Oggi nella battaglia con l’odore della trincea (di M. Panaccione)

Ricordando Mimma Panaccione.Glii articoli che la rendono più viva che mai, nonostante abbia smesso di scrivere. Sono quelli proposti sul suo blog all'interno di Repubblica.it

Nei giorni scorsi ha smesso di scrivere la collega Mimma Panaccione. Ci ha lasciato una serie di articoli che la rendono più viva che mai. Sono quelli proposti sul suo blog all’interno di Repubblica.it Li riproponiamo per consentire, anche a chi non la conosceva, di capire quale straordinaria persona fosse.

 

di Mimma PANACCIONE

Ma lei frequenta solo amiche malate? Cambi compagnie ogni tanto!”.

È quello che mi ha detto la mia oncologa nei giorni scorsi quando l’ho incalzata con le mie domande. E di domande ne avevo tante e le risposte non mi piacevano.

Chiedevo perché mancasse all’appello della chemio una delle mie colleghe; perché la sua postazione fosse vuota; perché al pronunciare del suo nome tutti si fossero guardati con aria ferale…

Lei 21 giorni fa era qui con noi, le amiche del martedì. Avevamo parlato come sempre, scambiandoci consigli su come realizzare caparbiamente, nonostante tutto, alcuni progetti di vita. Ora non riesco a credere che in 15 giorni, all’improvviso, nonostante 5 anni di guerra con le metastasi, nonostante non fosse assolutamente terminale… non c’è più.

Il mio cervello era diventato simile ad una palla con dei pesci rossi vaganti e probabilmente io avevo la loro stessa espressione.

Come si fa ad elaborare un lutto mentre si è sotto choc? Come si fa a farlo in pochi istanti mentre si torna nella stanza del reparto dove le amiche del martedì aspettano che tu porti notizie di quell’assenza? Non lo so. È successo.

C’è chi è scoppiata a piangere, chi è ammutolita, chi ha rimandato indietro le lacrime e la rabbia per trasmettere serenità al resto della truppa. Le stesse infermiere hanno dovuto concedersi una pausa per poi tornare a sfoggiare i loro sorrisi e a darci il loro sostegno. Perché oltre al dolore, oltre all’incolmabile assenza, per noi il tutto diventa un “allenamento”.

Perché ci chiamano guerriere e non donzelle? Perché siamo perennemente in una lurida, schifosa, putrida trincea per scampare al nemico e cercare di assestargli un colpo mentre fischiano sulle nostre teste bombe a gogo. Un lutto, un aggravamento della malattia, una sentenza per una di noi automaticamente vale per tutte.

Allora nella totale confusione del momento, con il cuore che ti scoppia di lacrime non ci si può fermare, né per sé, né per gli altri: nella tempesta bisogna tenere la barra.

Sapendo che tornerà il sole ad illuminare l’assenza e ci saranno sempre burrasche e tempeste.

Ci sto ancora pensando alla domanda fatta dalla mia oncologa: se frequento solo amiche malate. Non lo so, non sono razzista con quelle ancora sane… ma tecnicamente mi rendo conto che preferisco la truppa.

Preferisco l’odore nauseabondo della trincea dove posso essere me stessa totalmente senza urtare la sensibilità altrui o creare imbarazzi di sorta. Non è che ami meno le mie amiche ancora (e per sempre!) sane. Ma compagnia per lo shopping, il cinema e le mostre senza di me la troveranno facilmente.

Ma chi accetterà di scendere nella putrida trincea al fianco delle truppe, vada come vada? La mia fanteria ha più bisogno di me.

Oggi ho ricevuto solo brutte notizie da tre delle mie colleghe. Mi gira la testa ma reggo la barra… a stento. Mai come oggi odio il cancro con tutto il mio cuore. Ma mi ha insegnato che il mio posto è questo. Con voi.

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