Contano soltanto i leader, territori sempre più ininfluenti

I segretari e i referenti provinciali dei partiti hanno un ruolo nella misura in cui sono graditi ai big nazionali. Così però quali differenze vere si possono fare nelle periferie?

I congressi servono ma fino ad un certo punto. Specialmente nei territori, sul piano provinciale, perché alla fine la legittimazione arriva sempre e soltanto dal grado di “sintonia” con il leader nazionale.

Prendiamo Forza Italia: il coordinatore provinciale è Tommaso Ciccone, legato a Mario Abbruzzese e Pasquale Ciacciarelli, i quali a loro volta sono schierati con Antonio Tajani, numero due del Partito e presidente dell’europarlamento. Non c’è bisogno di sottolineare il legame di quest’ultimo con Silvio Berlusconi. Una specie di proprietà transitiva che arriva fino al livello provinciale.

Nel Partito Democratico sono tutti con Nicola Zingaretti: sia l’area di Francesco De Angelis e Mauro Buschini, sia quella di Antonio Pompeo. Il segretario provinciale è Domenico Alfieri, sindaco di Paliano, che fa parte di Pensare Democratico ma ha pure ottimi rapporti con Pompeo. In ogni caso schierato dalla parte di Zingaretti e del segretario regionale Bruno Astorre.

Ma questa specie di sillogismo politico vale per tutti. In Fratelli d’Italia il senatore Massimo Ruspandini è uomo di fiducia del leader Giorgia Meloni, così come lo sono nella Lega, nei confronti di Matteo SalviniClaudio Durigon e Francesco Zicchieri. E via di questo passo tutti gli altri.

Il fatto è che proprio questo tipo di schema dimostra che i livelli locali pesano sempre di meno, perché alla fine sono i leader a fare la differenza, nel bene e nel male. Sono loro a chiedere direttamente ai cittadini il voto. Come faranno alle Europee: Matteo Salvini, Luigi Di Maio. Nicola Zingaretti, Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni.

Il rischio è che i territori contino sempre meno e che non facciano più la differenza.

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