Angelo Massimino dal paradiso disse a Stirpe: «Compra Amalgama»

Un misunderstanding degli Anni 80. Che però risponde a pieno al dramma di oggi del Frosinone. Fatto di calciatori che presi individualmente sono di categoria. Ma che non avevano mai giocato insieme. Tanti gli errori che vengono ora a galla. Ma la soluzione è quella che propose il mitico presidente del Catania, Angelo Massimino

Fabio Cortina

Alto, biondo, robusto, sOgni particolari: molti

Angelo Massimino, storico presidente del Catania, disse: «Manca amalgama alla squadra? Ditemi dove gioca che lo compro».

Erano gli Anni ’80 e nessuno ebbe il raggio di dire al vulcanico presidente capace di portare in Serie A gli etnei, che amalgama non era il nome di un calciatore. Ma qualcosa che era indispensabile ai suoi calciatori per diventare una vera squadra.

Se ci fosse stato un mercato sul quale comprare Amalgama, il presidente del Frosinone Maurizio Stirpe avrebbe fatto follie per acquistare questo giocatore: sarebbe stato il diciassettesimo colpo, tanto un più uno meno, ma di certo avrebbe aiutato la squadra.

Sì, perché al Frosinone, è evidente più di ogni altra cosa, manca quel laccio immaginario che unisce i dieci giocatori di movimento di una squadra.

 

Una compagine arrivata in Serie A in maniera indiscutibilmente meritata. Ma tribolata: complicandosi in ogni modo la vita al termine di un campionato in cui è stata la protagonista.

Una volta salita ha deciso, per bocca dei suoi massimi dirigenti, che questa era la volta di consolidarsi. Facile a dirsi, tremendamente complicato a farsi. Il precampionato corto e dispendioso, il mercato breve e frettoloso ed una equazione risolta su carta, ma sbagliata nella sua applicazione reale.

L’equazione è la seguente: se nel 2016 mi sono affidato al gruppo storico e sono retrocesso, oggi prendo giocatori “di serie A” e mi salvo. E nessuno sta dicendo che l’equazione sia sbagliata: perché siamo a trenta giornate dalla fine e ci sono novanta punti in palio. Ma forse questa operazione poteva essere fatta in maniera diversa.

 

Il Frosinone ha fatto mercato affidando le chiavi e le comparsate in TV ad un uomo esperto come Stefano Capozucca, uomo da massima serie, ma forse ha tralasciato per un attimo la bussola.

Un passo indietro. Sotto la sapiente guida di Stirpe e Ernesto Salvini e col braccio operativo di Marco Giannitti, quella ciociara era diventata una piazza ambita da giocatori affamati ed aderenti alle linee guida di una società giovane, rampante ed ambiziosa. Società seria, reputazione ottima, stipendi regolari, organizzazione quasi confindustriale, una piccola Grande.

 

L’ultimo mercato è invece apparso a tutti come una torta rustica riempita dagli avanzi dei pasti altrui. I giocatori arrivati, presi singolarmente, sono tutti di categoria, con esperienza (forse anche troppa) e discrete doti tecniche per la massima serie. Ma, perché c’è un ma, non hanno mai giocato assieme e questo è un dato di fatto decisivo nella creazione di un gruppo che da neopromosso si appresta ad affrontare la Serie A.

La squadra di oggi è un insieme di uomini che provano a dare il massimo, ognuno per conto suo.

Sputano sangue e sudore, basti vedere Chibsah che rincorre qualsiasi cosa si muova in campo, o Hallfredsson che con tutti i suoi limiti fisici prova ad acchiappare Parigini al 90′ rischiando di sputare un polmone sul prato.

Questo però non basta, perché in una squadra solo i fenomeni possono ragionare singolarmente. E neanche con tutta questa libertà.

 

E qui entra in gioco il tecnico. Longo è inesperto? E’ limitato? E’ antipatico?

Tutte valutazioni legittime. L’allenatore si sa, è un uomo solo: un solitario nella folla, con unica compagna le sue responsabilità.

E quando lo condannano anche i numeri, allora diventa del tutto solo. Ed in pericolo. Se la squadra gioca in maniera farraginosa, se dopo otto passaggi arriva zoppicando alla metà campo avversaria e poi torna indietro per lanciare lungo, un qualcosa che non va c’è. Ma non è solo colpa del tecnico.

Lui si batte, lotta, difende i suoi come ognuno di noi farebbe per un fratello, ma poi in campo diventa tutto più difficile.

 

Errori individuali, squadra che si allunga ed infine la paura, perché il Frosinone ha paura.

Longo ha riconosciuto più volte che questo gruppo non è ancora una squadra e questo non lo sottolinea nessuno. E forse per amalgamare di più i giocatori lui avrebbe potuto fare di meglio.

Certo, al tifoso interessano i risultati ed è giusto, ma ci sono tante valutazioni da fare. A livello tattico chi sono i giornalisti per poter parlare? Non abbiamo il patentino, ma è evidente che un cambio di rotta – forse tardivo – c’è stato.

 

Come se ne esce? A questo punto è tutto nelle mani di Maurizio Stirpe. Lui sa cosa fare e come farlo, magari facendo tesoro anche dei suoi errori, perché come lui stesso ha affermato, le responsabilità sono di tutti.

Ora ci sono quindici giorni per pensarci, due settimane in cui accadrà di tutto, in primis la corte d’appello che potrebbe farti sprofondare in classifica (ma non è detto) e poi la gara con l’Empoli.

Una partita da cui non scappi, perché se vuoi salvarti devi vincerla e basta.

 

Quindici giorni in cui, hai visto mai, magari nei meandri della rosa Longo potrà disporre appieno di quel diciassettesimo acquisto che Massimino cercava trent’anni fa ed iniziare un nuovo campionato.

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