Da Conte alle Regionali del Lazio: i segnali di Franceschini da Cortona

I segnali di Dario Franceschini dalla convention AreaDem di Cortona. Avvertimento a Conte: "Appoggio esterno significa rottura”. Si al Proporzionale "Proviamoci fino in fondo”. Apertura a Bersani e Speranza. Scontro sulle Correnti e sulle Primarie. Il fuoco di sbarramento nel Lazio

Carlo Alberto Guderian

già corrispondente a Mosca e Berlino Est

L’avvertimento è per i grillini, il segnale invece è ad uso interno per il Partito Democratico. Dario Franceschini li lancia durante il suo intervento conclusivo alla tre giorni di Cortona. Lì ha riunito Area Dem, la sua componente all’interno del Pd. Ai grillini ha detto che Area Dem non ci sta.

Non accetterà di farsi logorare, né dai grillini che puntano il governo, né dai compagni di Partito che puntano al controllo del Pd.

Non starà a guardare che il Governo venga messo sotto pressione. Non accetterà un solo minuto il Movimento 5 Stelle che si sfila dalle sue responsabilità di governo e si tiene le mani libere dando solo l’appoggio esterno a Mario Draghi. Lasciando così gli altri alleati a sporcarsi le mani con i provvedimenti che una crisi economica internazionale ed una guerra in corso richiedono.

«Per andare insieme al M5s dobbiamo stare dalla stessa parte. Se ci sarà una rottura o una distinzione, perché un appoggio esterno è una rottura, per noi porterà alla fine del Governo e all’impossibilità di andare insieme alle elezioni».

Se lunedì Giuseppe Conte proverà a dire a Mario Draghi che il M5S si ritira dal Governo ma gli garantisce l’appoggio esterno, sarà rottura. Totale.

I 5 Stelle non sono una ruota di scorta

Luigi Di Maio (Foto: Alessia Mastropietro © Imagoeconomica)

Non è un modo per mettere fuori i grillini. È l’esatto contrario. Dario Franceschini vuole tenerli dentro. Perché? «Abbiamo elettorati diversi. Se il Movimento 5 Stelle si svuota cresce l’astensionismo, il populismo e la destra. Non bisogna leccarsi i baffi. Con chiarezza dobbiamo però dire che per andare insieme alle elezioni dobbiamo stare dalla stessa parte».

E stare dalla stessa parte significa stare con mani e piedi dentro al Governo. «Se ci sarà una rottura o appoggio esterno al Governo, sarà la fine di questo Governo e la fine della possibilità di andare insieme alle elezioni».

Nelle file del Movimento 5 Stelle hanno la stessa paura che in un’altra epoca ha frenato il dialogo con i Socialisti, con i Socialdemocratici, con i laici riformisti. In pratica: il Pd di oggi, come il Pci e la Dc di ieri, viene considerato un colosso capace solo di fagocitare gli alleati. Ma Dario Franceschini a Cortona ha fissato dei confini che rappresentano la garanzia del contrario: «Le alleanze sono elettorali. Durano per quella determinata legislatura non per tutta la vita».

Proporzionale e porte aperte

Dario Franceschini (Foto: Carlo Lannutti © Imagoeconomica)

E per dare ancora più peso a quella frase spalanca la porta ad un ritorno del Proporzionale, il modello elettorale usato per tutta la Prima Repubblica: tanti voti prendi e tanti parlamentari eleggi in proporzione ai tuoi voti. «Il maggioritario blocca i processi evolutivi e spinge a creare barriere. Il proporzionale fa chiarezza, alleanze meno omogenee con cui costruire programmi» ha detto il ministro della Cultura. È consapevole che non sarà facile. «Sarà difficile cambiare la legge elettorale ma dobbiamo provarci fino in fondo. Dovremo andare in Parlamento e costringere tutti a schierarsi: anche quelle forze che non lo fanno per paura, come Forza Italia».

Non è l’unica rivoluzione. Il renzismo è alle spalle. Chi all’epoca è andato via perché nel Pd non si sentiva più a casa sua ora ha di fronte un Partito diverso. Per questo Franceschini ha detto «È ora che Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani tornino nel Partito Democratico».

Segnali per le Regionali del Lazio

Nicola Zingaretti e Dario Franceschini

È evidente che la partita sia anche interna al Pd. Tra poco ci sarà la battaglia per le candidature a Camera e Senato, dove il referendum ha tagliato quasi 350 posti. Non ci sarà posto per tutti gli uscenti, ci sono i sindaci delle grandi città che premono, governatori di Regione in scadenza come Nicola Zingaretti. Raggiungere un equilibrio costerà lacrime e sangue. Perché Area Dem è la componente più omogenea e nessuno intende concederle alcun vantaggio sugli equilibri interni.

Lo si capisce dalle reazioni scatenate da due passaggi di Dario Franceschini. Il primo: «AreaDem ha sempre garantito l’unità del Partito attorno al Segretario. Basta con la retorica delle correnti. Ma se le correnti sono i luoghi in cui si pensa e discute, ci si aggrega intorno alle idee ed alle leadership, allora sono il bene del Partito. E mi dispiace che un segretario nazionale se ne sia andato denunciando il mal delle correnti, ma capita di sbagliare». Non lo nomina, ma il profilo di Zingaretti è nitido.

E poi quello sulle Primarie: «Con i 5 Stelle niente primarie per il premier, ma sul Lazio o la Sicilia, dove c’è l’elezione diretta».

Appuntamento in Direzione 

Daniele Leodori, Bruno Astorre e Alessio D’Amato

Nelle prossime ore il Segretario Regionale Bruno Astorre riunirà la Direzione Regionale del Pd. Per fare l’analisi del voto e per riprendere il confronto sull’erede di Nicola Zingaretti da candidare alle Regionali 2023. Il suo orientamento è lo stesso da anni: se ci sono più aspiranti ci si affida allo strumento indicato dallo Statuto e cioè le Primarie.

Alle quali Area Dem appoggia il vice presidente in carica Daniele Leodori. Ormai non è più una candidatura di componente: in questi mesi di tour ed incontri è riuscito a ritagliarsi il ruolo dell’uomo dei territori capace di portare le istanze delle Province in una Regione che dalla sua istituzione è sempre stata schiacciata su Roma. Non è un caso che su di lui ci siano anche gli ex renziani di Base Riformista con Antonio Pompeo che è presidente della Provincia di Frosinone; e con Simone Costanzo che è presidente del Consorzio dei Comuni del Cassinate; ad confronto alle Primarie con ogni probabilità lo sosterrebbe anche il sindaco di Cassino Enzo Salera con i sindaci dell’Unione Cinquecittà.

Un turno di Primarie che non sarebbe per nulla scontato nei risultati. Per questo gli ex orfiniani di Claudio Mancini e gli ex dalemiani da Goffredo Bettini allo stesso Nicola Zingaretti con Francesco De Angelis preferirebbero evitare. A disinnescare la situazione ci sta provando l’europarlamentare ed ex vice di Zingaretti in Regione Lazio Massimiliano Smeriglio. (Leggi qui: Smeriglio, l’architetto dei Progressisti: «Le Primarie devono attendere»).

Loro stanno su Enrico Gasbarra: espressione del mondo romano in contrapposizione totale ad un Leodori che punta sulle Province: perché ha insegnato l’elezione di Renata Polverini che non bastano le province per vincere, ma perdere nelle Province significa perdere le elezioni. (leggi qui: L’incrocio fondamentale dei Dem per la scelta del candidato).

Il risultato delle Primarie non sarebbe scontato perché nessuno dei fronti ha ceduto all’annuncio della possibile candidatura di Gasbarra. Né quello di Leodori né quello dell’assessore alla sanità Alessio D’Amato. E nemmeno quello della forestiera Marta Bonafoni. (Leggi qui I segnali di D’Amato per le Primarie. E leggi qui: La scelta di Marta: “Voglio le Primarie per tenere unito il campo”).

Il fuoco di sbarramento

Enzo Foschi

Non è un caso che il fuoco di sbarramento alle parole di Dario Franceschini sia arrivato dal vicesegretario Pd del Lazio. Enzo Foschi è in totale sintonia con Nicola Zingaretti.

«Non condivido le parole di Franceschini. Le correnti di oggi con il pluralismo delle idee non c’entrano nulla: servono solo a togliere il potere, agli iscritti, agli amministratori, ai militanti e gli elettori e lo danno ai capi corrente per trattare posti. Servono poco all’Italia e molto a chi fa il capo. Spero davvero non sia questa la deriva che prenderà il Pd». Insomma: superare le correnti e fare un ragionamento di Partito.

Ma anche il deputato Marco Miccoli spara nella stessa direzione. Parla di «Ingenerosa e fuorviante ricostruzione di Franceschini. Le correnti attuali del PD sono correnti nominali, senza politica e mi permetto di dire senza più storia». È un attacco frontale ad Area Dem.

Marco Miccoli fa capire che nel conto c’è anche la candidatura nel Lazio. Per lui le correnti ormai «servono solo alla distribuzione e all’occupazione di postazioni, come per esempio i posti di governo e sottogoverno. O alla conta nelle competizioni congressuali o per le presidenze per le regionali».

Ricorda che Nicola Zingaretti «se ne andò denunciando questa degenerazione, che ha allontanato tante e tanti militanti in questo decennio».

Lunedì non sarà una Direzione a bassa intensità.

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