Come noi ti vogliamo (La dura legge del branco)

È volata via come un angelo. Dalla finestra della sua stanzetta. Via. Dalle risatine per la pancia che usciva dalla maglietta (eppure sembrava morisse dalla voglia di vestire anche lei), Dai like non messi. Dagli inviti alle feste della classe mai arrivati. Via. Da tanta meschinità.

Grazia Maria Sacco

Vivo i tramonti come le albe. Con il sorriso. Ad occhi aperti e a piedi nudi.

”Ciao a tutti, sono andata via, sono fuggita via da qui, anche se forse non serviva neanche troppo farlo, perché io qui, in questo mondo, non mi ci sono mai sentita.

 

Lo so, lo so, andavo sempre di fretta, e mi nascondevo dentro quelle tute larghe, dietro quegli occhiali troppo spessi perfino per la mia miopia. E quella ciocca di capelli, poi, me la tenevo sempre lì, a coprirmi quella guancia, a fare da spigolo, da muro, contro ogni curiosità, terrorizzata com’ero che voi tutti vi convinceste ancora di più della mia bruttezza, del mio essere fuori posto.

 

Eppure io non vi ho mai detto nulla. Non vi ho mai fatto una colpa delle volte in cui mi sono sentita sola in mezzo ad un’intera classe affollata di chiacchere e di risate; delle parole che pungevano come aculei di ghiaccio e mi facevano sentire infinitamente piccola, pure a me che ero la più alta della classe. Non mi voltavo, stringevo le spalle, abbassavo la testa. Se solo si poteva fare io mi sarei fatta come una sottiletta trasparente per passare attraverso le porte senza fare il minimo rumore, senza lasciare neppure una trascurabilissima  traccia del mio passaggio. E salvarmi, ripararmi la testa e il cuore da quelle valanghe di vostre accuse cui era impossibile muovere resistenza: come si può replicare ad una taglia sbagliata, una pancetta che sporge da una maglia forse troppo attillata, ma alla moda e che da quella vetrina mi pareva avesse voglia di vestire anche me. Me che non avevo  like sui social, che neppure i bei voti in classe mi facevano guadagnare la vostra ammirazione, anzi eravate rabbiosi. Così perplessi davanti a questa ragazza che non si faceva un spinello per paura chissà che mamma e papà la punissero. Che la trovavi  per strada, dopo scuola, a leggere il libro su una panchina mentre sorseggiava una Coca Cola, e magari pure light. Che si faceva rossa se una gonna le scivolava sopra il ginocchio, che voleva mettersi tutti i giorni le cuffie per non sentirsi dietro sfondarsi i timpani da quelle risatine silenziose. Eppure così distinguibili. Quelle che vorresti trattenere, ma non come quando sei al cinema e sai che non puoi ridere che disturbi tutti, no, quelle che ti fa pena far venire fuori talmente sono piene di disprezzo per chi te le suscita.

 

Speravo di esser forte, me l’ero ripromesso: ma è stato come le ultime volte quando mi dicevo che dovevo smetterla di abbuffarmi di notte e poi vomitare il dolore di nascosto, dentro il primo bagno  che incontravo; è stata come la promessa della festa di scuola, di quella festa dell’ultimo anno cui voi  mi avevate detto che sarei stata invitata e pure se lo sapevo che era solo per l’esame di maturità, per avere la certezza del compito passato che vi sforzavate di invitarmi, io ero andata a comprarmi il vestito nuovo, mi ero portata dietro mamma e zia, era la mia occasione, di non essere goffa, di fare il primo lento magari, di essere in un selfie, soltanto uno mi bastava, da postare sulla bacheca di classe, di entrare anche io nei vostri album social, di sentire il mio nome dentro i racconti di anni a venire, come l’amica con  la quale  avevate fatto un ballo scatenato, la ragazza che avevate guardato barcollare tenera sui suoi primi tacchi, quella cui avevate dato un passaggio a casa scoprendo che era anche simpatica in fondo.

 

Invece  a quella festa non c’è stato nessun ballo, nessun selfie per me, mi è stato detto che non c’entravo nulla e che avrei rovinato le vostre  foto social, che potevo stare lì in quell’angolo fino a quando qualcuno , che non sarebbe stato nessuno di voi, mi sarebbe venuto a prendere.

 

Oggi  vi guardo da quassù, dove sono arrivata dopo un volo violento, che mi ha stordito per sempre: sono diventata una farfalla, con i capelli raccolti dietro la nuca, nessuna ciocca a coprirmi lo sguardo così ora vi posso osservare bene e mi vedo e vi vedo: io sono come quel papavero rosso che colora a macchia i binari delle  stazioni, circondato da tanta sterpaglia inutile, che però è la maggioranza, e si avvinghia su quei papaveri densi di vita, fino a strozzarli la gola, ad assalirli al collo e volerli prendere nella loro morsa, perché non si notino, perché pieghino  il capo  a testa in giù e si nascondano  al mondo, loro  che sono  così belli, con quello stelo lungo verde brillante e non di quel giallognolo triste come le vostre vite, annegate in qualche sbornia tanto rumorosamente allegra quanto falsamente autentica; vi vedo vagabondare senza sogni, così assaliti dai vostri vuoti da divertirvi a rubare la pienezza delle vite altrui; ed ora da quassù dico a tutti, a tutti i papaveri come me, di innalzarvi superbi in alto, senza timore di essere in pochi, ma anzi di esserne fieri, perché siete unici; fatevi  piegare solo dal vento dei vostri sogni e non dalla prepotenza di chi non ne sa serbare nemmeno uno nel cuore.

 

Siate rossi giammai dalla paura, ma solo dall’ardore del vostro osare; alteri quanto basta per non mischiarvi mai tra la folla e per amarvi quel tanto che serve per non elemosinare mai nessun gesto di affetto.

Siete in minoranza, e questo è senza dubbio il primo e più importante vantaggio. ”

*

Dalla lettera (inventata)  di Angelica: chissà se la mamma avrebbe mai immaginato che la sua bambina avrebbe avuto nel suo nome  il suo destino, quello di volare via come un angelo dalla finestra della sua stanzetta lontana da tanta meschinità.

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