Ciao Dylan, sulla tua decappottabile nera ti porti via i miei sogni (di E. Ferazzoli)

È stato il mito di una generazione di adolescenti. Che un po', dentro, lo sono sempre rimaste. E lui, Dylan di Beverly Hills, ancora oggi era il simbolo di quegli anni sospesi. Il ricordo di Elisa Ferazzoli

Elisa Ferazzoli

Giornalista in fase di definizione

Stasera nell’aria si sente l’odore delle gomme da masticare alla fragola. Rettangolari, quasi fucsia, vendute sfuse per 100 lire o forse meno, avvolte in minuscole figurine con la sua faccia. La fronte alta e stempiata, le sue tre rughe, gli occhi luminosi e quel sorriso con dei piccoli segni ai lati. Abbiamo chiuso gli occhi e immaginato che ci baciasse milioni di volte. Che arrivasse con quella la sua t-shirt sempre bianca, la giacca di pelle e che passandoci un braccio dietro al collo ci stringesse come faceva con Brenda e Kelly.

Vedo una camera piena di poster dagli angoli strappati, lo scotch ingiallito che tirava via la pittura dal muro facendo infuriare i grandi.

Chiuso da un lucchetto, c’è il diario ben nascosto di un’adolescente di una generazione strana. Sospesa fra un mondo con le ore contate. Educata a decifrare un futuro che di lì a poco avrebbe cambiato linguaggi, tempi e regole; lasciando molti per sempre incapaci di destreggiarsi con disinvoltura e profitto ma comunque pronti e capaci di reggere l’urto.

Apro quelle pagine e gli adesivi sono ancora là, i cuori con l’evidenziatore, le frasi da tredicenne, i sogni ingenui e infantili di chi proietta se stessa in un futuro che sembra non arrivare mai e con l’impazienza di chi vuole crescere in fretta. Si è così a quell’età. Solo che crescendo, smetti di ricordarlo. Lì dentro ci sono gli anni ’90, Beverly Hills 90210, il telefilm di una generazione intera con i suoi tempi lenti, i sentimenti tormentati, i grandi ideali e le aspirazioni.

La morte di Luke Perry, deceduto ieri a causa di un ictus all’età di 52 anni, è qualcosa che non ti aspetti. Perché non sembra passato tutto quel tempo da quando usciva torbido e bellissimo dalle acque dell’Oceano Pacifico con il ciuffo bagnato e la tavola da surf in mano. E tutto quel tempo non sembra passato nemmeno per te. Da quando te ne stavi raggomitolata sul divano a fare il tifo per Brenda, ad immedesimarti con Kelly, a sognare un amore così grande. Incollata di fronte a Italia 1 sepolta sotto chili di coperte di lana “che il riscaldamento costa” e “che è solo uno stupido telefilm americano mica il telegiornale.”

Realizzi che di tempo ne è passato. Che sono trascorsi quasi trent’anni. Che i “non pensavo che facesse così male” detti con tutta quella convinzione non li ricordavi nemmeno più. Che quelle sensazioni che ti auguravi passassero in fretta oggi ti lasciano addosso tanta nostalgia. Che il tempo passa, pure in fretta e senza che te ne accorga. Fino a quando non ti giri a guardare quella tua scatola di cartone e la scopri inspiegabilmente ingiallita e piena di polvere.

Dedicato agli anni ’90, a Dylan McKay, al rumore del vento su una decappottabile nera.

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