Lo spread incolmabile è quello della politica (di C. Trento)

Lega e Cinque Stelle hanno programmi differenti e si rivolgono ad elettorati diversi. Guadagnano consensi soprattutto perché Pd e Forza Italia ancora faticano ad accettare il fatto che il mondo è cambiato.

Corrado Trento

Ciociaria Editoriale Oggi

Tra presunte manine, agenzie di rating, declassamenti, lettere di richiamo dell’Unione Europea, quale spazio resta per la politica?

Nel mondo economico globale, dominato dai mercati e dall’aritmetica, da anni impera la parola spread (alla lettera significa differenziale): misura la differenza, appunto, tra il rendimento di un Btp italiano e un Bund tedesco.

I titoli di Stato emessi dalla Germania sono considerati i più affidabili. Il rapporto Btp-Bund è un termometro, che registra quanto sia più rischioso prestare soldi all’Italia rispetto alla Germania.

La febbre dello spread aggrava le condizioni del nostro enorme debito pubblico. Perché se salgono i tassi dei titoli di Stato, di conseguenza aumenta il costo per finanziare il debito.

Con questa realtà le classi dirigenti devono confrontarsi quotidianamente. Ma la politica ha i suoi spazi. Il punto vero è che in Italia, per via anche di continui cambiamenti e “pastrocchi” delle leggi elettorali (fatte apposta perché nessuno vinca davvero), è impossibile avere una maggioranza definita e compatta.

Lega e Cinque Stelle hanno programmi differenti e si rivolgono ad elettorati diversi. Basti pensare alla flat tax e al reddito di cittadinanza. Ma entrambe queste forze politiche hanno guadagnato consensi anche e soprattutto per la crisi di Pd e Forza Italia, che ancora faticano ad accettare il fatto che il mondo è cambiato.

 

Detto questo, la domanda è: esisterà una piattaforma comune per un’azione di governo che salvaguardi le esigenze dei cittadini, delle famiglie e delle imprese italiane? Senza mettere a rischio lavoro, risparmi e aspettative delle persone? Senza “stressare” continuamente la gente normale?

Il gap che la politica attuale non riesce a recuperare è proprio questo.

Perché impegnata in una perenne campagna elettorale, in una continua difesa delle poltrone e dei ruoli. Senza avere una prospettiva di Stato. Perché, per esempio, in uno Stato i ministri rispondono a tutti i cittadini, non solo ai propri elettori. Magari attraverso un blog. Il corto circuito è anche questo

 

Accordo di Programma: prova del nove

Martedì al Ministero si firma l’Accordo di Programma. Un’opportunità per 37 Comuni dell’area nord di questa provincia? Dipende.

Da cosa? Dai progetti che verranno presentati, dalla capacità di rendere attrattivo il territorio, dagli investimenti, dal coinvolgimento delle piccole e medie imprese, dai posti di lavoro che verranno creati.

Altrimenti, come successo in passato, resterà una pagina mai scritta del libro dei sogni.

Una prova del nove, l’ennesima, per l’intera classe dirigente del territorio. Una classe dirigente che continua a parlarsi addosso su un argomento delicato come la proroga della mobilità in deroga. Quando invece magari bisognava presentare e far accogliere un emendamento in Parlamento.

Perché alla fine si torna sempre al punto di partenza: la capacità e il peso politico di determinare le situazioni. Non limitandosi ad annunciarle, a comunicarle, a commentarle, a criticarle.

Da troppo tempo la politica ciociara richiama alla mente quella celebre situazione teatrale, nella quale i figuranti, al grido di “partiam partiam”, battono freneticamente i piedi sul palco. Restando però drammaticamente fermi sul posto.

 

Provinciali come fosse un Giro d’Italia

Continue tappe sul territorio, quasi rincorrendosi l’uno con l’altro. A Frosinone, Cassino, Sora, Anagni, nella Valle di Comino. Dappertutto. Per contattare sindaci e consiglieri comunali che voteranno il prossimo 31 ottobre.

Antonio Pompeo (centrosinistra) e Tommaso Ciccone (centrodestra) non si stanno risparmiando nella mobilitazione degli addetti ai lavori.

In realtà però un senso c’è. Con gli spazi nazionali e regionali chiusi, le partite più importanti gli amministratori locali le giocano sul territorio. In questo caso all’ultimo voto ponderato.

E sicuramente la battaglia politica continuerà dopo il 31 ottobre. Come si dice? Chi vince festeggia e chi perde resta a contare. Inevitabilmente gli sconfitti dovranno contare i voti che sono mancati. Con conseguenti polemiche durissime, al termine delle quali però non succederà nulla.

D’altronde da tempo ogni elezione, a qualunque livello, diventa una “conta”. Con gli avversari e con gli alleati. Perfino all’interno del proprio partito, considerando che non si celebrano più i congressi. Un altro elemento sul quale si dovrebbe riflettere.

 

Se Zingaretti rappresenta un’eccezione

Il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti è in controtendenza. A Piazza Grande ha ribadito ancora una volta la volontà di concorrere per la segreteria nazionale del Pd. Attraverso un congresso.

Sarebbe la cosa più normale del mondo, in un partito che il 4 marzo ha dovuto fare i conti con una disfatta storica.

A sette mesi da una sconfitta di quelle dimensioni, come ha sottolineato l’ex premier Paolo Gentiloni, parlare di congresso non è certo azzardato o prematuro. Eppure la sensazione è che nessuno voglia farlo questo congresso nazionale.

Intanto però si celebrerà quello regionale, che ha già avuto un effetto in provincia di Frosinone. Il riposizionamento di Pensare Democratico, l’area di Francesco De Angelis, Mauro Buschini e Sara Battisti. Sosterranno Bruno Astorre.

In Ciociaria potrebbe esserci un appoggio quasi unanime a Nicola Zingaretti. Ma il condizionale è d’obbligo, perché da mesi non si hanno notizie della componente che faceva riferimento all’ex senatore Francesco Scalia. Componente posizionata negli anni scorsi su Matteo Renzi.

Così come su Renzi era posizionata l’area di Nazzareno Pilozzi e Domenico Alfieri. E tantissimi altri. La sensazione è che ci sia stato un avvicinamento con Francesco De Angelis pure sul piano degli equilibri politici interni.

Nessuno lo ha detto ufficialmente però. Almeno finora. E dunque, pure su un versante del genere, l’unico a non avere dubbi nel dire quello che intende fare è proprio Nicola Zingaretti. Un’eccezione.

 

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