Cosa c’è dietro al ‘no’ di Veroli al Pride

Perché il Comune di Veroli ha detto no al patrocinio per il Lazio Pride. Al di là delle motivazioni di facciata. Ci sono quelle più politiche.

Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

«Glie l’ho chiesto ma sono arrivata tardi: non c’era più tempo per condividere con l’Aula la proposta»: il tono con cui la dem verolana Francesca Cerquozzi confessa, a denti stretti di aver chiesto invano al suo sindaco Simone Cretaro di dare il patrocinio al Lazio Pride di Frosinone non è quello delle polemiche. Semmai delle occasioni mancate, dei “mannaggia” con le nocche in bocca. La proposta è arrivata. E la risposta è stata, nella sostanza: «Purtroppo è arrivata troppo tardi, su un tema che tocca così tante sensibilità è inevitabile una discussione collegiale»

Tutto nasce dal fatto che, oltre a non fare mistero alcuno della sua partecipazione alla marcia in difesa dell’orgoglio sessuale in programma nel capoluogo per domani, la neo consigliera verolana in quota Pd in odor di assessorato alla Cultura ha osato l’impensabile, almeno secondo gli standard ernici: chiedere che il Comune di Veroli si accodasse alla Provincia di Frosinone ed alla Regione Lazio nel concedere il patrocinio ad una manifestazione che si è fatta più vespaio di quanto obiettivamente non meriterebbe.

Un patrocinio che avrebbe avuto tutto il sapore di un ombrello etico naturale, senza nessuna forzatura “prog”. Ma che, a Piazza Mazzoli, è stato evidentemente recepito come un alveare lanciato al centro di una tovaglia di pic nic. Tutti amano il miele, nessuno ama i pungiglioni, ovvio, e la mozione bocciata proprio al Comune di Frosinone, location ufficiale dell’evento e quindi potenzialmente più incentivata ad esporsi, in questo senso ha fatto scuola.

Veroli come Frosinone

Il patrocinio degli enti sovra comunali è etico, doveroso ed etereo al contempo, perché non ha sul collo il fiato della territorialità nella sua forma più genuina e diretta, non ha la gente che per strada o al bar ti guarda cisposa e corrusca perché hai dato spazio a “quelli là“.

Ci aveva provato Norberto Venturi ma la sua proposta si era infranta sugli scogli di un’amministrazione fresca di galloni leghisti piazzati e luccicanti sulle spalle del suo uomo di vertice. Nulla da fare per carità.

E a Veroli? Veroli è dem “laica” per governo, civica per impalcature del medesimo e feudo di gente che Pensa Democratico o fa l’occhiolino a Palazzo Iacobucci, sede della Provincia, dove il caso Lazio Pride ha fatto più faville di una bocca secondaria dell’Etna. Con tanto di richiesta di dimissioni per il presidente del Consiglio Provinciale Daniele Maura, reo di avere definito il Pride “Una carnevalata“. (leggi qui Maura contro il Lazio Pride innesca la guerra interna nel Pd: fuoco amico su Pompeo).

Cosa c’è dietro

A Veroli, che è città cattolica ortodossa “romana più de Roma” e compagnia genuflettendo, il Lazio Pride partiva già svantaggiato di suo, per un discutibile ma oggettivo gap concettuale fra i colori della sua governance e i toni della sua società. Tuttavia la sensazione è che dietro al “No grazie” di Simone Cretaro al patrocinio ci sia anche un faticoso onere da onorare: quello di una cambiale politica. Fra gli assi pigliatutto della neo insediata consiliatura del Cretaro bis c’è infatti Germano Caperna, pompeiano di ferro e consigliere provinciale che con Francesca Cerquozzi, che invece è più denagelisiana di De Angelis, ha corso e concorso al contempo, fino a strappare con la civica Veroli Proxima una manciata di voti di preferenza in più della bionda “forse quasi assessora alla Cultura“.

Ecco, in quei gangli potrebbe stare il nucleo della risposta a tutti i perché al no del patrocinio ernico all’evento di domani.

Tutto questo mentre il Lazio Pride è alle porte, senza più letture complottarde o sotto traccia, con i colori accesi e innocenti di una faccenda che, tutto sommato, di diventare movente per trame politiche invece che motivo per affermare un principio proprio non ne aveva voglia.

Da Stonewall a Frosinone via Veroli l’impressione è sempre quella: che cioé quella per i diritti, più che una lotta di idee sia un test di misurazione di forza per quelli che i diritti se li giocano come briscole su ben altri tavoli.

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