La rabbia del Profondo Nord e la profezia del Lazio: ora rischia di saltare tutto

Gli imprenditori di Lombardia, Veneto, Emilia e Piemonte chiedono al Governo di ripartire subito. Altrimenti l’Italia muore. E’ quello che avevano detto subito i referenti nazionali, regionali e provinciali dell’associazione di categoria. La lacerazione in Confindustria. Il documento inviato a palazzo Chigi. la posizione comune ma la strategia diversa. Il rischio è che il motore si fermi. Per sempre.

Il decreto c’è. Lo hanno messo a punto durante la notte. È il risultato d’una lunga serie di mediazioni tra Governo, banche, associazioni. Ma è anche il risultato dei pugni sbattuti sul tavolo dagli industriali del Nord. Ai quali il Decreto Liquidità interessa molto poco: loro vogliono sapere quando potranno tornare ad accendere gli impianti, rispondere ai loro clienti che poco alla volta se ne stanno andando per non doversi fermare a cascata. Il rischio enorme è quello riassunto ieri in Regione Lazio dal presidente regionale delle banche: la paura è quella di passare da una crisi di liquidità all’insolvenza, dal non avere a portata di mano i contanti per pagare al non avere alcuna prospettiva di trovare i soldi. (leggi qui Covid-19, le banche: “Cassa integrazione prima ai clienti. Vi spiego perché”).

Da Nord a Sud

Foto © Imagoeconomica / Marco Cremonesi

La rivolta parte da Nord ma il malcontento è condiviso fino a Sud. Con la differenza che in Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna le conseguenze del blocco le sentono mordere fino alla carne viva. Sono loro a realizzare quasi la metà della produzione nazionale. E per questo che vanno di fretta. Vogliono risposte concrete e non le perifrasi del premier Giuseppe Conte: hanno bisogno di sapere quando si riparte, a quali condizioni, con quali limiti. Perché ci sono i clienti che bussano e vogliono sapere, non possono più aspettare, piuttosto se ne vanno da un’altra parte, in un altro Paese.

La loro rabbia l’ha raccontata ieri l’Huffington Post. Rivela che gli industriali del Nord hanno sbattuto i pugni. Messo a punto un documento, scavalcando così chi doveva rappresentarli e cioè Confindustria. L’organizzazione degli industriali capisce che la situazione si sta facendo esplosiva: al confine sono pronti ad accogliere a braccia aperte molti di quei produttori di ricchezza e portarseli in Svizzera, in Austria, in Slovenia.

Confindustria la pensa come i suoi iscritti. Ma deve mediare – è questa la sua funzione – tra le loro richieste e quelle del Governo. Lancia allora messaggi efficaci che arrivano direttamente a palazzo Chigi: bisogna riprendere a produrre, in maniera ordinata e sicura, ma occorre farlo il prima possibile perché il rischio è che l’Italia spenga definitivamente il motore. Messaggio contro il Governo e scrollone a Confindustria che con il titolare di palazzo Chigi sta trattando la fase due.

Centro chiama Nord

Giovanni Turriziani e Maurizio Stirpe © Foto Strani

Chiarezza sui tempi e sui modi la stanno chiedendo dal primo minuto anche più a sud. Nel Lazio. Fin dall’inizio ha sollecitato quella chiarezza anche Unindustria, l’associazione degli industriali del Lazio che comprende le territoriali di Roma, Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo. Il presidente Filippo Tortoriello è stato il primo a lanciare l’allarme, a dire che in questo modo il Lazio non potrà reggere a lungo. Perché molte filiere produttive non possono restare chiuse per troppo tempo. Altrimenti il rischio vero è quello che non riapriranno più. Tortoriello ha sottolineato come il rispetto della sicurezza e dei lavoratori sia sacro, ma tutto questo non è incompatibile con la ripresa dell’attività lavorativa laddove è possibile. Cioè: dove non si deve stare vicini per produrre che esigenza c’è di fermare tutto? (leggi qui L’allarme di Tortoriello: «Servono mezzi straordinari, coraggio, concretezza»).

Giovanni Turriziani, presidente di Unindustria Frosinone, ha espresso lo stesso concetto, sottolineando ancora di più il rispetto delle attuali normative e la necessità di coinvolgere anche i sindacati in questa partita. Ma rimarcando come settori quali l’edilizia, il turismo, l’automotive, i trasporti e i servizi possono rimanere letteralmente schiacciati da una situazione che non accenna ad essere risolta. (leggi qui Covid-19 e industria, i dolori ed i progetti di Turriziani).

Un concetto che arriva dalla base. Come dimostra la coraggiosa dichiarazione fatta nei giorni scorsi da Francesco Borgomeo sulle pagine del quotidiano Il Tempo. Per primo ha detto che molte fabbriche in realtà non sono chiuse per motivi di sicurezza ma soltanto per la paura: perché ci sono realtà nelle quali il ciclo produttivo si svolge a distanze adeguate, Enza rischi di contagio. (leggi qui «Azienda chiusa per la paura»).

Il rischio di lacerazione

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte

Poi Maurizio Stirpe, vicepresidente di Confindustria nazionale, ospite di Teleuniverso, ha detto in modo chiaro che non è che si può pensare di rimanere per sempre tutti a casa, non lavorando e sperando che a tutto pensino il Governo e l’Europa. Non è così, non sarà così.

È stato ottimo profeta. «Noi pagheremo amaramente i conto di questa pandemia. Adesso non è il momento di parlare di questo, ma vedremo che fra qualche mese in pratica tutti i nodi verranno al pettine. Io spero che gli elementi che il governo ha in mano in questo momento consentano di avere un cauto ottimismo».

La lettura del decreto pubblicato in nottata conferma le preoccupazioni del presidente Stirpe. C’è nulla in regalo, si paga tutto, si paga con gli interessi. Le banche hanno messo la liquidità sul piatto ma se la fanno pagare: sono imprese anche loro. ( Stirpe: «La ripresa? Ci vuole un governo con il coraggio di decidere»).

Proprio per questo agli industriali, da quelli di Assolombarda a quelli di Unindustria, interessa poco quel decreto. A loro interessa sapere dopo Pasqua cosa si fa. Tra cinque giorni e non tra cinque mesi. La strada indicata dagli esperti è quella di una proroga del blocco per altre due settimane.

Gli industriali del Nord avvertono: “Prolungare il lockdown significa continuare a non produrre, perdere clienti e relazioni internazionali, non fatturare con l’effetto che molte imprese finiranno per non essere in grado di pagare gli stipendi del prossimo mese”. È lo scenario indicato ieri in Regione Lazio: da crisi di liquidità a insolvenza. Per questo a Nord decidono di alzare il tiro.

Scavalcata Confindustria

Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia © Foto Canio Romaniello / Imagoeconomica

A Nord rompono gli argini. Il loro documento viene recapitato a palazzo Chigi. Senza che sia stato concordato con Confindustria che è seduta a quel tavolo. È uno strappo a tutti gli effetti. Che però ha l’effetto opposto a quello che volevano a Nord. Così come tutti gli strappi. Indebolisce l’associazione degli industriali, le toglie peso specifico, ne limita l’autorevolezza nel discorso con il premier.

Il presidente nazionale Vincenzo Boccia si ritrova con due fronti: da un lato il Governo che deve convincere a riaprire, dall’altro gli iscritti del Nord che vedono lo spettro del fallimento e dei conti che saltano a causa degli interessi e delle commissioni da pagare. Ma soprattutto perché c’è una novità: gli squali hanno fiutato il sangue, nel resto del mondo stanno iniziando ad approfittare del lockdown italiano e si stanno prendendo le commesse. In un mondo globalizzato fermarsi è la fine.

Non solo. La Germania sta continuando a lavorare nonostante la Pandemia. E sta iniziando a porsi il problema delle forniture. È una bomba ad orologeria posta sotto la sedie di decine d’aziende della provincia di Frosinone che rischiano di essere rimpiazzate. (leggi qui I big dell’auto ad Angela Merkel: ‘Senza componenti italiani non ripartiamo’).

L’incognita è per tutti

Enrico Coppotelli

Il muro di gomma del Governo coinvolge tutti. Non riguarda solo gli industriali. Anche i sindacati ne stanno facendo la conoscenza. Nemmeno loro hanno contatti con il governo. Al punto che hanno scritto per chiedere di essere convocati.

La Cisl riconosce che la protesta del Nord pone una questione reale. Cgil parla di ritorni scaglionati. Ma al momento il Governo non parla. 

Con un ulteriore rischio, dal momento che le previsioni per tornare ai livelli  pre-Covid sono definite su un arco temporale non inferiore a due anni. Chi può reggere due anni senza una prospettiva vera di una ripresa lavorativa?

Ecco perché è urgente conciliare le esigenze di sicurezza con quelle del lavoro. In caso contrario aumenteranno i disoccupati e la crisi dei consumi affosserà l’economia reale.

Quello che Maurizio Stirpe, Filippo Tortoriello e Giovanni Turriziani, gli industriali del Nord, Francesco Borgomeo, hanno detto sin dall’inizio è che questa non è una crisi finanziaria come quella del 2008. Questa è una crisi dell’economia reale. Una crisi che rischia di azzerare l’elemento più importante dell’economia reale: la domanda.

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