Essere Gigione… o Gigione siamo noi?

Tesi di laurea, un film serissimo su di lui... eppure tutti negano di ascoltarlo o andare ai suoi concerti. Il fenomeno Gigione, il cantante che molti guardano con supponenza e che invece è il ritratto di un'Italia che ci ostiniamo a non voler capire

Monia Lauroni
Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

Chi di voi non ha mai assistito, anche pure trasportato per i capelli ad un’esibizione di Gigione? Sicuramente tutti risponderete con un solerte e sfrontato, perentorio ed infastidito “ Io No!”. Certo, perchè lo strano ometto, un po’ stravagante, mette tutti noi, gente per bene, in imbarazzo. 

Eppure Luigi Ciaravola, in arte Gigione, è l’idolo delle piazze ciociare. Ma anche della provincia romana e pontina. Non c’è sagra, non c’è festa patronale, non c’è estate, non c’è paese che non tenti di accaparrarselo per potersi poi vantare del sold out. Certo, perchè Gigione, a modo suo, è un fenomeno. E’ il ritratto meglio interpretato di una Ciociaria che tanti, troppi, guardiamo con supponenza e quotidianamente rinneghiamo. Oggetto di tesi di laurea, gli è stato dedicato un serissimo film documentario dal regista Valerio Vestoso (guarda qui il trailler e leggi la scheda su mymovies) Il sommario che accompagna il titolo della pellicole Essere Gigione è la sua sintesi più indovinata: “Il ritratto di un’Italia che molti guardano con supponenza non capendone quindi le pulsioni“.

Canzoni dall’esplicita allusione sessuale, altre che omaggiano Padre Pio ed altre ai Santi del martirologio cristiano. Storie di tradimenti, mogli inguardabili e mariti stanchi. Il bicchiere di vino, il dialetto a tratti incomprensibile, lo stile tarantellato, tutto mescolato ad arte. Un perfetto mix di quella roba che ci imbarazza e che allo stesso tempo, ci fa sorridere con la mano davanti a nascondere la bocca. Ed è proprio in questa combinazione di fattori, scomodi per noi, di alternarsi di sacro e profano, che sta la forza attrattiva di Luigi Ciaravola, l’uomo di spettacolo.

Il suo pubblico, ed è tantissimo, non è costituito da spettatori occasionali. Ma da appassionati conoscitori della sua discografia che quelle canzoni le cantano a gran voce, ne estraggono ritornelli che poi diventano massime di vita.  

Chissà quale vocabolo avrebbero inventato i teutonici se anche a loro fosse capitato di assistere dal vivo a un concerto di Gigione. Perché ai concerti di Gigione, se ci si guarda attorno per un momento, si finisce per essere vittima di un sentimento del tutto particolare, che solo il rigore della lingua tedesca saprebbe definire in maniera compiuta.  

Cinquantenni con la zazzera e la fascia sulla fronte, comitive che srotolano improbabili panini con la porchetta avvolti nella stagnola, fidanzatini che si fanno i selfie. Osservare da vicino l’umanità presente ai concerti di Gigione è un’esperienza esistenziale, che potrebbe essere circoscritta come “imbarazzo per interposta persona”. 

Il momento peggiore è quando ti guardi intorno e intimamente realizzi che anche tu sei parte di quella umanità. Non tanto perché anche tu hai in quel momento hai il panino o ti ritrovi a ondeggiare sulle gambe al ritmo della musica, ma perché vivi in quel mondo fatto di persone che tradiscono, nonne che pregano Padre Pio, capelli che non tengono la piega, il vocabolo dialettale che scappa almeno una volta al giorno e sempre fuori luogo. 

La scoperta è traumatica. E e preda di un impulso nichilista, finisci inevitabilmente per chiederti se tra te e la tipa al tuo fianco con la pancia che balla e le mani da muratore, davvero non ci sia alcuna differenza; così, l’imbarazzo che fino a un attimo prima provavi per interposta persona ora lo provi per te stessa, mettendo in discussione tutta la tua vita. È travaglio interiore difficile da spiegare. 

Ci riteniamo capaci di analisi e letture semantiche superiori alla media, ma poi ci rendiamo conto che se non noi, di sicuro i nostri avi, hanno vissuto le cose che cantano, con gli stessi atteggiamenti e nella stessa lingua, di quella massa di fan in canotta. 

Un po’ come quelli che votano Salvini, ma si affrettano a specificare che loro non sono razzisti e che il loro è un gesto necessario e dettato dalle condizioni disperate del momento. O quelli che dicono che tradiscono la moglie, ma lo fanno in un modo diverso dagli altri, un modo che “non è proprio tradimento vedi è una cosa difficile da spiegare”. 

Arrampicarsi sugli specchi per sfuggire all’imbarazzo quando ci si scopre come gli altri, come tutti ma proprio tutti gli altri. Quando, insomma, si guarda allo specchio la propria banalità. Ed è proprio questa la potenza diabolica assoluta di Gigione. Lui lo sa. E continua. 

La dura verità, è che, e direi per fortuna, ognuno di noi possiede al suo interno un ripostiglio in cui custodisce la propria porzione di banalità. Puoi essere il più inquieto intellettuale della Sturm und Drang, ma da qualche parte, dentro di te, accadono cose inconfessabili, cose in tutto e per tutto identiche a quelle che accadono dentro al cinquantenni con la fascia in testa o dentro la cicciona che canta sguaiata mangiando il panino con la porchetta. E che nonostante tutto ci fanno divertire. 

Proprio perchè sono lontane dal bon ton, dall’eleganza inamidata e da tutta quella serie di etichette che ci cuciamo addosso per sentirci migliori degli altri. 

E allora, ogni tanto usciamo dagli schemi, sventoliamo la bandiera ciociara e cantiamola tutti in coro ‘sta “Frosinone alè alè”. Non per tifoseria calcistica, ma per divertirci un po’. Un sorriso in più allunga la vita.