La vittoria di Enzo Salera che impone di fare i conti dentro al Pd

Foto: © Igor Todisco

La vittoria di Enzo Salera apre un problema all'interno del Pd. Per il modo in cui è maturata. Per gli sgambetti e le trappole che ha dovuto evitare. Il confronto tra le due anime del Partito. La mediazione inevitabile. Tra Astorre e Zingaretti.

La vittoria di Enzo Salera a Cassino apre un problema all’interno del Partito Democratico. Molto più profondo dello scontro avvenuto ad urne ancora aperte e in diretta tv tra il segretario provinciale Domenico Alfieri ed il coordinatore della coalizione Danilo Grossi. (leggi qui La scomoda vittoria di Enzo Salera, sindaco di Cassino malgrado tutti). È «la fine di un sistema» come ha messo subito in chiaro il neo sindaco. È lo scontro tra due modi diversi e contrapposti di concepire il Pd.

La vittoria di Enzo Salera è innanzitutto personale. Solo in parte è riconducibile al Partito. Anzi, una parte autorevole del Pd ha fatto di tutto per ostacolarla: cercando di impedire le Primarie, poi boicottandole, successivamente tentando di far saltare la lista di Partito. L’amarezza di Salera sta in una delle prime frasi pronunciate domenica notte quando ancora il risultato stava prendendo forma: «Basta dire che per arrivare alla presentazione della lista del Pd siamo dovuti arrivare alla minaccia di convocazione del circolo cittadino, dove l’impegno preso con le Primarie non è stato rispettato. Non sono bastate le primarie ma per queste persone non sono bastate neanche le secondarie. Ma abbiamo vinto le terziarie».

È una vittoria del nuovo modello Pd: solo in parte quello Zingarettiano, inclusivo, che punta ad allargare ed aggregare. Ma soprattutto di una declinazione molto particolare: quella che sogna una ricostruzione del Partito basata sulla forza dei sindaci e degli amministratori locali. È quella declinazione che anni fa hanno tentato di realizzare nel Partito gli allora sindaci Massimo Cacciari (Venezia), Piero Fassino (Torino), Antonio Bassolino (Napoli). E che oggi viene sostenuta dal presidente della Provincia Antonio Pompeo.

Unita ai risultati del primo turno, la vittoria di Enzo Salera dimostra che c’è una netta controtendenza tra il risultato politico delle Europee e quello delle Comunali. E sono stati i candidati sindaco a fare la differenza. facendo votare per un candidato di centrosinistra quegli stessi elettori che avevano appena votato Lega per le Europee. Il successo di Simone Cretaro a Veroli (città del senatore leghista Gianfranco Rufa e dove s’è speso in prima persona Matteo Salvini) è emblematico. Cassino ne è la conferma e senza la frattura con l’ex sindaco Giuseppe Golini Petrarcone si sarebbe vinto al primo turno.

Una vittoria non del Pd di apparato ma del Pd che parte dalla base. Che va letta alla luce del risultato maturato alle scorse Provinciali di ottobre: Antonio Pompeo nemmeno lontanamente aveva i numeri per vincerle, tutti i Comuni più grandi e con il voto ponderato più pesante stavano con il centrodestra. Invece ha vinto. Per la capacità di includere i sindaci civici e coinvolgerli.

Non è una vittoria di Pensare Democratico, la componente largamente maggioritaria di Francesco De Angelis e Mauro Buschini. Non perché i due leader si siano messi di traverso: ben attenti a tenersi lontani da ogni polemica, si sono affidati ai loro uomini sul territorio. Che sono stati un fallimento. Primo su tutti lo è stato Marino Fardelli, segretario cittadino Pd per tutta la fase delle trattative: le ha gestite con il chiaro scopo di impedire a Salera la candidatura, ricorrendo a trucchi da prima Repubblica che nulla hanno da spartire con il Pd di Nicola Zingaretti.

Nella fase della composizione della lista Pd non sono mancate le sollecitazioni a Sarah Grieco, altra figura di Pensare Democratico. Al netto delle giustificazioni, la sostanza è quella enunciata dal neo sindaco: «Basta dire che per arrivare alla presentazione della lista del Pd siamo dovuti arrivare alla minaccia di convocazione del circolo cittadino».

Francesco De Angelis e Mauro Buschini pagano le scelte dei loro uomini. Se li abbiano istruiti loro ad agire così è questione che verrà definita nel confronto interno che ora sarà inevitabile.

Una fase di stemperamento non può essere evitata se c’è davvero un Pd nuovo e targato Zingaretti. E l’uomo di sintesi capace di far dialogare le due sensibilità è il segretario regionale Bruno Astorre: che invece ha indovinato tutte le mosse in questa partita. Ha disposto si celebrassero le Primarie; portato Marino Fardelli alle dimissioni; coinvolto un leader del calibro di Mauro Buschini (componente della Direzione Nazionale Pd) chiedendogli che fosse lui a sovraintenderle. Costruendo così i presupposti per poter dire: ogni mia mossa è stata condivisa con la Federazione e nessuno del Provinciale ha remato contro Salera.

Il dibattito – che una volta si chiamava analisi del voto, ma ormai i Partiti moderni nemmeno sanno che sia esistita – è fondamentale per aprire una fase differente pure nel Pd. Che dovrà prendere atto che Enzo Salera ha vinto anche perché è andato oltre i confini dei Dem. Aggregando a sinistra ma pure al centro. E risultando, soprattutto, più credibile sul piano dell’offerta politica. Rispetto a chi ha dato la sensazione di essere disposto a tutto, perfino ad una “ammucchiata” pur di evitare che Salera vincesse.

Il modello Piazza Grande di Nicola Zingaretti e Massimiliano Smeriglio impone anche di rinunciare a piccole “fette” di appartenenza per allargare il campo.

Enzo Salera lo farà vedere nella formazione della giunta.

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