«Azienda chiusa per la paura»

Francesco Borgomeo, il patron di Saxa Gres: "Messaggi drammatici per tenere la gente a casa. Tutta colpa della nostra impreparazione”. "Impariamo ad organizzarci oppure chi non morirà di coronavirus morirà di fame"

Massimiliano Lenzi per Il Tempo

“Io avrei potuto tenere aperta la mia fabbrica per esigenze produttive, il decreto con le deroghe previste mi avrebbe permesso di stare aperto e avevo delle commesse da espletare, richieste per cui fermare i forni delle ceramiche mi crea seri problemi. Ma vista la situazione di panico generalizzato ho deciso di fermare la fabbrica, non per ragioni di sicurezza, ma per una questione di serenità, per far stare sereno i nostri operai che sono andati nel panico

A parlare, in questa intervista a Il Tempo è l’imprenditore Francesco Borgomeo, anima della Saxa Gres, il gruppo imprenditoriale con sede ad Anagni, in provincia di Frosinone.

Lei parla di panico, come mai?

Guardi, io avevo già deciso di fermarmi, senza il decreto, perché avevo capito il clima che c’era e come la situazione stava degenerando dal punto di vista mediatico ed anche rispetto ad alcune aree del Paese, in maniera drammatica”.

Perché dice ‘dal punto di vista mediatico’?
Francesco Borgomeo

Perché vede, io capisco che bisogna dire agli italiani che bisogna stare a casa e, per fare questo c’è terrorismo. Lo capisco, prendo atto: siamo un Paese indisciplinato ed esattamente come fa Vincenzo De Luca, il governatore della Campania, che ormai è diventato un attore, bisogna far si che gli italiani, questo popolo indisciplinato, rispettino le regole. E quindi, terrore”.

Ma secondo lei, questo terrore avrà effetti sul dopo virus?

“Questo terrore avrà effetti non solo sul dopo, ma anche sul durante. Come ho già detto ai miei operai con questo virus bisognerà convivere perché la soluzione a questo problema sarà il vaccino. Essendo, purtroppo, noi un Paese con tante difficoltà – la prima di tutte la burocrazia – visto che è chiaro che noi soffriamo enormemente – o impariamo ad organizzarci oppure chi non morirà di coronavirus morirà di fame”.

Lei come si è mosso con i suoi lavoratori?

“Io ho fatto due cose: la prima, una assicurazione contro il coronavirus per tutti i miei dipendenti, e l’ho fatta per dare dei messaggi di tranquillità ai miei lavoratori. Dopodiché ho detto ‘ci fermiamo’. Prima che arrivasse il Decreto, pensi un po’. Io ho scelto le date di fermo dal 25 marzo al 20 aprile”.

Ascoltandola si prevede un futuro piuttosto bigio. O sbaglio?

“Noi come Italia adesso dobbiamo fare tesoro di questa esperienza, e quindi essere attrezzati con delle strutture, anche con dei magazzini di materiali sanitari di riserva, questo in futuro diventerà strategico. Purtroppo il nostro sistema sanitario è quello che è. Vede, noi critichiamo i tedeschi ma i tedeschi sono un Paese ricco ma anche ben organizzato, con 28mila posti in terapia intensiva, in una settimana hanno fatto 500mila tamponi. Ma tu li fai 500mila tamponi se li hai, se invece te li devi procurare e per procurarteli magari devi fare la gara Consip, e poi trovi chi fa ricorso e poi le procedure di urgenza passano per la burocrazia. E’ chiaro che così siamo finiti”.

I sampietrini Grestone
Il sistema Italia non ha funzionato?

“Bisogna dare atto al sistema Italia che non è stato in grado di verificare, caso per caso, quali erano gli stabilimenti, le attività produttive, da tenere aperte e quali quelle da chiudere. È inutile che ci nascondiamo dietro a un dito: noi abbiamo chiuso le fabbriche perché non eravamo in grado di controllare. È come se uno dicesse, siccome c sono 30 incidenti mortali sulle strade italiane e noi non siamo in grado di controllare chi rispetta le regole, allora fermiamo tutto il traffico. Questo è quello che è successo.

Quindi tutti a casa, con il terrore. Perché vede io capisco che nelle zone rosse o dove ci sono i focolai il terrore sia realtà, ma ci sono delle altre zone dove questo terrore non c’è. Ed una fabbrica che ha 30mila metri quadri di capannone, ha un turno di 50 operai, e sanifica, ha le mascherine, i guanti e per l’organizzazione del lavoro un operaio non incontrerà mai un altro lavoratore se non a 30 metri di distanza, perché ognuno ha 500 metri quadri a disposizione, ma perché non è sicuro quel posto?

A me qualcuno mi deve spiegare perché non è sicura la mia fabbrica ed invece l’operaio che sta a casa, quattro persone in 60 metri quadri, lì sta sicuro? Di che parliamo! Io l’ho detto ai miei lavoratori: io mi fermo perché voi avete paura, siete spaventati, terrorizzati. Però lo facciamo per un fatto emotivo e non per un fatto razionale. Qui la razionalità è saltata completamente per aria, non siamo in grado di mantenere i nervi saldi, la freddezza necessaria. Non siamo in grado di chiudere gli stabilimenti dove i lavoratori non hanno le distanze necessarie e di tenere aperte le imprese dove si lavora in sicurezza”.

Foto © Imagoeconomica / Gaetano Lo Porto
E adesso secondo lei cosa succederà?

“La gente depressa, tutti a casa, guai, guai e guai. Dopodiché cominciamo a pensare ai redditi di sostegno perché poi alla fine questo sappiamo fare e ci troveremo in situazioni drammatiche. Noi siamo impreparati su tutto. Prenda l’Inps, dove la situazione è un delirio, persone che cercano di recuperare risorse per sopravvivere online e non funziona nulla. E ce la prendiamo con il virus. La verità è che dovremmo prendercela con noi stessi, nella speranza che questo dramma ci serva da lezione. Per cominciare a far funzionare il sistema”.

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