Buschini, tra San Sebastiano ed il portabandiera

Il documento politico con il quale Mauro Buschini rompe il silenzio dei big Pd in questa campagna elettorale. Rischia di diventare un bersaglio mobile. Ma così scommette sul ruolo di portabandiera

Rompe il silenzio. Lo fa in maniera ufficiale. Solleva la bandiera del Partito Democratico e scende in campo. Per mandare un segnale ai sindaci ed agli amministratori, soprattutto quelli che si sono visti poco finora in questa campagna elettorale. Confusi, disorientati, travolti da un’ondata di polemiche nelle quali c’è nulla di politico, nulla di amministrativo. Voci di polizze pilotate ed incarichi agli amici: dei quali finora però non s’è trovata traccia.

È per questo che Mauro Buschini ha scelto di rompere il silenzio, sollevando la bandiera del Pd. Dicendo che nel Lazio il suo Partito è una comunità composta da migliaia di persone che in ogni caso con quelle polemiche e quei veleni non c’entrano.

Rischia di fare la fine di San Sebastiano, diventare il bersaglio mobile della polemica: ha scelto di giocarsi la partita e se resta in piedi è il portabandiera.

Le due visioni

Il Coordinatore della Maggioranza che governa la Regione Lazio rompe il silenzio dicendo che «In questa campagna elettorale si stanno confrontando due visioni dell’Italia molto diverse: su economia, diritti civili, libertà, inclusione sociale, ruolo e posto delle donne nella famiglia e nella società».

Ricalca lo schema usato in queste settimane da Enrico Letta: il rosso ed il nero; le due tesi messe in contrapposizione. «Da una parte il Pd con Enrico Letta e la nostra alleanza di centrosinistra. Dall’altra il centrodestra guidato da Giorgia Meloni. Non un centrodestra riformista e moderno ma questo centrodestra. Da una parte il si convinto all’Europa e all’atlantismo, dall’altro il continuo ammiccare a nazionalismi insofferenti verso l’Unione europea».

L’intervento prosegue mettendo a confronto le posizioni dei due blocchi: su Europa, transizione ecologica, lotta ai cambiamenti climatici.

Le accuse dal passato

Mauro Buschini

Poi «Il ricordo della destra al Governo, l’ultima esperienza di Silvio Berlusconi con lo spread fuori controllo, è ancora vivo nella memoria di molti. E poi ancora, le politiche sull’immigrazione attuate da Matteo Salvini, le idee sui diritti, sul concetto di famiglia, sulla scelta delle donne in merito all’aborto. Non abbiamo dimenticato nulla».

Per Mauro Buschini il voto del 25 settembre è un referendum «tra chi vuole tornare al passato e chi intende andare avanti nell’alveo dell’Europa e del futuro».

Punta il dito sulla campagna del centrodestra. Dice che «c’è il tipico atteggiamento a metà tra l’autocommiserazione e la macchinazione della Destra. Fa parte del loro Dna, non hanno soluzioni ai problemi reali e allora si “inventano” falsi nemici».

Verso le Regionali

Zingaretti e Buschini

Inutile nascondersi. Un minuto dopo la pubblicazione degli exit poll inizierà la campagna elettorale per le Regionali del Lazio. C’è l’erede di Nicola Zingaretti da individuare. Buschini c’è stato per entrambe i mandati: nel primo è stato assessore, nel secondo è stato capogruppo del Pd e poi Presidente del Consiglio Regionale, si è dimesso al primo sospetto ed è tornato in pista solo dopo che i giudici hanno assolto il sindaco di Allumiere con formula piena.

«La destra dovrebbe sempre avere in mente quello che ha rappresentato il governo Zingaretti in questi ultimi dieci anni. L’uscita dal commissariamento della Sanità, che ha ‘liberato’ risorse e professionalità, rappresenta il miglior biglietto da visita dell’ottimo lavoro svolto dal centrosinistra. A questo risultato, vanno sicuramente aggiunti gli interventi portati a termine con successo per fronteggiare gli ultimi due anni e mezzo segnati di pandemia, che ha totalmente stravolto la vita di un Paese ma anche le politiche sociali, quelle a sostegno delle donne e delle famiglie».

Non gioca in difesa. Va all’attacco. Mette a paragone la sanità disegnata da Zingaretti e quella delle Macroaree del centrodestra guidato da Renata Polverini. Sotto la quale ci fu «la chiusura dei piccoli ospedali e tutto quello che ne è conseguito. La differenza tra il centrosinistra e la destra sta nei programmi: noi li abbiamo e li attuiamo. Loro invece puntano tutto sulla demagogia e sul populismo. Li abbiamo visti all’opera al Governo dell’Italia e della Regione. Ci è bastato».

Gli alleati assenti

Roberta Lombardi (Foto: Sara Minelli © Imagoeconomica)

Il Lazio ha realizzato un modello politico nel quale sono stati insieme tutti i protagonisti del campo più largo possibile. Non è stato così sullo scenario nazionale. Per Mauro Buschini «Il Partito Democratico ha scelto la strada della coerenza. Il centrodestra e in parte il Movimento 5 stelle hanno voluto lasciare senza una guida il Paese proprio nel momento in cui si addensano all’orizzonte nuove crisi e non sono stati ancora messi in sicurezza gli importanti risultati ottenuti in termini di crescita economica e occupazione». Il passaggio chiave è l’espressione ‘in parte’ riferita al M5S: punta il dito contro il livello nazionale e lascia aperta la porta del dialogo da costruire per le prossime Regionali. E Roberta Lombardi ha già detto che dipenderà dai programmi.

Il polo di centro? «Carlo Calenda e Matteo Renzi, il Terzo Polo che rappresentano, serve esclusivamente a garantire l’elezione in Parlamento dei pochi big e fedelissimi. Per questo l’appello al voto utile di Enrico Letta è sacrosanto: soltanto il Pd rappresenta un’alternativa e un argine alla destra.

Conclude ricordando che «saranno proprio i cittadini con il loro voto a scegliere. Non i sondaggi, non le solite litanie di una destra da sempre incapace di governare».

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