Salvo il Dc9 del Mundial 82: accolto l’appello di Beccidelli

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L’allarme lo aveva lanciato l’estate scorsa l’imprenditore anagnino Domenico Beccidelli: quello che in silenzio ha costruito un piccolo impero nel campo dell’elicotteristica, quello che è capace di fare le tac agli elicotteri e dire se possono continuare a volare oppure i pezzi sono troppo affaticati e vanno sostituiti, quello che ha nel cassetto il progetto i per trasformare l’ex Deposito Munizioni Esercito Italiano di Anagni in un gigantesco aeroporto di servizio per la manutenzione dei velivoli interi. (Leggi qui il precedente)

Voleva portarlo ad Anagni, poi l’operazione richiedeva troppa burocrazia e troppe autorizzazioni ed allora aveva rivolto un appello, caduto nel vuoto. Fino a poche ore fa. Adesso, il Dc9 Alitalia che riportò in Italia gli Azzurri che vinsero il Mondiale del 1982 in Spagna è salvo. Rischiava di finire a pezzi, smantellato e destinato al riciclo delle materie prime.

«Sarebbe un delitto, per il Paese e per la nostra memoria aeronautica e sportiva» disse all’epoca Beccidelli. Di quell’avventura mondiale ci sono tre immagini indelebili, tre icone sopravvissute nella memoria di chiunque abbia assistito a quel Mundial: l’urlo di Marco Tardelli dopo il 2-0 alla Germania Ovest, Dino Zoff che alla fresca età di quarant’anni solleva al cielo una Coppa del Mondo che nessuno avrebbe scommesso una lira avremmo mai alzato, il presidente Sandro Pertini che si arrabbia durante la mitica partita a scopone giocata nel salottino del DC-9 dell’Aeronautica Militare insieme a Causio, Bearzot e Zoff.

Un pezzo di quest’ultima immagine entrata nell’immaginario collettivo rischiava di essere rottamato. Alitalia, proprietaria dal 2007 dell’aereo, acquistato a un prezzo simbolico, aveva deciso di disfarsene. Il Dc9 – una volta uscito dal servizio di linea – era stato utilizzato per le esercitazioni degli addetti alla manutenzione. Ma poi era diventato un peso per l’ex compagnia di bandiera. Per mesi è rimasto parcheggiato nella zona antistante gli hangar dell’aeroporto romano Leonardo Da Vinci di Fiumicino.

Beccidelli lo aveva saputo ed aveva fatto un rapido giro di telefonate. Voleva tentare di mettere su una cordata di imprenditori e di appassionati per comprare l’intero aereo. Ma subito si era alzata la montagna degli intoppi burocratici: chi se lo intesta, dove lo si porta, sotto quale struttura lo si ricovera, chi la costruisce ed in quanto tempo arriveranno le autorizzazioni. Soprattutto, nessuno pareva interessato a capire che si trattava di un’operazione che aveva lo scopo di salvare un monumento volante della storia aeronautica e sportiva nazionale.

Si era pensato ad un’area ad Anagni, poi una in provincia di Latina. Alla fine, Beccidelli aveva dovuto alzare bandiera bianca ma aveva iniziato a contattare tutti i musei, i giornali e le televisioni, segnalando che il Dc9 stava per finire tra i rottami. Così si è fatta avanti Volandia, la società che gestisce il Parco e Museo del volo vicino Malpensa, appoggiata da esponenti politici lombardi.

Su quel Dc9, per la cronaca, la coppia Causio-Bearzot vinse lo scopone, scatenando l’appassionata lavata di capo del presidente Pertini al mister Enzo Bearzot. Ma a 34 anni di distanza, la vera partita vinta è stata un’altra: quella per il salvataggio del velivolo.

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