Dalla Via Emilia a Roma, il tormentato viaggio di Salvini per assediare Zingaretti

Ora l'obiettivo è il Lazio: la Regione governata da Zingaretti ed il Comune di Roma. I suggerimenti chiesti ai consiglieri regionali. Le strategie. E le contromisure. "Matteo ora sarà qui ogni settimana" assicurano dalla Pisana. C'è il dilemma dei nomi da candidare. la divisione con Fratelli d'Italia. Ed il pranzo con Fazzone

Prossimo obiettivo Roma Capitale e la Regione Lazio. Nemmeno il tempo di digerire la sconfitta rimediata in Emilia Romagna che Matteo Salvini si prepara ad affrontare una nuova battaglia. Anzi due. Dal valore simbolico e strategico ancora superiore a quello della regione rossa per eccellenza. Roma è la Capitale d’Italia: è stata lei a spalancare al Movimento 5 Stelle la strada per arrivare a Palazzo Chigi; la Regione Lazio è lo sgabello sul quale esercita il suo buon governo Nicola Zingaretti, cioè il Segretario Nazionale del Partito Democratico. Guru, spin doctor e strateghi della comunicazione schierati fino a domenica in Romagna, si stanno incanalando sulla via Emilia per essere poi lanciati sulla Flaminia: con l’imperativo di cingere d’assedio Roma.

Matteo Salvini © Imagoeconomica / Paolo Lo Debole

«Matteo sarà da noi ogni settimana è arrivato il momento di dire basta a questa amministrazione di sinistra» dice assetato di gloria il neo leghista Pasquale Ciacciarelli, salito da poche settimane sul Carroccio dopo essere stato eletto alla Pisana nella lista di Forza Italia ed avere fatto un passaggio sul canotto di Cambiamo.

Il Capitano lo ha detto ai suoi consiglieri regionali del Lazio la settimana scorsa: dopo l’Emilia Romagna toccherà alla Regione di Zingaretti. E loro hanno subito organizzato un Flash Mob con il quale ricordare agli elettori che esistono e stanno ai banchi dell’opposizione,

Matteo chiede idee, punti deboli sui quali concentrare l’attacco al Governatore – Segretario. Gli rispondono: la Sanità ed i Rifiuti. Dall’altra parte del cancello Nicola Zingaretti nemmeno si preoccupa: gli ospedali nel Lazio li fece chiudere un governo regionale di Centrodestra. E quindi sostenuto anche dalla Lega che all’epoca non arrivava oltre l’Arno e ignorava dove scorresse il Tevere. Di più ancora: in quel Governo, guidato da Renata Polverini, uno dei tecnici nello Stato Maggiore si chiamava Claudio Durigon: cioè l’ex sottosegretario al Lavoro che Salvini intende lanciare alla testa delle truppe contro Zingaretti. I rifiuti poi sono l’emblema vivente dell’incapacità amministrativa grillina: ogni volta che il Governatore dichiara l’emergenza e ci mette mano spariscono dalle strade della Capitale.

Claudio Durigon

Matteo Salvini conferma gli obiettivi. «Il prossimo è la Capitale, ma anche Milano. Si vota tra un anno e mezzo e ci stiamo preparando bene. Già chiediamo idee e lavoriamo al programma e alla squadra. Presto definiremo tutto». Lo ha detto ieri schiumando rabbia e voglia di rivincita, con la pelle ancora incrostata dalla polvere sollevata dalle macerie del suo campo raso al suolo da Stefano Bonaccini, dalle Sardine, da Romano Prodi, da Nicola Zingaretti. E soprattutto da se stesso. Gli analisti non hanno dubbi: ha sbagliato i messaggi ed il modo di lanciarli. Perché in Italia se gridi il nome di Bibbiano qualche dubbio lo puoi anche sollevare ma a Bibbiano sanno come stanno le cose e li non funziona. Infatti in quelle urne la Lega è andata molto fiacca.

Stessa cosa al Pilastro. La gente non vuole squadristi che vadano a citofonare, si aspetta carabinieri e poliziotti che sradichino il fenomeno dello spaccio; si attendono uno Stato che affronti alla radice il tema della droga. E Matteo Salvini fino a qualche mojito fa era Ministro dell’Interno e vice Presidente del Consiglio dei Ministri: la competenza sul problema era la sua.

La rivincita passa per Roma. Non c’è dubbio. Ma lì, di fronte al Cupolone, il Capitano Matteo scopre i limiti della sua armata, come quella di von Paulus sul fronte russo. Si è allungato troppo, non ha abbastanza uomini. Chi candidare al Campidoglio? Non ha un nome che sia allo stesso tempo leghista e di impatto. Giorgina Meloni, la ragazza venuta su attraversando le borgate, dai modi eleganti ma spicci, non ci pensa proprio ad immolarsi: lei punta al boccone grosso: fare il premier se vincerà il centrodestra ed i mercati non vorranno a Palazzo Chigi un Salvini che va a spasso per la Russia, prende il caffè con quelli di Visegrad che vogliono smantellare l’Unione Europea.

Fabio Rampelli

Però è innegabile che la torta se la dovranno spartire loro: un candidato lo esprimerà la Lega ed uno Fratelli d’Italia. Non hanno alternative. Se si dividessero, le truppe di Zingaretti e di Goffredo Bettini non avrebbero a disposizione un altare abbastanza grande per celebrare i riti di ringraziamento.

Uno esprime il candidato alla Regione Lazio ed uno al Campidoglio. Qualcuno ha consigliato a Fabio Rampelli di mandare in sartoria la vecchia divisa: il vice presidente della Camera in quota FdI è sempre in predicato di ottenere una candidatura romana che poi non arriva mai. Altri ipotizzano Andrea Augello: uno al quale nel 2018 il centrodestra ha negato la candidatura.

Forza Italia non ha più voce in capitolo. I saldi azzurri di fine stagione nell’Urbe sono terminati: gli unici due di Forza Italia rimasti a Roma sono Antonio Tajani e Silvio Berlusconi che spesso stanno pure fuori per lavoro. L’ultima cartuccia rimasta nell’arsenale si chiama Claudio Fazzone: il senatore è stato presidente del Consiglio regionale ai tempi di Francesco Storace ed un ritorno gli garberebbe. Ma questo presuppone che Claudio Durigon molli la presa. I due – si sostiene – sono stati visti a pranzo insieme non più tardi di una decina di giorni fa.

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