Berucci, quando il Cesanese si sposa con l’arte (Nunc est bibendum)

Foto: Susanna Foresti

Massimi-Berucci è un pezzo della storia del Cesanese. Ma ci sono tanti aspetti sconosciuti. Il vino talvolta si incontra con l'arte. E allora... nascono grandi capolavori: per la cantina e per le pinacoteche

Marco Stanzione
Marco Stanzione

Non invitatemi mai a bere...

Se c’è una cosa che mi spinge a raccontarvi le storie di vignaioli è sicuramente la curiosità: sono una persona estremamente curiosa, quando le cose mi interessano devo sapere tutto. Quando una cosa non mi interessa cado puntualmente dalle nuvole, sono capace di non accorgermi di un asteroide caduto a dieci metri da me. La curiosità muove la mia spasmodica voglia di condivisione; succede per esempio quando parlo di viaggi o di musica, riesco a stare ore senza parlare poi quando mi fanno una domanda su una capitale europea ecco che “attacco il pippone” letterlamente e sono capace di parlare per ore di castelli, tramonti, mercatini, street food ecc…Parlare delle cose che hanno destato la mia curiosità mi rende felice, e se è vero che “happiness is real only when shared” (grazie sempre Alex Supertramp!) allora oggi condivido con voi la storia di Maria Ernesta Berucci e dei suoi vini. 

Sulla via del Cesanese

E’ stata dunque la curiosità a portarmi a Piglio, centro nevralgico della Strada del Vino Cesanese per raccontarvi questa straordinaria realtà. Cesanese, DOCG, vini di ottima qualità…

Cosa mi ha spinto a chiamare Maria Ernesta? In primis il cognome, chi conosce un po’ la storia del Cesanese non può non sapere dei celeberrimi vigneti Massimi-Berucci: si narra che i Massimi siano stati i primi a piantare uve Cesanese nella zona già nel 1400, la tradizione secolare si è tramandata fino ai decenni scorsi; negli anni ’60 Manfredi Berucci, padre di Maria Ernesta, ha rilevato i terreni e riportato a nuova luce sia i vigneti sia le antiche residenze della famiglia Massimi.

Il vino prodotto dai vigneti Massimi – Berucci è diventato negli anni una garanzia ma…ma la storia non finisce qui. Il presente attrae la mia curiosità perchè oltre il cognome Berucci c’è anche la scritta “Azienda Agricola Vitivinicola in Olo Omeopatia“. Lo ammetto, non avevo la più pallida idea di cosa significasse quella scritta, quindi ho alzato la cornetta e ho chiamato, ho preso un appuntamento e mi sono messo in macchina.

Ad accompagnarmi oggi c’è Onofrio, ex coinquilino ai tempi dell’università; oggi Onofrio vive in Irlanda e spesso legge i miei articoli sui vini laziali e gli prende la “Saudade Ciociara”. Sceso in Italia per qualche giorno ho deciso di portamelo in giro per cantine, così magari si riporta in Irlanda un promemoria! (si…quella pubblicità del vino cartonato era geniale!)

Olo-Omeopatia

Cosa vuol dire dunque viticoltura in Olo-Omeopatia?  A spiegarmelo è Geminiano, geologo e marito di Maria Ernesta, che mi accoglie in cantina: “Olo-omeopatia, termine coniato da Radko Tichavsky, non e’ altro che omeopatia applicata alle piante, ovvero agro-omeopatia, ma con una visione sistemica piu’ che sintomatica delle problematiche agronomiche.” Il mio sguardo è quello di una persona estremamente interessata ma se fossi un cartone animato in questo momento avrei la classica nuvoletta che parte dal cervello con l’immagine di Carlo Verdone/Mimmo che, occhi sgranati verso l’alto, esclama : “In che senso?”

Ma Geminiano è paziente ed estremamente appassionato, mi rispiega i concetti e cerca di semplificarmi la metodologia senza andare troppo nel tecnico, e qui traspare in lui un amore spasmodico per la natura, per la terra, per le piante. Piante che sono le protagoniste principali di questa tecnica vitivinicola, la natura che comunica, che parla, che lancia messaggi, che stimola. L’essere umano non deve fare altro che “raccogliere” i prodotti dell’interazione tra le piante e ridarli alle piante stesse, in vigna.  

Il metodo olo-omeopatico permette il controllo e gestione dei processi vitali in agricoltura attraverso l’applicazione di sostanze naturali altamente diluite ottenute con successivi processi di diluizione e dinamizzazione dei principi attivi utilizzati. Parassiti e patologie vegetali di varia origine e natura vengono gestiti tramite la stimolazione della naturale resistenza gia’ presente nel sistema agrario. La stimolazione delle difese endogene delle piante le rende piu’ resistenti agli stress ambientali come il gelo o la siccita’.”

La domanda sorge a questo punto spontanea, non ci vuole il doppio del tempo anche rispetto alle metodologie biodinamiche?

All’inizio si ma poi il lavoro diventa automatico e si iniziano a conoscere meglio anche i tempi delle piante, che vanno assolutamente rispettati e non interrotti; in definitiva il metodo olo-omeopatico risulta efficace nella risoluzione di problemi agronomici, al contempo soddisfa i tre pilastri della sostenibilita’. Conviene a livello economico, una goccia o un granulo di rimedio omeopatico possono infatti bastare per realizzare decine di litri di formulati, fa bene all’ambiente perchè si fa a meno di formulati chimici come fertilizzanti, pesticidi ecc… e fa bene anche al sociale perchè produce alimenti privi di sostanze tossiche.”  

Nel frattempo arriva Maria Ernesta, mette su un vinile di De Andrè e ed inizia a stappare qualche bottiglia; l’abbinamento musicale questa volta lo ha fatto il vignaiolo stesso..ed è perfetto!

Raphael Passerina del Frusinate

Iniziamo con un bianco, in anteprima Maria Ernesta ci fa assaggiare la fresca fresca imbottigliata Passerina del Frusinate “Raphael” 2018, un vino di estrema piacevolezza e bevibilità: vinificata in serbatoi di cemento, fermentazione spontanea partita dopo 24 ore, Raphael è un vino non chiarificato e non filtrato, si presenta al calice giallo paglierino, al naso è intenso e abbastanza complesso, risaltano da subito i profumi varietali, sentori erbacei e frutta gialla, in bocca è secco, abbastanza sapido e fresco. Piacevolissime le note minerali, un vino che può accompagnare antipasti ed aperitivi, carni bianche e fritture di pesce.

Piccola curiosità, Raphael è il nome dell’artista che ha disegnato l’etichetta, Antonietta Raphael Mafai pittrice e scultrice molto conosciuta negli ambienti capitolini, donna che ha esposto le sue opere in tutto il mondo. Pochi anni prima della sua morte partecipò ad una mostra per bozzetti di etichette organizzata proprio da Manfredi Berucci nelle tenute Massimi: la Mafai fece sei acquerelli e li regalò a Manfredi che non li usò mai. L’idea di utilizzarli per le etichette venne proprio a Maria Ernesta dal 2014 in poi.

Mola da Piedi 2018

Mola da piedi è un Cesanese del Piglio in purezza che nasce in una vigna situata a Piglio proprio in contrada Mola da Piedi. Essendo una vigna molto piccola, la resa è molto bassa e le bottiglie prodotte sono pochissime.

Mola da Piedi però richiama anche il modo con il quale viene lavorata l’uva: raccolta a mano e pressata rigorosamente con i piedi in un tino di legno e lasciata fermentare a tino aperto dopodichè affinamento, una parte in damigiana e l’altra in anfora. Per i restanti mesi in bottiglia viene assemblato insieme.

Ne deriva un prodotto che, nonostante sia nato da poco ha già caratteristiche ben definite: è un vino assolutamente non facile, ho avuto bisogno di due/tre sorsi per iniziare a capirlo, perchè all’inizio è un po’ “scorbutico” ma poi ti conquista piano piano. Al naso mi colpiscono subito anche qui i profumi erbacei e di sottobosco, si avvertono leggermente humus e foglie secche, sicuramente gli aromi di frutta rossa, in bocca è secco e abbastanza morbido, tannino non invadente e una bell’acidità, ancora poco elegante ma sicuramente ben strutturato e dal buon corpo.

In cantina ho anche acquistato una bottiglia per poterlo assaggiare di nouvo tra un anno almeno, quando sarà più maturo…speriamo di riuscire a resistere! 

L’Onda 

Il prodotto che più mi ha colpito è senza dubbio l’Onda, annata 2017: Cesanese del Piglio Superiore DOCG  è un vino che mostra tutto il potenziale di questo grande vitigno.

Affinato in Tonneaux di rovere francese per 13 mesi, questo vino risente molto dell’annata calda, il titolo alcolometrico è di 16°, nonostante ciò è estremamente equilibrato. Rosso rubino tendente al granato al naso è intenso e complesso, sprigiona tutti gli aromi fruttati tipici del vitigno: amarena, ciliegia matura, note balsamiche e tostate. In bocca è caldo, estremamente elegante ed avvolgente, leggermente amarognolo il finale e questa è una cosa che a me piace tantissimo. 

Buona acidità e persistenza, un vino da abbinare a piatti strutturati, da ricercare nella cucina locale e in generale in quella del sud Italia: carni rosse alla brace, abbacchio al forno, fettuccine al ragù, formaggi stagionati…non stona però nemmeno con un bel tagliere di salumi poco grassi e speziati, oppure con della Porchetta di Ariccia, come lo snack che abbiamo fatto in cantina con Maria Ernesta e Gimignano. Come dico sempre, con la semplicità vai sul sicuro!

Io e Onofrio ci congediamo da Maria Ernesta e Geminiano consapevoli di aver passato una bella mattinata e di aver imparato qualcosa di nuovo ed estremamente affascinante, ma non prima di aver strappato loro una promessa: alla prossima vendemmia ci chiameranno per pigiare l’uva con i piedi! Si, voglio fare la danza di Celentano!

*

Recensione a cura di Marco Stanzione, sommelier di Officine Sannite