Ciao ad Ennio Morricone. Immortalità di un ciociaro che ha conquistato il mondo

FOTO © ALESSANDRO VIAPIANO / IMAGOECONOMICA

Se ne va a 91 anni un maestro insuperato di emozioni. Di quelle emozioni che trovarono origine in Ciociaria e, da Arpino, andarono a conquistare i cuori del mondo. Con tappa a Frosinone, dove il maestro volle il conservatorio.

Piero Cima-Sognai
Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Ognuno di noi ha la sua musica, il suo pezzo di pentagramma, il suo stacco di archi che più o meno gli hanno segnato cuore e vita. Lo hanno fatto per un motivo semplice quanto immenso. Esistono note che sono più note delle altre, perché paiono fatte apposta per sollevarci di peso e portarci nei cieli dove si sta ad occhi chiusi a guardare la propria vita da lontano. Quando la tua esistenza la vedi in panoramica, a campo lungo, succedono cose strane e bellissime. Ti viene il dono della malinconia e i particolari minuscoli si fanno per magia giganti, polposi, tridimensionali, profumati e umidi.

E tu passi dall’essere uno zero calato fra miliardi ad essere il solo individuo di cui devi aver cura, prima ancora di aver cura di chi ami, prima ancora di farlo meglio perché finalmente ti conosci.

Per uno di quei grandi misteri che la vita la rendono così sontuosamente bella Ennio Morricone, aveva il dono di saperle forgiare, quelle note chiave che sembrano sottolineare un determinato momento con la naturalezza della Musica Assoluta.

Da Arpino al mondo, via Licinio Refice

IL MAESTRO ENNIO MORRICONE. FOTO CARBONE / IMAGOECONOMICA

Era nato a Roma ma il sangue era tutto di Arpino. Di lì erano i nonni paterni, gente ciociara del quartiere Colle. Ed alla Ciociaria la sua vita è rimasta legata in maniera così forte da non essere minimamente scalfita dal respiro internazionale della sua esistenza.

Ciociaria e musica sono parole che non si scrivono come si pronunciano: la pronuncia esatta è Licinio Refice. Del Conservatorio lui fu uno dei padri fondatori. Lo volle in piedi e di esso fu spesso richiestissimo ospite-docente. Fu lui ad inaugurare, nella nuova sede, l’auditorium intitolato al suo amico Daniele Paris: era il 10 dicembre 2016. Fu quella l’ultima visita in Ciociaria.

In Ciociaria ci veniva spesso e con la gioia serena di chi torna a casa sua pur essendo stato capace di entrare in tutte le case del mondo. Una Ciociaria che, tramite il suo borgo delle origini, lo vide insignito della cittadinanza onoraria di una Arpino in cui fa compagnia ideale a Mario e Cicerone.

A consegnargli un busto artistico di Cicerone a nome della città, due anni fa fu il sindaco Renato Rea, accompagnato dal senatore Massimo Struffi e dal professor Gabriele. «Andammo a Roma, ci ricevette nella sua casa in centro. Il maestro trasudava amore per Arpino e per la terra delle sue origini. Mi disse che una volte completato il ciclo di concerti nei quali era impegnato gli sarebbe piaciuto tornare nel quartiere dei suoi nonni»

Le note uniche che fanno sognare

ENNIO MORRICONE. FOTO © GONZALO TELLO

Quei due Oscar piazzati sulla sua bacheca hanno anche un po’ il sapore della terra aspra da cui partì la sua vita e si generò la sua carriera. Una terra che pare contrappuntare anche le note aspre di un western genere a sé, che da Leone a Tarantino lui ha elevato a paradigma.

Lo sapeva fare così bene che a metterci un po’ di tigna scoprivi una cosa. Che cioè forse lui in quel momento stava parlando proprio e solo a te. Alle tue vittorie, alle tue malinconie, ai tuoi ruzzoli per terra ed alle tue ginocchia che crocchiavano testarde mentre ti rialzavi.

Ti sembrava insomma che a pagarlo dovessi essere tu e non il produttore del film. Niente di zen, per carità. Solo una straordinaria verve di empatia che dalle composizioni di Morricone sciamava a grappolo sulle teste di una parte di mondo. Quella parte che oggi lo rimpiange principalmente per questo. Perché non è un caso che le musiche di Morricone siano associate come un totem al cinema che è il luogo dei sogni per antonomasia. E non è un caso che quelle colonne sonore abbiamo spesso dato tanta sostanza ai film da renderli capolavori.

Perché in quelle note c’era lo stacco finale, l’allungo coguaro che permette ad un’ottima opera di diventare opera iconica. I registi Morricone se lo litigavano proprio per questo. Lui era il loro ascensore verso la gloria assoluta, la scatola elevatrice che non si fermava all’ultimo piano ma che sfondava il tetto dell’attico. E poi andava a piazzarsi dove la luce bacia i tetti. Penso a Mission: Morricone venne praticamente stalkerizzato per giorni da Roland Joffè. Gli si presentò a casa con il film già montato e lo implorò di musicarlo. Il maestro si rifiutò, perché a suo dire il film aveva già quella tonda completezza a cui una nuova colonna sonora avrebbe solo tolto organicità.

Mission, Roland Joffè e il primo no

ENNIO MORRICONE. FOTO © LUCACHP

Probabilmente e dal suo punto di vista aveva ragione, ma poi le ragioni del cuore che la ragione non conosce presero il sopravvento. E Morricone compose Gabriel’s Oboe. E con poche iniziali note tutto divenne celestiale, tutto quello che il film voleva narrare. Gli indios, la Fede, l’innocenza, la verzura della foresta, il bianco, il cielo e la terra ridente pronta a farsi spugna di sangue. Tutto prese sostanza e forma, acquisì punti fermi nello spazio ed immortalità concettuale nel tempo. E Mission, da bellissimo film, divenne capolavoro.

Perché oggi noi a sentire quell’oboe così etereo piangiamo come tutti i bambini del mondo ammazzati perché nati con in mano il libro di preghiere sbagliato. Questo in un mondo che non concede sbagli. E De Niro ed Irons, non proprio Boldi e De Sica, diventano immensi di fronte alla cinepresa ma pupattoli di fronte alla musica che ne corrobora le gesta.

Perché quella musica non appartiene più a loro o alla trama. Quella musica scappa di casa e va ad appartenere al mondo. Quello stesso mondo, quella stessa Ciociaria che oggi ad Ennio Morricone dicono ciao e non addio. Perché addio si dice a chi scompare con tutto quello che ha fatto, ed Ennio Morricone la sua immortalità l’ha già messa fra le righe e gli spazi di un pentagramma bagnato dalle nostre lacrime.