L’Italia di Caporetto così tragicamente vicina ad oggi (di B.Cacciola)

In quel massacro morirono 5070 soldati partiti dalla Ciociaria o figli di emigranti richiamati, ai nostri militari sono andate 747 medaglie. Le cause di quella disfatta rendono Caporetto tragicamente contemporanea

Biagio Cacciola

Politologo e Opinionista

Sono passati esattamente 100 anni dalla disfatta di Caporetto. Località che oggi si trova in Slovenia e si chiama Kobarid nella valle del fiume che per noi e’ Isonzo e per loro Soca.

In quella battaglia, iniziata il 24 ottobre e finita il 10 novembre con l’arretramento dell’eserciito italiano sul Piave e sul Grappa, furono persi dall’Italia 40 mila soldati tra morti e feriti, 260mila prigionieri e 350mila sbandati e sfollati.

Il professor Gaetano de Angelis-Curtis, nel suo volume La I Guerra Mondiale e l’Alta Terra di Lavoro, con meticolosa pazienza ricostruisce ed elenca 5070 nominativi di caduti che risultano Ciociari per Comune di nascita, o figli di emigrati nati all’estero e già ritornati in Italia o tornati dopo il richiamo militare, nonché i figli di Ciociaria che combatterono e caddero indossando la divisa dell’esercito francese, statunitense o inglese.

Lo stesso preziosissimo volume racconta che fra caduti e reduci, sono stati 747 i riconoscimenti al Valor Militare conferiti ai nostri soldati: 245 Medaglie d’argento, 365 di bronzo e 137 Croci di guerra.

Da allora parlare di Caporetto significa parlare di catastrofe. Una catastrofe che ha, come al solito, le responsabilità nei piani alti. Ufficiali, colonnelli e generali e fino a su, al generalissimo e comandante dell’esercito Luigi Cadorna.

Se leggiamo i brevi trattatelli che aveva scritto sulla guerra ci accorgiamo di quanto uno scriteriato, completamente fuori dalle nuove visioni strategiche belliche, aveva mandato al massacro centinaia di migliaia di soldati per le famose battaglie frontali sull’Isonzo. Ragazzi che vediamo ricordati nei monumenti dei nostri Paesi e che avevano solo la colpa di essere comandati da un incapace e testardo generale, poi sostituito dal napoletano Diaz.

Per questo, in occasione del centenario della battaglia di Caporetto, lo scrittore Ferdinando Camon ha chiesto a tutte le città che hanno una strada intitolata a Luigi Cardona, di cancellarlo dalla toponomastica.

Un atto di giutizia doveroso per chiamare sul banco degli imputati non i cosiddetti ‘disertori’, poveri diavoli, che furono fucilati a centinaia, come descrive alla grande Hemingway, ma una classe dirigente che lo scrittore Giuseppe Prezzolini, già nel 1919, definiva imboscata, con gli ufficiali di carriera che mandavano a morire i loro colleghi di complemento.

Prezzolini è durissimo “la nostra borghesia, mentre usa i propri privilegi, non sente il peso dei suoi doveri“, scriveva.

È cosi che l’Italia di Caporetto appare tragicamente contemporanea.

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