Case di mattoni e vita vissuta: il terremoto visto da qui

Cristina Tubaro

 

di MARIA CRISTINA TUBARO
Giornalista; PR & Media Relations
Blogger su MariaCristina’s World-pad

 

Ci siamo trasferiti da poco. La prima mattina nella nuova casa, al risveglio, abbiamo trovato una zanzara sul muro delle scale. Per me quasi uno scempio sul muro appena tinteggiato con quel color tortora che avevamo scelto con tanta fatica e cura dopo ben 19 prove con diversi campioni di colore.

Mio marito è intervenuto per cacciarla. E invece l’ha schiacciata e lei è rimasta lì stecchita. Una chiazzetta con le ali spiaccicate, che istintivamente abbiamo cercato di cancellare passando sul muro il polsino di una felpa, ahimé, rossa. E la chiazzetta è diventata un bell’alone rosaceo. Così il perfetto color tortora ha avuto la prima imperfezione, che mi era sembrata grave. La guardo ogni volta che scendo in cucina e con tenerezza ripenso a quella prima mattina nella nuova casa.

E pensavo a quella prima chiazzetta rosacea guardando le immagini del terremoto. Pensavo che forse lì ci sono una, due, dieci, cento altre coppie che, come noi, si sono sposate da poco e hanno ristrutturato, arredato, iniziato ad amare una casa nuova, soffrendo, magari, davanti ad una improvvisa chiazzetta rosacea su un muro appena tinteggiato. Avranno scelto i mobili con la nostra stessa cura, magari litigando anche un po’, come facciamo noi due, che abbiamo gusti così diversi.

Oggi, per quelle giovani coppie, non c’è più la chiazzetta, il muro, i mobili, il piano cucina in granito, la lavastoviglie ultimo modello regalata con la lista di nozze e la lavatrice capiente e silenziosa, il frigo grande, per essere pronti se arrivano gli amici. Niente. Solo macerie.

La casa si ama, si vive, si costruisce, non solo con i mattoni, ma con la vita di ogni giorno, con le storie che custodisce, con una piantina fiorita, col profumo di ciambellone in forno, con una cena tenuta in caldo, con una chiacchierata sul divano. E anche con una chiazzetta rosacea sul muro. Si costruisce con le parole che si dicono ogni giorno, che si urlano, che si sussurrano; con i rumori e gli odori di cui ogni casa vive e che le danno una sua inconfondibile personalità.

Non sono crollate case, ma storie intere, legami, abitudini, quei piccoli riti, profumi, odori, sapori della vita quotidiana. E’ un dolore enorme e lancinante, che, forse, non riesco neppure a immaginare. Quanti sogni, quanta speranza, quanta fiducia, stanotte, si sono persi?

Provo un certo senso di fastidio nella valanga di parole di queste ore. E lo so, è strano e contraddittorio, che io usi altre parole che si aggiungono al chiasso mediatico.

Vorrei, invece, un po’ di silenzio. Vorrei che ci si mettesse in ginocchio, di fronte ad una cosa così grande e terribile, per ritrovare il proprio cuore e, per chi crede, per pregare, come ha fatto il Papa questa mattina con una semplicità disarmante. Ma chi crede, sa che quel Rosario fuori programma ha una potenza straordinaria e che anche così, nel male, si fa strada la Grazia.

E, al tempo stesso, vorrei che continuasse quel rimboccarsi le maniche attivo e concreto che già si sta profilando in queste ore e che l’aiuto e la solidarietà non si trasformassero in un gesto meccanico, ma toccassero nel profondo i nostri cuori. Perché solo se ritroviamo, in ginocchio, il nostro cuore e solo se lo rimettiamo in gioco rimboccandoci le maniche, si potranno ricostruire pareti, sulle quali un giorno ci sarà una chiazzetta rosacea per la quale una moglie rimprovererà il marito, si potranno ricostruire case, in cui montare una cucina bella e un frigo grande, perché non si sa mai, potrebbero arrivare gli amici e dobbiamo essere pronti ad accoglierli, soprattutto ora, che abbiamo tutti toccato con mano, e con il cuore, quanto preziosa sia l’accoglienza, la solidarietà, il non lasciare soli quelli che soffrono.

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