L’ultima vittoria di Antonio per l’Europa in cui credeva

C'è un legame tra Antonio Megalizzi, il suo assassino, la città di Strasburgo in cui si sono incontrati. Come un tragico segno del Destino. Che segna l'ultima vittoria di Antonio per la Ue in cui tanto credeva

Henry David Toro
Henry David Toro

Preside frusinate in prestito all'Emilia

I tragici avvenimenti di Strasburgo hanno colpito le coscienze di tutti gli uomini di buon senso. Ma ha colpito in modo particolare il crudele destino del giovane italiano Antonio Megalizzi, 29 anni, ucciso da un suo coetaneo alsaziano, figlio di immigrati magrebini.  

Il ragazzo dell’Europa

Antonio, calabrese di origine, trasferitosi giovanissimo in Trentino, aveva studiato a Verona e a Trento, dove si era poi specializzato in Studi europei. Iscritto a un master di approfondimento sulle istituzioni dell’Ue, collaborava con varie testate: la sede regionale di Radio Rai, l’emittente radiofonica trentina RTT La Radio; e ancora Radio 80 Forever Young e la radio universitaria trentina. E’ stato tra i primi a credere nel progetto di Europhonica, un network che riunisce varie radio universitarie italiane con l’obiettivo di raccontare agli studenti le dinamiche dell’Unione Europea.

Nelle parole del padre voleva “dedicare la vita a costruire un’Europa più unita e giusta verso tutti“; era giunto in città con Flixbus, il sistema di autobus, molto usato dai giovani, che collega fra loro tante città europee, per seguire l’ultima plenaria del Parlamento europeo dell’anno e proprio a Strasburgo intendeva trasferirsi. 

Un vero cittadino d’Europa, consapevole delle criticità esistenti all’interno dell’UE ma ugualmente desideroso di impegnarsi in prima persona per il bene della comunità di Stati che da 70 anni garantisce pace e benessere a buona parte del continente. Una rarità in tempi in cui sembra molto più comodo attaccare gli organi dell’UE, il suo apparato tecnico-politico, insultare politici e banchieri (magari seduti comodamente davanti a un computer o spesso senza conoscere a fondo i Trattati europei e i complessi e delicati meccanismi politici alla base del funzionamento dell’Unione stessa).

Strasburgo, la città delle strade

Suscita rabbia allora – una grandissima rabbia – il fatto che un giovane con un tale curriculum, desideroso di spendersi per la comune casa europea, sia finito sotto i colpi di un coetaneo senza arte né parte, privo di qualsiasi moralità e, soprattutto, di cultura della tolleranza e della convivenza pacifica.

E suscita ancor più rabbia il fatto che la città dell’attentato e il luogo natale del terrorista sia la stupenda Strasburgo, della cui storia forse si dovrebbe parlare con maggior enfasi, soprattutto alle giovani leve, onde evitare che anche loro cadano nella trappola delle semplificazioni anti-europeiste e sovraniste. 

Strasburgo (dal tedesco straβ/burg “città delle strade”, posta in mezzo alle principali direttrici europee dai tempi del Medioevo) è il centro principale della regione francese dell’Alsazia, una terra per secoli tedesca, parte del Sacro Romano Impero, poi conquistata dal Re Sole, Luigi XIV, e in seguito passata più volte tra XIX e XX secolo dall’Impero di Germania alla Francia. Ogni paesino alsaziano conserva, tra i monumenti militari vicino le chiese, lapidi in ricordo dei caduti di tre guerre: quella franco-prussiana del 1870, la Grande guerra e la Seconda guerra mondiale. Attraversata da eserciti di ogni nazionalità, per la sua vicinanza al Reno e per la ricchezza dei giacimenti di carbone, ha subito invasioni e danneggiamenti di ogni tipo.

Per i francesi nel 1914 divenne un imperativo riconquistarla; nel 1940 Hitler la invase immediatamente poiché abitata da molti tedeschi. Tutti gli alsaziani parlano perfettamente tedesco e francese, qui sorge anche la più grande comunità ebraica di Francia. E’ sufficiente attraversare un ponte in bicicletta o in auto per ritrovarsi a Kehl, piccola cittadina del Baden al di là del Reno. Tra Strasburgo e Colmar, in un bellissimo villaggio medievale dal nome tedesco, Kaysersberg (“montagna dell’Imperatore”) è nato il dottor Albert Schweitzer, uno dei più straordinari uomini di tutti i tempi e premio Nobel per la Pace nel 1952. 

E’ chiaro dunque perché la settima città (per abitanti) francese fu scelta come sede di una importante istituzione europea. A influenzare la scelta fu il suo ricco e contrastato passato. Contesa per secoli tra Francia e Germania, la scelta della città alsaziana come capitale politica dell’Europa doveva simboleggiare la ritrovata unità europea.

Da paese devastato dai bombardamenti l’Alsazia seppe infatti risorgere grazie al turismo, alla caparbietà e allo spirito imprenditoriale dei suoi abitanti (che oggi producono anche pregiatissimi vini sulle colline tra i Vosgi e il “grande padre” Reno), proprio come il Trentino, la regione da cui proveniva Antonio. Oggi francesi e tedeschi non solo non si combattono più, ma rappresentano i cardini della democrazia e della tolleranza europea. 

L’ultima vittoria di Antonio

Cosa può insegnare allora il sacrificio di Antonio? Qualcuno dirà che è necessario cacciare gli stranieri dall’Europa! Anche quelli che vi sono nati e che sono dunque, in nome del diritto europeo, cittadini a pieno titolo dell’UE. 

Non sono assolutamente d’accordo. Credo invece che la morte di Antonio debba spingere ognuno di noi a riflettere su quanto di buono abbia prodotto l’esperimento europeo (unico nella storia mondiale, sino ad ora), tralasciando gli aspetti perfettibili che pure permangono. 

Tra Antonio e Cherif Chekatt (ed i sostenitori della cultura della morte) è Antonio l’assoluto vincitore, colui che con l’esempio della vita e dei suoi ideali può insegnarci qualcosa di duraturo e profondo.

Possa essere il suo sacrificio un simbolo positivo per tutti i giovani europei, quei giovani avidi di cultura e conoscenza, secondo il più genuino spirito schweitzeriano della tolleranza e del “rispetto della vita”.