Le macerie di Amatrice, l’anatema del Vescovo e la farsa della Politica

Domenico Pompili, vescovo di Rieti, non è uno che le manda a dire. E’ stato ordinato nella Diocesi Anagni-Alatri e in Ciociaria è di casa. Ad un anno dal sisma che ha sconvolto e devastato il centro Italia ha usato parole forti, come già aveva fatto in passato, guadagnandosi le critiche della politica.

 

Ma tacere ieri era impossibile: non soltanto per il ricordo di una tragedia immane, ma soprattutto perché le prospettive di rinascita di quelle zone sono letteralmente sommerse da milioni di tonnellate di macerie. Che nessuno ha levato, che nessuno ha programmato di levare.

 

Sotto quelle macerie c’è un mondo che è crollato, ci sono affetti che non sono stati recuperati. E invece dovevano esserlo, perlomeno per il rispetto della memoria di chi ha perso i genitori, i figli, i fratelli, le sorelle, i mariti, le mogli, gli amici. Ma è evidente che se non si levano le macerie nessuna ricostruzione sarà ipotizzabile.

 

Amatrice, Accumuli, Arquata del Tronto e tutti gli altri paesi rasi al suolo dal terremoto vogliono risollevarsi con le proprie forze. Ma quelle macerie le deve togliere lo Stato, le devono togliere le Regioni. Non è un discorso di competenze, è un discorso di dignità delle istituzioni.

 

Domenico Pompili non poteva tacere e le sue parole non sono state pronunciate a caso. Ha detto: «Ricostruire è possibile se si evitano “frasi fatte” del tipo “ricostruiremo com’era, dov’era”. Bisogna evitare una ricostruzione “falsa quando procediamo alla giornata, senza sapere dove andare. Mi chiedo: siamo forse in attesa che l’oblio scenda sulla nostra generazione per lasciare ai nostri figli il compito di cavarsela, magari altrove? Rinviare non paga mai. Neanche in politica, perché il tempo è una variabile decisiva».

 

Rinviare è l’arte preferita dalla politica: non fare mai oggi ciò che puoi promettere domani e poi domani ci sarà tempo per spostare il termine avanti di settimane, mesi, anni.

 

I nostri figli se ne stanno già andando da un Paese che non dà prospettive di lavoro, di ricostruzione, di rilancio, di mettere su famiglia. Da un Paese nel quale la classe politica non riesce a fronteggiare alcuna situazione se non con la logica dell’emergenza.

 

Rinviare non paga mai: forse è questo il motivo per il quale, tranne rare eccezioni, ormai in politica l’affluenza scende e chi governa, ad ogni livello, perde.

 

Domenico Pompili ha poi continuato nella sua omelia: «Per risollevarsi dalla tragedia del terremoto occorre l’impegno di tutti. Per rinascere non basteranno eroi solitari. Anzi, a dirla tutta, una comunità senza eroi è una comunità eroica. E’ la fuga dalla propria quota di impegno, infatti che lascia le macerie dove sono; impedisce di ritornare; abbandona i più. Qui non si tratta di attribuire colpe a qualcuno o distribuire medaglie a qualcun altro, ma di fare quello che ci spetta».

 

L’Italia è irrimediabilmente attratta dagli uomini soli al comando. Quando invece si dovrebbe fare quello per il quale si ottengono i voti: governare, amministrare, ricostruire, programmare. La cultura del favore ha soppiantato la certezza del diritto.

 

La classe politica, dal 4 dicembre (giorno del referendum ad oggi) non è riuscita a fare una legge elettorale degna di questo nome, oggi è concentrata sulle candidature, si dovevano abolire le Province e invece sono stati moltiplicati gli enti intermedi, funzionali alla distribuzione di poltrone e seggiolini vari. Per gli amici, per gli amici degli amici, per i figli e i nipoti degli amici.

 

Al Senato la riforma dei vitalizi si prepara ad essere affondata, perché la Casta ha i suoi custodi che trovano sempre la strada per “cambiare tutto affinché nulla cambi”. Rinforzata ora da moderni Savonarola che gridano contro tutto: ma lo fanno saldamente incollati alla poltrona che si sono conquistati con la fatica di pochi click.

 

Ma se tutto questo genera disillusione (ma mai vera indignazione) nella vita di tutti i giorni, davanti alle macerie di Amatrice e degli altri paesi la sensazione è quella della rabbia.

 

Colpe e medaglie non servono a nessuno, ha ragione Domenico Pompili. La politica, seduta in prima fila, ha ascoltato le parole del Vescovo di Rieti, in un silenzio imbarazzato.

 

Nessuno però ha detto quando e come verranno levate le macerie.

 

La farsa continua.

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