Adesso chiamatelo “Salva Comuni”. Breccia nel Governo (di C. Trento)

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Equiparare Roma agli altri enti locali in dissesto. Ottaviani: «Decisiva la posizione del ministro Salvini»

Corrado Trento
Corrado Trento

Ciociaria Editoriale Oggi

Il sindaco di Frosinone Nicola Ottaviani aveva parlato con il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini della necessità di trasformare il Salva Roma in Salva Comuni. Lo aveva fatto nel corso della visita del leader della Lega a Veroli qualche settimana fa. Dopo il comizio del Capitano. Adesso l’argomento è tornato di attualità, soprattutto per via della tregua armata siglata tra il Carroccio e il Movimento Cinque Stelle.

Il Salva Roma, fortemente auspicato dalla sindaca Virginia Raggi, ha come obiettivo quello di rinegoziare il debito che il Campidoglio ha con le banche, per evitare il default delle casse capitoline. Ora, all’interno della commissione congiunta bilancio-finanze della Camera si sta ragionando su un emendamento.

La linea di Salvini è quella di equiparare il Comune di Roma alle altre Amministrazioni in dissesto. Dice Nicola Ottaviani: «La presa di posizione del ministro dell’Interno Matteo Salvini sulla vicenda del decreto Salva Roma (il provvedimento invocato dal Campidoglio per rinegoziare il debito ed evitare così il default delle casse capitoline), appare frutto di una riflessione che pone sotto la giusta luce lo stato di salute dei conti pubblici dei Comuni italiani, in modo particolare di quei circa 600 Comuni che, attualmente, sono sottoposti a procedure di ripianamento finanziario, come il Comune di Frosinone o, addirittura, a vere e proprie procedure di dissesto».

Poi aggiunge: «Salvini non ha negato alla Città Eterna la possibilità di rimodulare il debito che, oggi, ammonta ad oltre 12 miliardi di euro, ma ha chiarito, una volta per tutte, che non possono esistere cittadini di serie A, come quelli della Capitale, e cittadini di serie B, come quelli di Alessandria, Napoli, Catania o anche Frosinone, dove per chiudere i bilanci, malgrado la cancellazione di tutte le spese superflue, oggi si è costretti a tirare la cinghia più del dovuto, sacrificando, anche, il concetto di Stato sociale. Senza considerare che, poi, se i soldi per amministrare Roma vengono presi non dalla tassazione dei residenti nella Capitale, ma dalla tassazione generale del Paese, allora tutti gli italiani hanno il sacrosanto diritto di veder amministrate con oculatezza e con efficacia le risorse sottratte anche alle loro famiglie».

Sottolinea Ottaviani: «Basti guardare a quanto accaduto in Comuni a noi vicini come Cassino o Terracina, ove la dichiarazione di dissesto ha messo in ginocchio le imprese e i fornitori, azzerando anche i servizi sociali. Oggi appare ancora più evidente come il piano di risanamento varato nel 2013 abbia salvato i conti del Comune di Frosinone, tutelando i servizi a beneficio dei cittadini di Frosinone e i bilanci di imprese e fornitori».

Sul piano politico significativa pure la presa di posizione del ministro per i rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro, del Movimento Cinque Stelle. Il quale ha specificato che in realtà si tratta di un Salva Comuni. Spiegando alle agenzie di stampa nazionali che «la misura in sé, prevedendo di rimodulare i debiti della Capitale senza spendere altri soldi pubblici, consentirà di ottenere dei risparmi che utilizzeremo per aiutare anche altri Comuni in difficoltà». Come lo ha descritto Il Sole 24 Ore nell’edizione di ieri.

Rilevando: «L’accollo allo Stato del bond comunale del 2004, insieme allo stop ai contributi da 300 milioni che ogni anno il Mef gira alla gestione straordinaria, eviterebbe di aprire un nuovo buco nei conti capitolini. Aprirerebbe la porta a una rinegoziazione degli interessi (ora al 5,435%) con i creditori. Ma sotto ristrutturazione finirebbero anche gli altri mutui oggi gestiti dal commissario. Quelli rinegoziabili valgono circa un miliardo, divisi fra Cassa depositi e prestiti e altri istituti. Dalla loro revisione potrebbe spuntare una dote di almeno 100 milioni di euro, da indirizzare agli altri Comuni sotto forma di contributi per l’estinzione anticipata dei loro mutui».

Ora però si apre un altro fronte: far sì che l’aiuto non si limiti soltanto ai capoluoghi delle Città metropolitane, ma venga esteso a tutti i piccoli Comuni.

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