Il silenzio su Cassino che ora rischia di uccidere il Pd

Una risposta qualcuno dovrà pur dargliela. Fosse pure un “andatevi a curare” o “imparate a perdere“. Qualcuno dovrà pur rispondere ad un ex sindaco della seconda città più grande nella provincia, due avvocati, un commercialista, una pattuglia di consiglieri, una sala piena di gente.

Non può restare senza risposta un’accusa precisa ai dirigenti del Partito Democratico. Contro di loro, da mesi, Cassino dice una cosa: “Le vostre strategie ci hanno fatto perdere le elezioni, le vostre scelte hanno spaccato un Partito“. C’è il delitto e c’è anche il movente. Frantumare Cassino rende più forte chi sta a Frosinone, non permette di avere il peso con cui il sud potrebbe rivendicare un ruolo nelle scelte e nei nomi. (leggi qui le accusa dalla sala Restagno)

Un’accusa alla quale da due giorni se n’è aggiunta un’altra. Se possibile, peggiore della prima. Interessi. Sia chiaro subito: leciti. Affari portati avanti insieme da personaggi di vertice dei due fronti opposti. Così di punta da arrivare ad essere uno candidato sindaco per il centrosinistra e la seconda carica in consiglio comunale l’altro che è di centrodestra. Interessi economici leciti, in una società sana: in tre anni ha moltiplicato per cinque il giro d’affari superando con abbondanza il milione di euro.

Tutto legittimo (fino ad eventuale prova contraria). Ma sarebbe come se si scoprisse che Matteo Renzi ha una società insieme a Fedele Confalonieri. Lecita, sana, capace di macinare utili di tutto rispetto. E della quale nessuno, da ambo i fronti, aveva dichiarato nulla alla città durante i comizi quando le chiedevano il voto.

Lecito. Ma politicamente inopportuno. Perché nulla vieta a due persone di unirsi per svolgere un’attività e di avere – allo stesso tempo – idee politiche diverse. Tanto diverse da essere contrapposte. E finire uno in maggioranza e uno in opposizione.

L’inopportunità è palese e diventa ambigua nel momento in cui, in totale libertà di coscienza, quella parte di opposizione inizia a votare insieme alla maggioranza. E lo diventa ancora di più nel momento in cui la maggioranza assegna a quella parte di opposizione gli incarichi di controllo destinati alla maggioranza.

Una sorta di asso pigliatutto e di maggioranza allargata. O, se preferite, di minoranza aggregata alla maggioranza.

Una risposta da Frosinone qualcuno dovrà pur darla ad una città ed una parte di Partito che da mesi sollecitava una riflessione su questo punto. Che prima ancora del voto suonava disperatamente la campanella mentre il Titanic andava in allegria a schiantarsi contro l’iceberg e c’era tutto il tempo per aggiustare la rotta.

Fosse almeno per dire “Perbacco, siamo andati davvero a schiantarci: proprio come dicevate voi“.

La cosa più grave di tutte è stata un’altra. All’interno della Sala Restagno c’erano un ex sindaco, due avvocati, una pattuglia di consiglieri, due rappresentanti di Partiti alleati, decine di elettori. E ormai nessuno di loro si aspetta da Frosinone una frase del tipo “va bene, parliamone“. O “facciamo tutti autocritica“. Perché non appartiene più al vocabolario di questo Partito Democratico. Ormai sono rassegnati al punto di dire: «La stessa cosa la stanno facendo a Frosinone con la candidatura di Fabrizio Cristofari. E’ lo stesso che hanno fatto a Ceccano ed a Sora»

Ma qualcuno dal Partito Democratico di Frosinone una risposta a queste persone dovrà darla. Altrimenti resteranno mute loro quando, tra qualche mese, qualcuno passerà a chiedergli il voto.

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