Buona domenica, Umberto: purtroppo profeta

Nella sua stanza in via Solferino al Corriere della Sera, il grande cronista Orio Vergani negli anni Sessanta trascorreva almeno dieci ore al giorno. Lì, su una scrivania affollata di tazzine da caffè che si colmavano di cenere e mozziconi con lo scorrere della giornata, Vergani amava scrivere di getto gli articoli più importanti, aspettando magari fino all’ultimo momento l’intuizione giusta, la frase più adatta, quella brillante. Scriveva senza mai staccare la penna dal foglio, con una grafia che si faceva sempre più larga, tanto che l’ultima riga conteneva al massimo tre parole. E a mano a mano che le completava, un fattorino correva a portarle di sottoin tipografia.

Nel suo bugigattolo alla redazione di Frosinone de Il Tempo, in un vicoletto che è un rivolo di piazza De Mattheis, Gianluca De Luca invece accendeva una delle sue innumerevoli Rothmans: rosse o blu dipendeva solo da quale pacchetto gli capitasse prima tra le mani. E scriveva senza mai staccare lo sguardo dai caratteri ocra del computer fine Anni Ottanta, senza grafica e con un solo colore oltre al nero di sfondo, mentre dall’altra stanza l’urlo del telecopier scandiva la trasmissione a Roma, riga per riga, della foto destinata alla pagina, attraverso un primordiale sistema dal quale sarebbe poi derivato il telefax.

A Corso della Repubblica, nella parte alta di Frosinone, nella sua stanza imperiale in fondo ad una redazione che in quegli anni arrivava a contare anche dodici persone tra giornalisti, praticanti, collaboratori fissi, abusivi più o meno ufficiali, il tirannico Luciano Di Domenico dopo avere ‘chiuso’ tutte le pagine si concentrava sulle poche righe di commento che ogni tanto si concedeva: mai più di quindici, meglio se dodici: distillato di vetriolo, le più lette di tutto il giornale.

Non so come scrivesse i suoi editoriali Umberto Celani, il mitico fondatore di Ciociaria Oggi e poi de La Provincia Quotidiano: pietre miliari nella storia del giornalismo di questo territorio. Ma come gli articoli di Vergani, quelli di De Luca, il distillato di Di Domenico, gli editoriali di Umberto (all’epoca si chiamavano ‘fondi’) erano una bussola con la quale orientarsi in un mondo che spesso i lettori non comprendono e allora si aggrappano a noi per capire.

Ogni direttore deve avere la capacità di individuare una rotta tra le nebbie in cui è immersa la società che lo circonda. Umberto vide anche il futuro della sua ultima creatura, La Provincia. Negli ultimi giorni profetizzò che lo avrebbe seguito presto e non gli sarebbe sopravvissuto molto di più. Non so se La Provincia Quotidiano tornerà in edicola. Ma non sarà la stessa Provincia se in quelle pagine mancheranno le firme dei suoi giornalisti storici, se a scrivere gli articoli non saranno‘i miei ragazzi’: ai quali Umberto ha dato una vita professionale e per i quali ha dato ogni sua energia fino a quando ha avuto vita.

Il blog Alessioporcu.it nacque al termine di un giro di consultazioni con i direttori dei giornali locali. Quelli in servizio e quelli del passato. Il viatico più convinto arrivò proprio da Umberto Celani: con un soffio di voce, ma il tono imperioso da ufficiale che parla alle truppe, sentenziò «Vai avanti perché è il giornale che fonderei io se avessi l’età tua». Anche per quel consiglio noi oggi siamo qui. Pensiamo che sia giusto ricordare Umberto provando ad aprire qui una cosa che ricordi la sua stanza, il suo appuntamento settimanale con i lettori: si intitolava semplicemente ‘Buona Domenica’. Il nostro sarà uno stanzino: l’autorevolezza di Umberto, di Gianluca, di Luciano, non si costruisce in pochi anni. Ma i 31 di professione finora accumulati iniziano ad essere abbastanza per permettersi di aprire un tinello.

***

Il Frosinone ieri ha pareggiato al Braglia di Modena contro il Carpi. Martedì sera, sarà in casa contro il Pisa. L’ultima volta che ha giocato al Matusa, Ciociaria oggi in prima pagina titolava ‘Il Frosinone vince, la città perde’. Lo stadio Matusa e tutto ciò che accade in pieno centro durante le gare casalinghe dei canarini sono l’emblema di una città che non riesce ad uscire dalle sabbie mobili nelle quali è impaludata da decenni. Non c’è da stupirsi: quando Memmo Marzi divenne sindaco – e non era nell’Ottocento – mancavano ancora il gas in buona parte del capoluogo, la rete delle fogne non raggiungeva alcune zone in periferia. Da allora la squadra di calcio, nella mani di un colossale sognatore dalle caviglie d’acciaio, è tornata in Serie B dopo una dignitosa sgambata nella massima serie Nazionale. Ma lo stadio Matusa è ancora lì, testimonianza dei ritardi e dei limiti di una città e della sua mancata crescita. Il nuovo stadio Benito Stirpe è dietro l’angolo e se tutto andrà bene le sue zolle inizieranno ad essere rivoltate ad inizio anno. Ma i problemi di Frosinone resteranno al loro posto: con o senza stadio. E ci resteranno per secoli se Nicola Ottaviani ed i suoi successori non inizieranno a pensare che il mondo si è accorciato: lo sviluppo di una città non si può pianificare senza una visione d’insieme con le altre vicine: il lavoro del migliore urbanista che Frosinone possa sognare di opzionare si schianterebbe sulla Monti Lepini o al bivio Brunella se quel progetto non coinvolgerà anche i territori confinanti. Occorre un salto nel futuro. Ed il coraggio per compierlo: occorre abbattere gli steccati dei confini che oggi ci sono tra i Comuni, le rivalità di campanile. Se non si inizia a gestire i servizi ed a pianificare la crescita coinvolgendo Frosinone, Ceccano, Ferentino, Patrica, Supino, come se fossero un unico agglomerato non si uscirà dalla palude. O si pensa in grande o si resta piccoli.

Si rischia insomma di accontentarsi. E gioire perché siamo stati riconosciuti Area di Crisi Complessa. In tanti lo hanno fatto. Inviando alle redazioni pietosi comunicati stampa: il 90% delle dichiarazioni fatte dai nostri politici dichiarava un bel nulla di concreto, dimostrando la loro scarsa conoscenza dell’argomento, affidandosi a vuote frasi di circostanza come «è una grande opportunità per il territorio». Intanto sarebbe stato meglio avere fondi con cui stimolare la crescita e non per far tirare a campare: c’è una bella differenza tra una scatola di aspirine ed una di vitamine. A noi ci sono toccate le aspirine perché siamo ufficialmente disastrati. Le vitamine avrebbero tolto l’ultimo alibi a quelli che pensano di essere imprenditori. Perché in provincia di Frosinone non è vero che manchino i soldi: le banche ne sono piene ed a prezzi mai così bassi. Mancano invece gli imprenditori, intesi come quelli che hanno un’idea industriale seria e sanno come realizzarla. Altrimenti una delle creature di Umberto Celani non sarebbe finita fuori dalle edicole. Tolti i pochi industriali degni di questo nome (basta una mano per contarli tutti e ciascuno di loro sa benissimo dove trovare il capitale per realizzare i progetti) gli altri si nascondono dietro al pretesto che mancano i finanziamenti pubblici per sostenere la crescita. In realtà non rispondono all’appello perché sono cresciuti nella cultura del ‘fondo perduto’ del ‘prendi i soldi, fai il capannone e fuggi’.

E quei tempi sono finiti. Così come sono finiti i tempi delle chiacchiere con Acea. La multiutility romana ha presentato le sue carte: sono un nuovo chiaro atto d’accusa nei confronti dei sindaci, colpevoli di avere raddoppiato le bollette con i loro ritardi e con la loro incapacità di leggere le norme che approvano. Soprattutto quella che ha introdotto il sistema dei conguagli, al quale la sola Alessia Savo e pochi altri si opposero. Ci avviamo ad un nuovo bivio. I sindaci devono decidere cosa fare del contratto che ci lega al gestore: un documento che negli anni Novanta hanno voluto ed approvato loro (o i loro colleghi). Prima ancora però dovranno dire se Acea ha ragione oppure torto. Nel primo caso bisognerà mettersi a tavolino e fare i conti di quanto costerebbe ai cittadini (pagano sempre loro) la risoluzione della convenzione. In quanto tempo si potrebbe arrivare alla fuoriuscita del gestore. E poi sarà necessario fare una nuova gara, alla quale Acea (uno dei maggiori colossi europei nel settore) parteciperà. Se dovesse vincere si concretizzerebbe il “suicidio “ perfetto: la società incasserebbe diversi soldi per l’uscita e poi tornerebbe in sella.Se invece i sindaci dovessero ritenere che Acea potrebbe avere ragione allora non perdano altro tempo. I loro errori ed i loro tentennamenti ci sono costati già abbastanza, una buona fetta delle salatissime bollette che paghiamo sono il risultato di quei tentennamenti. Una decisione, per favore: chiara e possibilmente condivisa, se ne siete capaci. Per il bene del territorio.

Buona domenica, amici.

error: Attenzione: Contenuto protetto da copyright