La scomoda visione del Populismo di Amata (CulturE)

Esce in questi giorni il libro “Democrazia populista” (Historica Edizioni). Nel quale Andrea Amata fornisce una visione non di comodo del Populismo di questi giorni

Le cose le ha sempre viste da destra. Sia da giovanissimo militante di Alleanza Nazionale, sia negli anni successivi quando è diventato Capo segreteria dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale del Lazio: frequentava l’ufficio di Isabella Rauti. Già vice presidente della Provincia di Frosinone, Andrea Amata oggi sta con la Lega ma nell’ala meno populista: quella che apprezza Giancarlo Giorgetti e preferisce Nicola Ottaviani. Ma a seguire le sfumature, a Destra esiste una gamma infinita e nessuno si sente a suo agio nell’altra: così si è creato l’associazione culturale “Nazione Futura” di cui è presidente. Capacità di visione non convenzionale, per questo lo hanno chiamato al quotidiano Il Tempo per fargli commentare i fatti politici nazionali. Ora è in distribuzione la sua ultima fatica: il libro “Democrazia populista” pubblicato dalla collana di saggistica della Historica Edizioni. In precedenza aveva dato alle stampe ulteriori saggi fra cui “Globalizzazione e terrorismo, immigrazione e nuove tecnologie” (2005), “La Destra per un’Italia attiva” (2006) e “Italia provvisoria” (2007) per Nuove Idee.

*
Come possiamo definire il populismo? È una malattia della democrazia?

Le categorie novecentesche destra/sinistra, che connotavano un conflitto orizzontale, sono state liquidate dalla dimensione verticale della contrapposizione fra un basso, il popolo, e un alto, l’establishment. Le forze populiste si definiscono per aver assimilato tale conflitto, declinandolo nella critica all’élite, nella difesa dei confini e nell’avversione verso il basso rendimento della democrazia rappresentativa. Che con il suo eccesso di mediazione intrappola la decisione nella rete della complessità procedurale.

Il populismo è anche uno stile, un mood, il cui successo è affidato al direttismo, al rapporto diretto che i leader dei movimenti stabiliscono con i cittadini.

Qualche commentatore lo definisce “una malattia della democrazia” proprio perché contesta quella che lei chiama “la complessità procedurale” della democrazia.

Si scredita il populismo con l’accusa di nutrirsi di post-verità, di una narrazione munita di emotività sconnessa dalla fattualità, per degradarne il successo a risposta derivata dalla frustrazione, a sintomo di una forma patologica che ha intossicato la democrazia. Ma il sintomo non è responsabile della patologia, che è preesistente al suo insorgere, pertanto qualora il populismo fosse la spia di una malattia non sarebbe clinicamente causa dell’alterazione di uno stato fisiologico.

Semmai lo si può annoverare come formula di adattamento dell’organismo politico alla deviazione da un canone sedimentato. Della democrazia non si contestano i presupposti logici e valoriali, ma le regole e le istituzioni che si sono dimostrate deludenti in termini di prestazioni.

Il concetto di “crisi della democrazia” non è nuovo. La democrazia rappresentativa non ha mai vissuto periodi privi di crisi, perché è iscritto nel suo DNA di regime plurale, aperto e divisivo convivere con una sorta di “precarietà” esistenziale.

Facebook, Instagram, Twitter e tutta l’innovazione tecnologica legata all’informazione ha contribuito ad accelerare certi fenomeni politici?

I mutamenti tecnologici riferiti ai media ci hanno cambiato come esseri sociali. Ognuno si ritiene depositario di una verità personalizzata perché si sono sfasciate le credenze stabili e le autorità cognitive.

I social e l’algoritmo costruito sulle nostre preferenze ci chiudono in una bolla di argomenti che ci attraggono e in tale circuito circoscritto e dopato dalla forza del numero la mia opinione non è un’opinione ma la verità. Inoltre, la società dei consumi ci induce alla spasmodica ricerca delle novità e a cestinare il prima possibile le presunte cose vecchie.

Ci sono effetti anche in politica?

Anche in politica i leader, come le cose, hanno cicli di vita sempre più brevi. Le “leadership esplosive” come Matteo Renzi hanno avuto un fortissimo consenso iniziale che nel giro di un paio di anni è crollato. Per dirla con George Steiner “massimo impatto e istantanea obsolescenza”.

Quanto più un personaggio politico propone un messaggio mobilitante dal punto di vista emotivo, che genera aspettative, tanto prima verrà archiviato perché è difficilissimo mantenere un alto livello di “temperatura emozionale”. Quando Renzi raggiunse l’apice della sua popolarità molti parlavano di ventennio renziano e sappiamo bene come andò a finire.

L’altro Matteo adesso farà la stessa fine?

Matteo Salvini fino a quando manterrà gli impegni assunti non avrà problemi a conservare il gradimento dei cittadini. Renzi scagliò il messaggio della rottamazione che, come un boomerang, nel momento della torsione della traiettoria lo raggiunse finendo rottamato.

Salvini è più abile e sta operando con efficacia non solo sui temi identitari (azzeramento sbarchi, tutela radici culturali, legittima difesa, etc.) ma anche sul profilo economico (quota 100, pace fiscale, flat tax, etc.). Se aggiungerà alla sua propulsione leaderistica la strutturazione del partito nel centrosud Italia il consenso si stabilizzerà anche nelle fasi di contrazione fisiologica.

Più enzimi e meno parassiti si intitola un paragrafo del mio libro.

È vero che la paura è il vero carburante dei movimenti populisti?

La paura si è infiltrata nella realtà percepita a causa di un sistema che per vendere confeziona le notizie con il sensazionalismo. Le buone notizie non fanno notizia, quelle negative sì.

I movimenti cosiddetti populisti stanno domando la paura, convertendola in energia positiva e canalizzandola in un impegno di impresa collettiva. Con l’ascesa dei populisti sono stati recuperati alla partecipazione elettorale molti cittadini che si rifugiavano nell’astensione.

È democratica una forza che restituisce speranza e integra le urne. Chi accusa il populismo di agitare la paura e contestualmente scuote il pericolo fascista non è credibile. La paura non si combatte evocando il panico ideologico. L’angoscia dei cittadini deriva dalla insopportabile pressione fiscale, dall’eccesso di regolamentazione che costruisce il muro di una burocrazia ipertrofica, dalla disoccupazione che sottrae prospettive di vita, dalla lentezza di una giustizia che non accerta le responsabilità in tempi ragionevoli.

Le paure che evocano stagioni storiche definitivamente archiviate sono conati di relitti ideologici.

Esiste una cura per immunizzarsi dalle alluvioni di informazioni che espongono il cittadino-utente ad una valanga di stimoli e rischiano di suggestionarlo senza anticorpi cognitivi?

Mi affido all’aforisma di Woody Allen, “leggo per legittima difesa”. Leggere e studiare, male non fa per capire la complessità e ridurre la presunzione.

error: Attenzione: Contenuto protetto da copyright