C’è puzza di Ur-Fascismo in casa nostra

Troppi segnali indicano la deriva che stiamo imboccando. Tempo fa ci venne lasciato uno strumento per riconoscere i segnali - chiave. Occorre allora una risposta. Concreta ed immediata. La stessa che vide insieme le forze antifasciste. L'apertura di Armando Mirabella

Oltre 20 anni fa, il 2 luglio 1995, su “La Repubblica” comparve la seconda parte del discorso che Umberto Eco tenne qualche mese prima alla Columbia University di New York, nell’ambito delle celebrazioni per la Liberazione dell’Europa dal nazifascismo. Eco individuò 14 elementi tipici del “fascismo eterno”: l’Ur-Fascismo.

Ne basta uno perché ci si trovi in una nuova era autoritaria, fascista. Un’era in cui esiste semplicemente un regime in cui la Costituzione non viene rispettata. Tra quei 14 punti, bene schematizzati da Mario Martino di “Derivati Sanniti”, quanta fatica facciamo, in particolare, a rintracciare oggi.

  • Il culto della tradizione. La cultura non è quindi avanzamento del sapere, ma recupero dal messaggio originario.
  • Il rifiuto del modernismo ma la difesa della tecnologia. I fascismi sono fieri delle loro innovazioni tecnologiche ma rifiutano ciò che è moderno sul piano delle idee e dei valori.
  • Il culto dell’azione per l’azione e il rifiuto del pensiero critico. L’impulsività, l’istinto, l’azione come atto estetico vengono preferiti alla riflessione. Da qui il sospetto e l’avversione verso la cultura e gli intellettuali.
  • Il disaccordo come tradimento.  L’Ur-Fascismo rifiuta tutto questo e tratta il disaccordo come tradimento, celebrando al contrario l’unità, il pensiero unico, la concordia in seno alla tradizione.
  • La paura del diverso. L’Ur-Fascismo chiama alla lotta contro il diverso, lo straniero, il non-allineato.
  • L’appello alle classi medie frustrate. L’Ur-Fascismo trova terreno fertile nel malessere delle classi pressate da crisi economiche.
  • L’ossessione del complotto. L’Ur-Fascismo ricorre allo spauracchio del nemico esterno, appellandosi al nazionalismo e alla xenofobia.
  • Il Populismo qualitativo. Il Popolo è rappresentato come entità portatrice di una volontà unica e non di una pluralità di bisogni. Così, il Popolo non ha peso come quantità ma come simbolo di una sola volontà, di una giusta “qualità”. Ciò segna la fine della tutela della pluralità di pensiero.

Zero fatica

Nessuna. Nessuna fatica. La società, che come ha appena spiegato bene il Censis, è passata dal rancore alla cattiveria, si sta assuefacendo ad accettare che si faccia semplicemente quello che dice il capo, che le minoranze (culturali, economiche, sociali) siano considerate delle devianze. E quindi è bene, per esempio, che il Decreto sicurezza vieti gli assembramenti e punisca i mendicanti.

Come dice De Masi: “Altri fascismi l’hanno fatto dopo la presa del potere. Qui prima”. Per non parlare dei linciaggi mediatici, dei raid contro gli immigrati, dell’idea di allentare la sicurezza delle voci scomode, la cancellazione dei contributi all’ANPI, l’alimentazione della cattiveria contrapponendo le necessita dei deboli a quelle dei debolissimi, la negazione del valore di vite umana che hanno la colpa di essere fuori della propria comunità.

Il tema di una deriva autoritaria non è centrale solo in Italia. Ma come rappresentare qui quel 50% che questa deriva non la vuole?

Ciò che in questo momento deve essere rifuggito come la peste è la scheda bianca. In Brasile, quello che si chiamava ceto medio riflessivo, nel dopo Lula e Roussef, ha votato scheda bianca con milioni di voti così persi. Il risultato è che il paese che ha scelto Bolsonaro presidente (quello che ha fatto campagna elettorale dicendo che era contro la parità, a favore della tortura, per la deforestazione, per filmare i professori che parlano di politica) oggi ha 7 ministri militari.

Una terza opzione

A questa visione incarnata in Italia da Salvini e dai suoi utili idioti alleati, si contrappone una proposta politica incarnata dall’appesantito Partito Democratico e dal minestrone che ha iniziato a girare nel pentolone di Carlo Calenda.

Un mondo con due problemi: il primo è essere quelli del Decreto Minniti, di coloro cioè che, anziché sostenere già solo la parola “Integrazione”, la sua idea e la sua necessità, dicono che al tempo del loro governo era diminuita la pestilenza degli sbarchi. Di più sono quelli che del non votare lo Ius Culturae, del Jobs act, della “buona scuola”, del racconto che andava tutto bene, della Boschi che irride i percettori potenziali del reddito di cittadinanza. Percezione aggravata da chi, poi, nelle circoscrizioni, nei comuni, nelle province, negli enti, nei cda, nei consorzi, nelle regioni, sui giornali e persino nelle Asl, li rappresenta. 

Nonostante questo, grossomodo a un italiano su 5, quel mondo lì piace o quanto meno lo giudica come l’unico che sembra avere un minimo di possibilità di “vincere”, di riportare, cioè, la palla in un campo migliore di quello della destra perché più democratico, più civile, più europeo, più da XXI secolo. Almeno per loro che, per condizione socio-economica, cittadini con tutti i diritti si sentono.

Ma c’è, invece, tutto un altro mondo che non si riconosce né nella visione del mondo di Salvini e compagnia, né in quella di Nicola Zingaretti (e dei suoi cardinali e vescovi) e Carlo Calenda. E quel pezzo di società che si batte contro il decreto Sicurezza di Salvini e ha aspramente criticato Minniti, che voleva lo Ius Soli, che era ed è contro le trivelle in Adriatico perché vuole una riconversione ecologica dell’economia perché la giudica conveniente ed espansiva.

Che voleva il matrimonio egualitario, che ha giudicato male la buona scuola, il Jobs act e lo Sblocca Italia, che non vuole che cda-consorzi-enti-ASL siano lottizzati dalla destra, ma neanche dal PD, che vuole scuola e sanità pubblica e forte, che vuole rilanciare l’Europa, che vuole una paga oraria minima, che ha al centro della propria azione la tutela di tutta la vita della donna, che  è attenta ai beni comuni, al Sud… un mondo che ha nel cattolicesimo sociale, nell’ambientalismo, nella galassia dei partiti a Sinistra, nella cittadinanza attiva e solidale, nei movimenti civici i propri riferimenti.

Un mondo che, però, fatica ad aggregarsi. E tutto ciò in questo momento è una cosa stupida, gravissima e criminale figlia di rigidezza, presunzione, mancata percezione di sé, del proprio ruolo e della propria responsabilità nella (e verso) la società, personalismo rancoroso se non proprio egocentrismo livoroso. Un danno incalcolabile considerando che i passi da fare debbono essere due. 

Due passi avanti

Il primo è quello di doverlo aggregare questo mondo, intanto per le elezioni europee, perché innanzitutto quelle istanze debbono trovare rappresentanza italiana al Parlamento Europeo dei sovranisti, dimostrare che esistono in modo concreto, tangibile e riscontrabile nella società. Ed è bene che ci siano: va ricordato che il sistema elettorale alle Europee è il proporzionale e, ovviamente, più proposte alternative alle destre ci sono (senza dimenticare il vincolo del 4% di sbarramento) e meglio è. 

Si è però in un ingiustificabile ritardo: si vota il 26 maggio e le Europee dovevano essere la prima tappa per rendere manifesta sui media e in un contesto istituzionale, una rappresentanza del già individuato in precedenza sistema di valori, soprattutto ora in cui è perfettamente chiaro l’avversario e la sua pericolosità costituzionale. 

Con rabbia, però, percepiamo che, ancora una volta, il problema centrale è solo mettere d’accordo tra loro le classi dirigenti di (spesso) micropartiti (il cui dibattito interno sul tema è misterioso già ai propri iscritti) che però si battono per istanze sensibili a una fetta della nostra società che va ben al di là del migliaio o delle poche migliaia di iscritti di quei partiti. 

In tutto ciò, addirittura, la soluzione proposta per risolvere la rissa, letta in qualche caso, è “Non partecipiamo”: il non partecipare è uno dei virus della sinistra. 

È tempo di agire

E invece bisogna darsi una mossa e pensare già al successivo passo che è quello di trovare un modo per mettersi a ragionare, dopo le Europee, con tutti quelli che si oppongono al governo Lega e Cinquestelle. Ognuno con la propria identità, e la più forte possibile, con le proprie responsabilità sui territori. Non ci giudichiamo perfetti reciprocamente?

Poco male, in questa fase non ci possiamo permettere questi lussi. Vanno messe in fila le priorità e oggi la priorità è evitare che un uomo solo decida tutto da solo tra due ali di folla sbrigative e festante. Non faremmo una cosa nuova: si è già fatta alla caduta del fascismo.

E’ chiaro che nulla va dimenticato, teniamo a mente quello che è successo a sinistra almeno in questi ultimi 15 anni: ci aiuterà a capire che cosa dobbiamo chiedere di rinunciare a loro e prepararci a capire cosa chiederanno a noi di rinunciare.

Ma la politica è ragionare insieme per andare avanti tutti assieme.

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Armando MirabellaProgressista, ha militato nel Pd e ne è uscito con la frattura di Pippo Civati aderendo a Possibile. Ha lasciato gli incarichi direttivi nella formazione politica. È una delle anime che ha ispirato la civica Frosinone in Comune, presente in Consiglio comunale ed all’opposizione del sindaco Ottaviani. 

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