappano perché le autorizzazioni ambientali sono un caos capace di spaventare anche un burocrate dell’impero Bizantino. Prima almeno, con Francesco Scalia, Antonello Iannarilli e Peppe Patrizi, i permessi venivano dati: a colpi di sentenze, firme messe con coraggio, sfidando i processi. Ma comunque un industriale che aveva bisogno di un’autorizzazione sapeva dove andare a sbattere i piedi.

Tardavano a dargli il permesso? Andava a protestare dal presidente di Unindustria Davide Papa, che sollevava il telefono e si doleva con sua eccellenza il prefetto, che dalla finestra strillava al commissario Patrizi, il quale strigliava gli uffici e la firma arrivava. Poi arrivava pure la Forestale che contestava, il dirigente della Provincia si spaventava e ritirava la firma, l’industriale denunciava tutti al Tar, che a quel punto dava ragione alle fabbriche, condannava la Provincia a rimettere la firma. E la Forestale faceva finta di niente. Cosa ne sanno di tutto questo in Regione?

Eppure gli era stato detto che sarebbe stato un caos. Peppe Patrizi ha sbandierato le cifre in ogni studio televisivo, in ogni redazione di giornale: «Abolire le Provincie costerà più che tenerle», profetizzava.

Bisognava accontentare la piazza. Le hanno tolte. Nessuno ha detto l’unica cosa sensata che invece andava messa in chiaro: il problema non erano le Province ma le persone che con il nostro voto ci mandavamo dentro a governarle.

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