Ambiente, vacillano i processi ai depuratori: ora c’è il caso Cosilam

I processi sulle autorizzazioni ai depuratori. A Cassino viene tracciata una linea di principio. Capace di indicare la strada ad una lunga serie di procedimenti aperti.

Il destino è segnato. I processi sui depuratori si avviano verso una rotta precisa. L’ha tracciata il giudice Francesco Mancini, presidente della Sezione Penale del Tribunale di Cassino. Ha stabilito che il modo in cui la Procura della Repubblica ha letto la norma è pacifico. Ma ne discende un effetto del tutto opposto a quello ritenuto dall’accusa.

La linea di principio sta scritta con chiarezza tra le pagine 3 e 4 delle motivazioni con cui il magistrato ed i suoi colleghi giudici Francesca Proietti e Marta Tamburro hanno dissequestrato nei mei scorsi il depuratore Cosilam gestito da AeA a Villa Santa Lucia. È il caso che stava mettendo in ginocchio la Reno de Medici e rischiando di far saltare lo stabilimento. (leggi qui I protagonisti del giorno. Top e Flop del 28 febbraio 2020).

Il sequestro

Il Palazzo di Giustizia di Cassino Foto © Abbiccì

Lo stop al depuratore era scattato il 20 gennaio 2020: a causa di una bottiglietta d’acqua prelevata il 25 giugno 2018. L’aveva ‘pescata’ la Polizia Provinciale insieme al personale dell’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente. Erano intervenuti dopo avere ricevuto la segnalazione che le acque del Rio Pioppeto avevano un colore insolito, erano piene di schiuma ed emanavano cattivo odore. Il tutto a valle del depuratore Cosilam. Quel giorno gli agenti avevano preso anche una bottiglietta del liquame che stava scaricando nel depuratore un’autocisterna proveniente dalla discarica provinciale gestita dalla Mad a Roccasecca.

Le analisi dell’acqua rilevano elevate concentrazioni di zinco. I test sul liquame preso dalla cisterna sono invece un esempio delle circonvoluzioni possibili con la Lingua italiana per dire nulla. Testualmente: “Gli accertamenti chimici eseguiti da Arpa mostravano come tale refluo è risultato presumibilmente assimilabile a percolato di discarica di rifiuti urbani”.

Merita di essere riletto al rallentatore: “è – risultato – presumibilmente -assimilabile”. Che significa? Niente. È percolato o non lo è? Presumibilmente. Che analisi è?

Forse è per questo motivo che vengono impiegati ben sei mesi per scrivere l’informativa di reato: l’acqua viene presa a giugno ed il rapporto al magistrato arriva a dicembre.

L’inchiesta tartaruga

Il depuratore Cosilam

Più che un’indagine sull’acqua rilasciata dal depuratore Cosilam sembra un’inchiesta nelle sabbie mobili. Non solo trascorrono sei mesi tra prelievo e informativa, “il procedimento e rimasto sostanzialmente inattivo fino a novembre 2019“. Parole del presidente Mancini.

A distanza di un anno arriva il secondo rapporto per la Procura della Repubblica. Nel quale la Polizia Giudiziaria riferisce di avere intrapreso “una costante attività di controllo, senza mai rilevare né scarichi ulteriori di reflui in ipotesi provenienti dalla discarica di Roccasecca, né indizi della presenza di inquinanti nelle acque”.

Cioè: un anno di indagini raccoglie niente da dover riferire alla Procura come reato.

Si sfiora l’imbarazzo nel capoverso successivo. “Risulta che si sia anche proceduto ad ulteriori campionamenti di acque, dei quali tuttavia non si conosce l’esito (non sarebbero ancora pervenuti i risultati delle analisi)”.

Cioè: hanno prelevato altre bottigliette. Ma non se n’è saputo più niente. Per il giudice, niente bottigliette significa niente sostanza oltre le chiacchiere. E lo scrive, nero su bianco.

Priva di riscontro analitico restava anche l’iniziale intuizione investigativa per cui i codici del refluo contenuto nell’autocisterna proveniente dalla discarica di Roccasecca fossero errati. Dunque non risultava dimostrato che esso non fosse smaltibile attraverso il depuratore. Anche in questo caso, infatti, non risultano svolte le analisi sul campione pure repertato

Insomma, c’è nulla. Solo la prima bottiglietta. Ed è su quello che si incanala la parte interessante del provvedimento adottato dal tribunale di Frosinone.

Le motivazioni

Il palazzo della Provincia di Frosinone

Il collegio liquida con mezza paginetta il primo motivo di ricorso. Una questione di Procedura Penale: se e come andasse avvisato dei prelievi il dottor Riccardo Bianchi, amministratore delegato di AeA, la società che gestisce il depuratore Cosilam. Eccezioni respinte.

La sostanza sta sul secondo punto di contestazione. È l’accusa sulla quale si basano molti dei procedimenti a carico dei depuratori in provincia di Frosinone.

Arpa ha spesso contestato che i depuratori. siano sprovvisti dell’A.I.A, sigla che sta per Autorizzazione Integrata Ambientale. Lo ha fatto anche nel caso dell’impianto Cosilam: “il detto depuratore era sprovvisto di AIA, nel senso che era stata inoltrata sin dal 2015 domanda per il suo ottenimento, ma il procedimento amministrativo non era stato ancora definito”.

Cioè, alla Provincia di Frosinone non sono bastati cinque anni per dire se quel depuratore rispetta o no tutte le norme in materia ambientale.

Non solo. Per Arpa e Polizia Provinciale non sarebbe mai stato possibile rilasciare quell’AIA. Perché? In sintesi: per via dell’articolo di un decreto e di due commi, dell’Allegato di un altro decreto, introdotto da un altro decreto ancora. Per gli appassionati, le motivazioni sono qui.

Effetto del tutto opposto

Domenico Marzi

Il giudice dice che “Simile lettura della norma è pacifica, in quanto fatta propria sia dagli operanti che dal Giudice delle Indagini preliminari”. E naturalmente anche dalla Procura che ha dovuto fare da tramite tra i due.

E però… però le conclusioni vanno in direzione del tutto opposta a quello che sostiene l’accusa. Perché “nel caso in esame il Cosilam gestiva attività ricompresa nell’Allegato” e quindi non è vero che non poteva avere l’autorizzazione. Non potevano averla quelli che non svolgono l’attività ricompresa nell’allegato.

E non è vero nemmeno che il depuratore non fosse autorizzato. Come hanno fatto notare gli avvocati Sandro Salera e Domenico Marzi. L’attività di depurazione del Cosilam era regolarmente autorizzata “sulla base del previgente regime giuridico. Con autorizzazione rilasciata dalla Provincia di Frosinone con Autorizzazione 296/2015. Il Cosilam risulta ritualmente operare meno sino a quando non sia concluso in senso negativo il procedimento apertosi con la richiesta di AIA”.

Cioè: Cosilam ha chiesto regolarmente l’Aia e fino a quando la Provincia non gli respinge la domanda sono autorizzati in via provvisoria ad operare.

È il ribaltamento del principio sinora sostenuto dall’accusa. Secondo la quale il concetto era: non hai l’Aia e nemmeno la potevi avere e pertanto sei fuori legge.

No comment

Marco Delle Cese, presidente del consorzio industriale Cosilam © Foto Ettore Cesaritti

Nessuno però vuole commentare. Per l’avvocato Sandro SaleraLe sentenza si rispettano, si studiano, si applicano: non si commentano“. Non più espansivo Marco Delle Cese, presidente del Cosilam: “Non ho commentato il sequestro e non commento il dissequestro. Il nostro ruolo è quello di migliorare le cose, lo abbiamo fatto prima e lo facciamo adesso, nei prossimi giorni ci saranno importanti novità. Mi fa piacere che i giudici dicano che le attività sono fatte bene, a noi interessa farle meglio”.

La chiave di lettura fornita sul caso che stava facendo saltare Reno de Medici ora traccia una rotta. Ogni procedimento fa storia a sé: ma il principio è tracciato.

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