Le bugie sull’acqua di Cassino non hanno più gambe lunghe

Le bugie hanno le gambe lunghe e portano lontano. Ma solo per un po’.

Quando finisce la campagna elettorale, esaurito il loro compito di far sognare la gente, le bugie tornano ad avere le gambe corte. Lasciando tutti di fronte alla realtà.

Così è andata anche per il caso dell’acqua a Cassino.

Sui palchi delle scorse elezioni comunali, tutti i candidati sindaco hanno sparato bugie spaziali. Tanto Carlo Maria D’Alessandro e tanto Giuseppe Golini Petrarcone. Tutti e due sapevano di mentire. Erano consapevoli che per mantenere il controllo degli acquedotti cittadini sarebbe servito solo un miracolo. E si sono aggrappati all’ultima cosa che gli era rimasta: la speranza.

L’hanno spacciata sui palchi. Forse dicendolo pure in maniera corretta. Illudendo però la gente. Dando l’impressione di avere una strategia con la quale salvare l’acqua, gli acquedotti, gli impianti e pure le bollette che a Cassino si pagano a prezzo politico.

Che non ci fosse la minima speranza di mantenere in mano pubblica il controllo dell’acqua lo sapeva pure uno studente al primo anno di Giurisprudenza.

Perché c’è un dato sul quale tutti fanno finta di niente. Ed è che il Comune di Cassino ha perso la causa con Acea ormai da anni. L’ha persa due volte. Sia in primo grado che in appello.

Se il Comune si sia difeso bene o male di fronte al Tribunale Amministrativo Regionale ed al Consiglio di Stato, se abbia dimenticato di portare qualcosa o abbia detto tutto ai giudici, sono fatti che ora non interessano. Il fatto incontrovertibile è uno solo: il Comune di Cassino ha perso da anni la guerra giuridica con Acea.

Ma allora cosa blateravano sui palchi i vari candidati sindaco? Perché dicevano che bisognava ancora andare dai giudici?

Le udienze che si sono succedute in quest’ultimo anno sono giudizi di ottemperanza. In pratica: la Pubblica Amministrazione non ottempera (non rispetta) una sentenza perché dice che non gli è chiara. E allora il giudice che l’ha emessa gli deve dire come ottemperare. Ma non si rimette in discussione un bel niente.

Carlo Maria D’Alessandro ci ha provato in tutti i modi. Ha provato ad introdurre nuovi elementi di valutazione, ha impugnato ogni cavillo ed ogni dettaglio. Al punto che i giudici si sono scocciati. E nell’ultimo provvedimento hanno scritto con chiarezza che stava attuando una tattica surrettizia. Insomma che stava mettendo in campo dei pretesti solo per perdere tempo. Lo hanno accusato di essersi reso protagonista di «una elusione del giudicato, che si realizza allorquando la Pubblica Amministrazione, pur provvedendo formalmente a dare esecuzione alle statuizioni del giudice, persegue l’obiettivo sviato di aggirarle dal punto di vista sostanziale».

I magistrati sono arrivati addirittura ad ipotizzare un “comportamento surrettizio con cui fare in modo che restasse in piedi l’illegittima condotta del Comune”. E cioè, non trasferire gli impianti e soprattutto la gestione del servizio idrico. (leggi qui)

Per questo lo hanno segnalato alla Procura di Cassino ed alla Corte dei Conti.

Sia chiara una cosa. Se avesse vinto le elezioni Peppino Petrarcone, non avrebbe potuto fare molto di più. Si sarebbe attaccato ad altri cavilli, avrebbe percorso altri sentieri sottilissimi del Diritto. Ma gli esiti sarebbero stati gli stessi. Perché la causa è perduta da due anni: la sentenza definitiva è del 2015.

L’Ordine del Giorno firmato l’altra sera per calmare la gente è solo carta. Che non produce nessun obbligo giuridico. E che non potrà ridare l’acqua a Cassino in alcun modo.

Siccome non siamo candidati, almeno questo possiamo avere la libertà di dirlo.

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