Pd, i generali schierano le truppe (di C.Trento)

Corrado Trento

Ciociaria Editoriale Oggi

 

CORRADO TRENTO
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Dei mille delegati dell’assemblea del Pd di domenica i due-terzi fanno riferimento a Matteo Renzi e Dario Franceschini. È evidente che se questo asse regge sarà complicato per chiunque provare a ribaltare la situazione. Anche se nella sostanza il dado è tratto e i venti di scissione spirano in modo molto forte. Poi c’è l’ipotesi di una reggenza della segreteria del partito di Matteo Orfini. Che è il leader dell’area nazionale alla quale fa riferimento Francesco De Angelis, leader dell’area maggioritaria del partito.

Poche settimane fa De Angelis ha aderito alla componente di Orfini, della quale faceva già parte Sara Battisti, vicesegretario provinciale del partito. Orfiniano è anche Luciano Gatti, già segretario provinciale dei Ds. Il quale però fa sapere di guardare con preoccupazione all’ipotesi della scissione. Ma pure con attenzione all’area che potrebbe andare via, quella di Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani. Fra l’altro D’Alema sta per iniziare un tour per l’Italia con il suo movimento, ConSenso.

In provincia di Frosinone la preoccupazione c’è. Anche guardando i dati elettorali della Camera del 2013, quando il Pd ottenne 65.572 voti, pari al 22,6%. Una percentuale inferiore rispetto a quella nazionale (25,4%). Ulteriori frammentazioni potrebbero rendere ancora più difficile l’elezione di un deputato del territorio. Anche se molto dipenderà dal sistema elettorale. Senza considerare che lo stesso Matteo Renzi ha affermato ieri che il congresso fa slittare l’ipotesi di elezioni a giugno.

Ma se De Angelis e la Battisti fanno riferimento a Orfini, il senatore Francesco Scalia e Nazzareno Pilozzi restano saldamente nell’area renziana. L’altro ieri Scalia ha parlato con il segretario nazionale del partito. Si è soffermato sul fatto che autorevoli studi sul voto referendario hanno evidenziato come la stragrande maggioranza degli elettori del Pd ha votato per il sì. Un modo per dire che è fondamentale effettuare ogni sforzo per evitare la scissione. Ma che, al di là dei dirigenti, il “popolo del Pd” sta con Renzi. Almeno secondo l’analisi di Francesco Scalia, politicamente vicinissimo a Luca Lotti. Nazzareno Pilozzi, dal canto suo, ha in Maria Elena Boschi il suo punto di riferimento a livello nazionale.

Tra le varie alternative per la segreteria, oltre ai nomi di Michele Emiliano e Roberto Speranza, c’è anche quello del ministro della Giustizia Andrea Orlando. Proprio Matteo Orfini, in un’intervista a La Repubblica, ha detto: «Sarebbe inconcepibile se Orlando finisse a fare il candidato di Bersani e D’Alema alla segreteria».

A questo punto le dinamiche nazionali saranno prevalenti, ma i riflessi sul territorio non mancheranno. Decisivo per tutti gli equilibri sarà il ministro Dario Franceschini, leader dell’area Dem. Nei gruppi parlamentari ha la maggioranza (100 deputati e 40 senatori), mentre all’assemblea nazionale conta il 23% del delegati (Renzi ha il 44%). In provincia di Frosinone all’area di Franceschini fanno riferimento, tra gli altri, il segretario provinciale Simone Costanzo, Antonella Di Pucchio e Michele Marini. Per quanto riguarda i dalemiani, la sensazione è che in tanti stiano rimanendo sotto traccia.

 

La vocazione maggioritaria nella palude proporzionale
Il corto circuito politico nel Pd è multiplo. Gianni Cuperlo ha detto che la cosa che in sede di dibattito in direzione lo ha colpito di più è «la disistima reciproca». Ma uno dei punti che meglio evidenziano il paradosso è che la cosiddetta vocazione maggioritaria del partito. Cavallo di battaglia del renzismo, fatica a conciliarsi con quel sistema proporzionale ormai dilagante. Soprattutto dopo la vittoria del no al referendum.

La sensazione è che, al di là delle strategie finalizzate a lasciare il cerino nelle mani dell’avversario, l’unità del partito non rappresenti più la priorità per nessuno.

Con il ritorno al proporzionale il sistema delle correnti e la mappa delle alleanze diventano elementi centrali. Anche nella scelta delle candidature, punto cruciale nell’individuazione della leadership politica del Partito Democratico.

E se a livello nazionale Matteo Renzi e Massimo D’Alema non c’entrano niente l’uno con l’altro, è innegabile che pure sul piano provinciale in questi anni tra Francesco Scalia e Francesco De Angelis, per esempio, c’è stata una distanza siderale.

In un’intervista al Corriere della Sera Walter Veltroni, “padre” del Pd, ha detto: «Dopo la scissione sarebbero tutti più deboli: il Pd sarebbe risucchiato in un’identità più di centro, il che secondo me negherebbe l’idea stessa del Pd; e la sinistra sarebbe relegata in un ambito in cui la sinistra italiana non è mai stata, che oscilla tra il 5 e il 10%».

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