I bambini che comandavano la Sciurarella (di F.Dumano)

di FAUSTA DUMANO
Scrittrice e insegnante
detta ‘Insognata’

 

 

Ricordi in bianco e nero… sicuramente è domenica, lui è elegante, la signora si riposa con le buste della spesa… Guarda a che distanza poggia la borsa, ah sicuramente quei quattro soldi non sono nella borsa ma sono ben custoditi nel fazzoletto tra le tette. Mancano nella foto i protagonisti, i proprietari assoluti della ‘Sciurarella” i bambini, i ragazzini…

 

Ci troviamo vicino l’ex chiesa di San Carlo. Dalla sinistra si prosegue per il colle, a destra via aquila romana, la via vecchia. Per correttezza diciamo che, ricordi in bianco e nero, io la chiamavo ”sciuvarella” è l’ amico e professore Saverio Zarrelli che mi ha insegnato a dire la sciurarèlla. Con una chicca: la sciurarella è citata per la prima volta in un documento conservato nell’ archivio di Sant’Andrea del 11 giugno del 1709 ed è stata completata nel 1727.

 

La sciurarella è un gioco antico. Scivolare, scendere velocemente la parte liscia, jeans consumati, gambe e braccia spesso sbucciate, a volte dolore, ma rigorosamente vietato piangere in pubblico.

 

La sciurarella, ricordi in bianco e nero, . , che negli Anni 70 era proprio li vicino, all’ingresso di via Aquila Romana. Ovviamente la mattina era un gioco prevalentemente maschile, con i nostri grembiulini bianchi eravamo ”impedite”.

 

Sono stata la regina della sciurarella, la più sbucciata della mia generazione. Ricordi in bianco e nero rigorosamente jeans… le ragazze solo quelle olandesi, un tempo di casa ad Arpino ”osavano” la sciurarella con le minigonne. Poi sono arrivati gli scivoli al viale Belvedere, poi sono cambiate le mamme, poi sono cambiati i bambini. È cambiato il modo di giocare e ogni volta che passo cerco con la sguardo qualche bimbo su quelle scale.

 

Poche sere fa ad Arpino, complice un cuba libre con delle mie amiche, abbiamo fatto ”la sciurarella”, chi vorrà lo confessi, anche da grandi al femminile la sciurarella è un gioco emozionante. E l’ abbiamo dedicata a Jole, la bidella che urlava, maledetta poesia del dialetto che non so ”le dic a mammeta e te da gli riest…”.

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Foto: Archivio Piero Albery, tutti i diritti riservati all’autore
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