Abbiamo solo spostato il filo spinato (di E. Ferazzoli)

Il filo spinato che recintava Auschwitz ha solo cambiato posizione. Sono passati 74 anni dall’apertura di quei cancelli eppure l’Europa che oggi ricorda, dimostra di non aver imparato nessuna lezione.

Elisa Ferazzoli
Elisa Ferazzoli

Giornalista in fase di definizione


Oggi è il Giorno della memoria. Il giorno in cui l’Europa affronta il ricordo della persecuzione e dello sterminio, volontario, programmato e congiunto, del popolo ebraico.

27 gennaio 1945. Quando quel giorno i soldati dell’Armata Rossa varcano i cancelli di Auschwitz vi trovarono 7000 superstiti, tra cui i molti bambini usati come cavie per esperimenti medici. E montagne di cadaveri, capelli, scarpe accatastate. A voler essere più precisi, gli esseri umani che lasciarono la vita in quel campo furono all’incirca un milione.

Tutti conoscono Auschwitz, tutti sanno cosa accadde in quel lager come in altri. Non esiste un cittadino europeo che non lo abbia studiato a scuola. Impossibile per chiunque ignorare le conseguenze prodotte dalla deriva lucida e macabra dell’intelletto e dell’animo umano. Una vergogna indelebile nella storia contemporanea d’Europa, presunto baluardo di civiltà, progresso e superiorità culturale.

Ricordare è l’unico modo che si ha per scongiurare il rischio che la storia si ripeta. Eppure il rischio più grande e mai scongiurato dall’uomo è proprio quello di non riuscire ad imparare nulla dalla storia, di ridurre il tutto ad una sterile celebrazione o di banalizzare una commemorazione attraverso una retorica del ricordo priva di qualsiasi aggancio con il presente. 

Al cospetto della storia, si rischia di far la figura dello scolaro che conosce a memoria la lezione ma che in verità non ha imparato nulla dalle pagine lette.

Tutti ricordano quel filo spinato. Perimetro di Auschwitz e dei tanti lager europei. Confine che ha racchiuso anni di orrore, limite fisico alla libertà, strumento di morte per chi si trovava a scegliere tra morire sbranato dai cani o trafitto dal quel filo di ferro. Un gioco dell’orrore, il passatempo di SS talmente annoiate da tutta quella disumanità da avvertire il bisogno di desiderarne di più. A volte le guardie sceglievano un prigioniero a caso, lo facevano posizionare tra il filo spinato ed un pastore tedesco e lo guardavano “preferire” una delle due morti.

Ciò che fa inorridire è l’annullamento di ogni forma umana di dignità in un’Europa già avanguardia nel riconoscimento di tali diritti. Perché non è detto che per smettere di vivere si debba necessariamente cessare di respirare. Diventare numeri, un problema da risolvere, un argomento scomodo e al tempo stesso noioso. Fu questo ad uccidere come non era mai accaduto prima.

Sono passati 74 anni dall’apertura di quei cancelli eppure l’Europa che oggi ricorda, dimostra di non aver imparato nessuna lezione. Rimanere indifferenti di fronte al dolore di un popolo. Per paura di esporsi, per convinzione, per il banale disinteresse che spinge molti uomini a non sentirsi colpevoli o quantomeno coinvolti da ciò che non li riguarda direttamente.

Quel filo spinato ha solo cambiato posizione.

Piazzato ai confini dell’Europa, non più recinto ma barriera di protezione, tenta ogni giorno di fermare l’esodo forzato di profughi siriani.

Vecchie dinamiche, nuovi protagonisti.

La fuga via mare non ha bisogno di filo spinato, basta chiudere i porti e sperare nel mare grosso. Abituarsi a dormire tranquilli e coltivare la speranza che i lager libici riescano a tenerli lontani. Di chi abbiamo paura?

Numeri,  problemi da risolvere, argomenti scomodi, noiose conversazioni. Non uomini. Cosa ci rende diversi dai carnefici di coloro che oggi ricordiamo?

Perché la storia non è mai uguale a se stessa. La storia si ripete nascondendosi e camuffandosi con alibi sempre diversi.

Come quelle coscienze che mentre oggi versano lacrime per ciò che accadde in quei campi di concentramento e si sorprendono di tutto quell’odio e quella indifferenza, nella vita di tutti i gorni tirano lunghi sospiri di sollievo ogni volta che qualcuno innalza un filo spinato per tenere al sicuro la “civiltà europea”.

Perché il passato si può commemorare. Il presente invece no. Salvo stabilire in futuro una data per farlo.