Veleni, sgambetti e votazioni: l’anatra zoppa cammina bene in Regione

Veleni, sgambetti e votazioni: il primo Consiglio Regionale del Lazio dello Zingaretti bis parte con colpi proibiti e salvataggi sulla linea. Zingaretti doveva spaccarsi. Invece si frantumano gli avversari. E la sua anatra zoppa sfila alla perfezione in aula.

Doveva essere la seduta in cui Nicola Zingaretti era destinato a finire in frantumi. Si sono divisi i suoi avversari. Il Movimento 5 Stelle e Forza Italia si sono lacerati sul nome da votare per la vice presidenza, il Centrosinistra del Governatore ha eletto al primo colpo utile il suo Presidente del Consiglio Regionale.

Inizia così l’XI legislatura del Consiglio Regionale del Lazio. Tra colpi di scena, anatre zoppe che camminano benissimo, assedianti che invece di stringere l’avversario si fanno la guerra da soli.

 

 

LA MEZZ’ORA CANONICA

La legislatura parte con mezz’ora di ritardo sulla tabella di marcia: alle 11 l’aula è ancora vuota, solo un paio di consiglieri sono arrampicati sul loro scranno ancora increduli di essere finiti lì.

Poco alla volta l’emiciclo inizia ad affollarsi. Pasquale Ciacciarelli è accompagnato dal fu presidente del Consiglio Mario Abbruzzese in versione balio asciutto, che però fa di tutto per non essere notato.

Loreto Marcelli, pentastellato da Sora, sfoggia il vestito nuovo ed ha un sorriso stampato sul volto che nemmeno una paresi glielo avrebbe tenuto così in tiro. Fa il suo ingresso dieci centimetri dietro alla governatora mancata Roberta Lombardi che cammina con il passo marziale del primario raccontato da Alberto Sordi ne Il Medico della Mutua. La pattuglia grillina si installa nel suo settore: niente apriscatole quest’anno ma selfie a volontà, i tempi cambiano.

Si affaccia nell’Aula il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi: maglioncino marrone, l’unico a non indossare l’abito scuro. Stringe le mani a tutti, manco fosse lui il governatore.

La sua antitesi è pochi scranni più su: Stefano Parisi, il candidato governatore tirato fuori dal cilindro del centrodestra due giorni prima del default. Se ne sta solo al suo posto, sfogliando i documenti: niente corte intorno a lui.

L’armata Dem fa il suo ingresso tutta insieme. A capitanarla è il neo capogruppo Mauro Buschini: vestito scuro, cravatta rossa, si lancia in un abbraccio a Scarpone Pirozzi, vede brillare a poca distanza la Lombardi e le strizza l’occhio. Buschini è già calato nel suo nuovo ruolo: il cacciatore di maggioranze.

Sara Battisti ha scelto un castigato grigio metallizzato su pantalone nero: non siamo sullo stile di Nilde Iotti ma siamo sulla via giusta.

La mezzora canonica di ritardi scivola via. Puntuale come l’esattore delle tasse arriva Nicola Zingaretti. E l’undicesima Legislatura della Regione Lazio ha inizio.

 

 

LE NOTE E NIENTE SFIDUCIA

Gli altoparlanti diffondono le note dell’Inno di Mameli. Nicola Zingaretti scatta sull’attenti ma sorge il dubbio che non abbia prestato il servizio militare.

Non c’è più tempo per i sorrisi. Si inizia subito a fare politica. Partono le trappole, gli sgambetti, gli intrighi ed i veleni.

L’ordine del giorno prevede oggi l’elezione dell’Ufficio di Presidenza: il presidente d’aula, i due vice presidenti, i tre segretari. Quest’anno, per la prima volta, chi governa non ha una maggioranza: bentornata Prima Repubblica, si navigherà con l’antico manuale del Proporzionale. È quello che ha consentito al Paese di attraversare la Ricostruzione, il Boom economico, la crisi petrolifera, il reflusso, la follia terrorista. Chissà dove condurrà Nicola Zingaretti.

Il Consigliere anziano dichiara aperta la Legislatura. Come per magia nessuna mano si alza ad annunciare alcuna richiesta di sfiducia a carico del Governatore per mandarlo subito a casa. L’impressione è che se qualcuno osasse provarci, i miracolati presenti in sala gli spezzerebbero l’arto.

 

IL PATTO PER IL PRESIDENTE

Inizia la prima votazione: bisogna eleggere il presidente del Consiglio regionale, colui che arbitra i lavori in aula. Servono 34 voti, la maggioranza non ci arriva: non ci può arrivare a quella soglia, il centrosinistra arriva a 25 voti compreso quello di Zingaretti, mentre le opposizioni unite stanno a 26.

La prima votazione fornisce già un segnale. Daniele Leodori, presidente uscente e ‘candidato’ del centrosinistra, prende tutti 25 voti della sua area; Enrico Cavallari, consigliere della Lega, ne ottiene uno giusto per il brivido di sentire il nome leghista pronunciato in aula. Uno pure per Sergio Pirozzi. Le schede bianche sono 24.

Il centrosinistra è compatto sul suo candidato, rispettando la regola non scritta secondo la quale quello scranno spetta al più votato durante le elezioni. Le opposizioni non sono ostili.

Parte la seconda chiama dove saranno necessari 31 voti per arrivare all’elezione del presidente. Intanto Sergio Pirozzi e Roberta Lombardi chiacchierano fitto, con le mani davanti alla bocca per paura che qualcuno tenti di intercettare il labiale.

Anche la seconda votazione si conclude con una fumata nera. Si passa alla terza, nella quale il quorum scende a quota 26 voti.

Daniele Leodori viene eletto. Ma la vera notizia è che ottiene 29 preferenze: tre più del previsto. Qualcuno voleva essere sicuro che la maggioranza eleggesse il suo uomo. Un accordo non scritto? «Noooo, – assicura Daniele Leodori ai giornalisti che lo aspettano al varco – qualche voto in più che ha permesso l’elezione di una carica istituzionale. Questo non deve far presagire l’esistenza di altre cose… È giusto che un’istituzione venga eletta con un consenso più ampio di quello ristretto solo alla propria maggioranza. Questo è avvenuto e ringrazio chi ha voluto accordarmi la sua fiducia».

 

 

I PRIMI SGAMBETTI

Arriva il momento di eleggere i vice presidenti. La prassi vuole che ne vada uno alla maggioranza ed uno alla minoranza. Ma questa è la legislatura del ‘scriviamo insieme l’agenda‘, meglio essere di manica larga e lasciare entrambi gli scranni all’opposizione.

Toccano a Forza Italia ed al Movimento 5 Stelle. ma in casa di entrambi è guerra non dichiarata. Tra Giuseppe Simeone  (area Fazzone – Tajani) e Adriano Palozzi (area Gasparri).  Il Partito (Fazzone) ha indicato Simeone ma Palozzi alle elezioni di marzo ha preso più voti e rivendica la sua candidatura. Inutili fino all’ultimo minuto i tentativi di composizione.

Claudio Fazzone fa sapere che l’ordine di scuderia è Giuseppe Simeone. Che invece di voti ne prende solo 9: presumibilmente gran parte di Forza Italia, Lega e Stefano Parisi. Sono 2 voti in meno di quelli che invece ottiene Adriano Palozzi, diventando così vice presidente del Consiglio regionale. Lo hanno votato con ogni probabilità il resto del centrodestra più altri quattro consiglieri. «Uno scontro tra Tajani e Gasparri? Ma nooo – assicura grondando sudore il neo vice presidente – . Semplicemente ci siamo spaccati su un modo di fare politica che ho ritenuto sorpassato ed al quale mi sono opposto. Pino Simeone è una persona straordinaria e sia chiaro che lo scontro non era contro di lui. Ma contro un modo di calare le candidature dall’alto che ormai è passato».

Qui entrano in scena il centrosinistra e alcune fibrillazioni al suo interno. Perché, conti alla mano, i quattro voti in più che hanno permesso all’ex presidente della Cotral e sindaco di Marino di aggiudicarsi la vicepresidenza non possono che esse arrivati da li’. Forse da alcuni malpancisti, che hanno tentato di rompere da subito gli equilibri, ribaltare il tavolo, eleggendo due vicepresidenti del centrodestra. Il che avrebbe prodotto una pesante rottura con il Movimento Cinque Stelle. Per di più dopo giorni di dialoghi e incontri che hanno visto protagonisti in prima persona il presidente Nicola Zingaretti ed il presidente del Consiglio, Daniele Leodori, per ‘chiudere il quadro‘ nella maniera piu’ rispettosa possibile del voto del 4 marzo.

 

SOCCORSO ROSSO

Mauro Buschini non lo ammetterà mai. Ma annusa il rischio. Passa la parola tra i suoi fedelissimi. Miracolosamente, nella chiama successiva appaiono altri 5 voti: possono arrivare solo dal centrosinistra. Convergono su Devid Porrello, del M5S. Il consigliere arriva a 15 voti (16 le schede bianche), 5 preferenze in più del bottino a disposizione dei grillini. È lui il secondo vice presidente.

Si consuma così il primo regolamento di conti interno ai grillini. A quel seggio puntava Valentina Corrado, che fa parte dell’ala più progressista del Movimento. Ma Roberta Lombardi voleva che l’incarico andasse ad un suo fedelissimo. Missione compiuta.

 

SPACCATURA PURE SUI SEGRETARI

Il secondo tempo del film si consuma con la votazione dei tre consiglieri segretari. Vengono eletti Michela De Biase (Pd), Gianluca Quadrana (Lista Zingaretti), Daniele Giannini (Lega). Entrano nell’Ufficio di Presidenza ma anche qui con più di qualche colpo di scena.

Infatti, due esponenti di centrosinistra hanno raccolto 23 voti (12 Di Biase e 11 Quadrana, due in meno della dotazione della coalizione, completata infatti da due schede bianche). Invece nel centrodestra si é ripetuta la spaccatura che ha messo in forse fino all’ultimo l’elezione di Giannini. Già, perche’ i 6 voti (sui 16 totali del centrodestra) andati al suo compagno di gruppo, Enrico Cavallari, hanno visto l’ex presidente del Municipio 13 finire in parità con la grillina Valentina Corrado, rimasta fuori per la norma dello statuto che prevede l’elezione del consigliere piu’ anziano in caso di pareggio. La gioventù l’ha bruciata.

 

ZINGARETTI CI GIOCA A PALLA

Il sipario cala. Ci si vede tra qualche giorno per la seconda convocazione: durante la quale ci sarà l’intervento di Nicola Zingaretti.

In Aula da quest’anno manca Francesco Storace. Che però non rinuncia a far sapere come la pensa. È lui a tracciare la sintesi politica della seduta: «I consiglieri eletti si sono divisi praticamente su tutto. E Nicola Zingaretti osserva compiaciuto lo spettacolo». Lo scrive su Facebook.

«Si divide Forza Italia sull’elezione del vicepresidente del consiglio regionale. Si divide la Lega sull’elezione del segretario di presidenza del consiglio regionale. E si divide persino il Movimento Cinque stelle tra la Lombardi e i seguaci di Valentina Corrado. In compenso, il centrosinistra che aveva 25 voti su 51 vede riconfermato il proprio presidente dell’aula Daniele Leodori, con ben 29 voti, quattro dei quali provenienti dalle fila dell’opposizione- conclude Storace- Ragazzi, datevi una regolata, perche’ cosi’ facendo Zingaretti pattina da solo per tutto il tempo che vuole: con opposizioni cosi’ ci gioca a palla».