Dimaiology. Un manettaro è per sempre?

L'abiura di Luigi Di Maio dal giustizialismo. O, se preferite, dall'insulto e le contumelie verso i semplici indagati purché di un Partito avversario. È un Gigino acuto, furbo, Trilogy, quello che emerge. Ben già abile di Conte costretto a inseguire. E pure Berlusconi è in affanno con Toti.

Franco Fiorito

Ulisse della Politica

Luigi Di Maio, Gigino per gli amici, fa autocritica. E dopo cinque anni chiede scusa all’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti, prima condannato e poi assolto in appello dall’accusa di turbativa d’asta. È questa la notizia più stupefacente della settimana. La rivoluzione copernicana dell’esponente Cinque Stelle, il Partito giustizialista e manettaro per eccellenza. Roba da stropicciarsi gli occhi solo a leggerla.

Ma è un affermazione pesante, significativa, soprattutto se proferita dal maggiore esponente di un Partito che ha avuto nel suo core business l’insulto, la contumelia anche per i semplici indagati, per i condannati neanche in via definitiva, a volte anche solo per i sospettati. E su questa mefitica connessione tra giustizialismo e populismo ha fondato i propri successi elettorali. 

La vignetta di Osho su Il Tempo

Ovviamente non tutti hanno preso la cosa sul serio. Sulla prima pagina de Il Tempo campeggiava la quotidiana vignetta di Osho al secolo Federico Palmaroli, genio satirico conclamato, che su una foto pensierosa di Di Maio aveva inserito la didascalia “Pure sta Ruby, bah… va a sapè se ‘n era davero la nipote de Mubarak”. Ironizzando sul celeberrimo caso che coinvolse Berlusconi e la Minetti.

Non bastasse ha rilanciato su facebook una serie completa di immaginarie affermazioni di Gigino sullo stesso tenore esilaranti.

“Di Maio: contro il covid una campagna di odio ingiusta”. 

“Luigi Di Maio: Mi dispiace aver eliminato la povertà non se lo meritava”.

“Di Maio: avrei voluto due genitori come quelli di Renzi”. 

Il Golgota di Lodi

La commozione del sindaco appena assolto

Forse avrebbe potuto continuare all’infinito perché di materiale basato sulle uscite di questi ultimi anni di Gigino e compagnia cantante del M5s ce ne sarebbe a tonnellate.

Ma veniamo ai fatti. Nel 2016, l’attuale ministro degli Esteri si schierò pubblicamente contro l’ex primo cittadino di Lodi per chiedere le sue dimissioni . E ora ammette (è l’unico nel M5S a farlo) che “campagne social, i sit-in di piazza, insinuazioni, utilizzo di frasi al condizionale che suonano come indicative, con il senno di poi, credo siano stati profondamente sbagliati.

Il mea culpa arriva dalle pagine del quotidiano Il Foglio dove Di Maio ha scritto una lunga lettera per dire “mai più gogna come strumento di campagna elettorale” perché “anche io contribuii ad alzare i toni e a esacerbare il clima“. E ora “è giusto che in questa sede io esprima le mie scuse. Glielo dovevo a Uggetti da persona e da essere umano, prima ancora che da uomo delle istituzioni“.

Passa poi alla “richiesta di aprire una riflessione“. Spiegando: “Con gli occhi di oggi ho guardato con molta attenzione ai fatti di cinque anni fa. L’arresto era senz’altro un fatto grave in sé, che allora portò tutte le forze politiche a dare battaglia contro l’ex sindaco, ma le modalità con cui lo abbiamo fatto, anche alla luce dell’assoluzione di questi giorni, appaiono adesso grottesche e disdicevoli“. 

Simone Uggetti, esponente Pd, fu arrestato nel 2016 per degli appalti su due piscine comunali, ma da quella accusa è stato assolto in Appello pochi giorni fa. Al tempo, sulla vicenda il Movimento prese posizione trasformandola in uno scandalo nazionale e organizzando proteste di piazza e social.

Di Maio, ora, chiede scusa. Una svolta per il Movimento, dal momento che è l’unico ad ammettere i suoi sbagli. (Leggi qui Top e Flop, i protagonisti del giorno: 29 maggio 2021).

La fine del MoVimento giustizialista

Beppe Grillo, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. (Foto: Raffaele Verderese / Imagoeconomica)

Poteva infatti non intervenire l’ex ministro Danilo Tontinelli a dire che lui non è d’accordo? Certamente no. Poteva tacere Nicola Morra il più squilibrato (nel senso di ‘meno equilibrato‘) presidente dell’Antimafia mai avuto in Parlamento? Certamente no. Più realisti del re. E così via. Perché al di la dell’uscita di Di Maio, l’impressione che se ne ricava è di un MoVimento fatto così, intriso di odio degli altri per sanare un irrisolvibile senso di inferiorità che a tutti appare evidente e palese ma di cui non riescono autonomamente a rendersi conto.

Il messaggio Di Maio non va sottovalutato. Anzi segna un passo importante. La fine ufficiale del populismo giustizialista in Italia. Ed è un fatto storico. Forse anche coraggioso.

Intendiamoci io aborro politicamente Di Maio e tutti quelli come lui, ma per come si sta muovendo in questo periodo sta dimostrando di avere molta più stoffa politica del suo designato successore Giuseppe Conte. Gigino è uno e trino. Ha cambiato in questi anni più aspetti di un camaleonte. Si adatta a qualsiasi situazione con una faccia di tufo invidiabile. È fatto di Pongo.

La ricordate la pubblicità del megabrillocco dalla De Beers? “Per ieri per oggi per i prossimi mille anni l’anello che racconta la storia del vostro amore. Trilogy. Un diamante è per sempre”. Infatti nel titolo mi sono chiesto se Dimaiology, il suo animo manettaro, lo manterrà per sempre, come i diamanti, o se lo ha abbandonato davvero.

Perché tu da Di Maio ed i Pentastellati puoi aspettarti di tutto. Anche che neghino un minuto dopo la frase appena proferita. Infatti la celebre frase “un uomo vale quanto la sua parola” li condannerebbe in modo imperituro.

E poi anche Gigino è trilogy. In lui vivono almeno tre personalità distintamente riconoscibili.

Il Di Maio Trilogy

Il ministro degli esteri Luigi Di Maio

Di Maio l’emigrante. La prima. Lo vediamo partire dalla Farnesina verso le più improbabili e disparate destinazioni mondiali. In genere di secondo o terzo piano perché si sono accorti tutti che Draghi gli incontri internazionali importanti li svolge tutti in proprio e nemmeno lo invita. Ma lui lo vedi nei telegiornali ricevere improbabili delegazioni che sembrano uscite da “Una poltrona per due” o raggiungere stati di cui fatichi a conoscere l’esistenza tipo “Zamunda” de Il principe cerca moglie.

Con quella faccia non tanto da rappresentante del governo ma invece da spaesato emigrante, ignaro di dove si trovi ed incerto nella lingua. Ogni volta che lo vedo mi ricorda Alberto Sordi in “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata” il capolavoro di Luigi Zampa con la meravigliosa Claudia Cardinale.

Con quegli occhi un po’ piegati all’ingiù come una pagoda, l’abbronzatura da muratore, il capello con la sfumatura troppo alta e l’espressione di quello che è in balia degli eventi ma vuole far vedere che ha tutto sotto controllo.

Poi c’è la seconda. Il Di Maio Tengo Famiglia. Come nella migliore tradizione italiana, opponendosi fermamente ai suoi proclami pubblici Gigino un po’ di Amichetti li ha infilati in dei posti di potere. Non è mancata occasione di leggere di un parente, un compagno di scuola, un amico, un congiunto di Di Maio sia beccato ad assumere posti di rilievo in amministrazioni pubbliche o controllate statali. E tutto mentre proclama esattamente il contrario.

Mi ricorda sempre il verso di Bocca di Rosa di De Andrè “Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio. Si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio.” Sembra scritta per lui ed i suoi sodali ante litteram.

La terza, la più amena, è il Di Maio Bambacione. Ma lo avete mai visto con la fidanzata paparazzato in qualche locale o in vacanza? Il cambio di ruolo (e di tenore) lo porta a frequentare posti di lusso ma l’effetto è lo stesso di Nino D’Angelo in Vacanze di Natale 2000 a Cortina D’Ampezzo. Quando cantava “quanto è bella Meghan Ghella” alla affascinante testimonial della Vodafone.

Un parvenu della politica. Anzi il Parvenu.

LUIGI DI MAIO E VIRGINIA SABA (FOTO: PASQUALE CARBONE / IMAGOECONOMICA)

Lo avete mai visto nelle foto della vacanze mentre passeggia in centro a Porto Cervo? Gli occhiali a specchio azzurrati inforcati sulla testa manco fosse Poncherello dei Chips. Un paio di calzoncini costume attillati Arena degni di un film di Verdone.

Le infradito bianche tipo quelle che ti danno negli alberghi a cinque stelle per fare la doccia ma se non sei mai stato in un hotel di lusso te le porti via nascoste in valigia e le sfoggi poi come fossero un acquisto di pregio.

Ma soprattutto una Lacoste color Tiffany, signore e signori, abbottonata fino all’ultimo bottone! Adesso io voglio sapere se voi avete mai visto uno con una Lacoste che si abbottona in pieno agosto chiudendo fino all’ultimo bottone. Ma dico neanche un missionario o un prete di campagna. Orrendo al punto che una volta scrissi un tweet in cui mi chiedevo se poteva fare il ministro uno che chiudeva la Lacoste fino all’ultimo bottone ed ebbi migliaia di like e retweet che ancora oggi rimangono il mio record personale.

Ma in ognuno dei personaggi che indossa l’unico dato comune è l’occhietto vispo di quello che non lo vuole darlo a vedere ma ti sta fregando. “Ut imago est animi vultus, sic indices oculi” diceva Cicerone l’arpinate. Come il volto è l’indizio dell’animo così ne sono rivelatori gli occhi.

L’occhio vispo del leader Di Maio

Luigi Di Maio (Foto: Tim Hammond / Imagoeconomica)

E l’occhio di Gigino è sempre vispo, furbetto. E secondo me se ne sta accorgendo pure Giuseppe Conte che sempre più ridotto ad essere lui il portavoce di Rocco Casalino ha da Gigino ereditato la guida del Partito che però sta di fatto ancora gestendo l’”enfant demiprodige” di Pomigliano D’Arco.

Un esempio? Sulla vicenda Uggetti Giuseppe Conte gli dà ragione: “Riconoscere un errore è una virtù. Alimentare la gogna mediatica per contrastare gli avversari a fini elettorali contribuisce all’imbarbarimento dello scontro politico“, scrive l’ex premier in una nota. E aggiunge: “Forte di questo convincimento, ho inserito il primato della persona e della sua dignità nella Carta dei principi e dei valori del neo-Movimento5stelle, a cui ho lavorato nelle scorse settimane“.

Vedete? Costretto ad inseguire la dichiarazione di Di Maio. Conte non brilla certo per sagacia ed iniziativa politica. Tolta una prima fase di ruffianesimo generale i parlamentari sono tornati tutti in orbita Di Maio. Ed è tutto dire per uno che ha appena finito di fare il premier ed è stato cooptato alla guida di un movimento che valeva il trenta per cento dei parlamentari.

Se poi ad esempio apri la tv e vedi Ettore Rosato di Italia Viva che dichiara Credo che Di Maio sia il più intelligente all’interno del M5s.  E quando l’intervistatrice strabuzzando gli occhi domanda “Più di Giuseppe Conte?”. Immediata la risposta: “Si, è quello che ha maggior leadership e capisce più di politica“. Ecco in quel momento capisci il grado di umiliazione che vive certamente Conte.

La rotazione delle Stelle

Luigi Di Maio al balcone annuncia ‘l’abolizione della povertà’

Ma Di Maio detta la linea. E la linea è che, con la abiura del giustizialismo, il Movimento Cinque Stelle completa il suo percorso di diventare esattamente l’opposto di quanto dichiarato agli italiani presentandosi alle ultime elezioni. È certamente un’ammissione di incapacità ma è una mossa disperata oltre che furba, frutto del nuovo corso poltronista a tutti i costi e filogovernativo.

Lo dovrebbe capire, fino a che può, il Parlamento. Anche intervenendo per cancellare tutti gli obbrobri del duo Conte Bonafede e mettendo una pietra tombale  sul populismo giustizialista e forcaiolo che non ha portato nessun giovamento alla nostra indebolita nazione. In fondo il caso Palamara seppur edulcorato e anestetizzato da tutti i media di regime strisciando ha prodotto al pari delle dichiarazioni di Di Maio una certezza culturale. Che la giustizia degli uomini può sempre essere fallace.

Ne volete un esempio lampante di questi giorni? L’ottimo Bruno Vespa in un recente dibattito televisivo confrontandosi col virologo Galli in collegamento, punge ripetutamente il professore dandogli del Davigo. “Lei è il Davigo dei virologi, lui dice che non ci sono persone sane, ma infettati che la fanno franca. Faccia un sorriso liberatorio, non siamo morti dopo le riaperture”. Infatti l’infettivologo non ci sta: “Sono rilassatissimo e non faccio il Davigo!

Ora noi parliamo del magistrato Pier Camillo Davigo che, protagonista di Mani Pulite, da quel momento in poi era, insieme agli altri del pool che distrusse la Prima Repubblica, una specie di mito vivente della magistratura italiana. Che poi apparendo in tv inanellando una serie di opinioni giuridici molto poco condivise, ha progressivamente perso di appeal arrivando ai giorni nostri ad essere addirittura utilizzato come equivalente di una offesa.

Sembrava una scenetta di Totò: “Lei è un Davigo! No Davigo ci sarà lei e tutta la famiglia sua!” e così via. Come cambiano i tempi.

Tante facce della medaglia

Ma sono tutti aspetti della stessa vicenda. Tutte facce della stessa medaglia. Forse è finita questa fase storica in cui la linea politica è stata dettata solo dalle inchieste giudiziarie e dai giornali compiacenti. E se così fosse sarebbe certamente una fortuna per l’Italia.

Lo pensa anche la Corte di Giustizia Europea che, per non essere troppo dirompente, invece di dire direttamente che la condanna a Berlusconi fu una evidente forzatura, arriva alla stessa conclusione ponendo una serie di domande retoriche all’Italia sulla vicenda che determinò l’interdizione dai pubblici uffici del cavaliere. Che su questi temi ha dato battaglia  per tutta la sua esperienza politica fino a finirne schiacciato.

Povero Berlusca che in questi giorni entrando ed uscendo dagli ospedali, accompagnato come sempre dalla malevola insinuazione se sia per reali esigenze di salute o per sfuggire agli ennesimi appuntamenti giudiziari, ha collezionato due tre umiliazioni niente male.

Toti ha fondato insieme a Brugnaro “Coraggio Italia” una nuova formazione politica che nasce dalla base del movimento “Cambiamo” da poco nato e dai maligni già ribattezzato “campiamo”. Non mi sono documentato ma credo l’abbiano chiamata così, intendo Coraggio Italia.  Perché – dicono gli astiosi rimasti in Forza Italia – per votarli ci vorrebbe davvero coraggio. Sono stati sinceri, va apprezzato.

Hanno detto siamo sette parlamentari arriveremo a trenta. E ti credo con la nuova legge mezzo parlamento non sarà ricandidato tra poco partiranno tutti come schegge impazzite in cerca di qualche approdo di fortuna che gli garantisca almeno la ricandidatura anche senza speranze di elezione.

GIOVANNI TOTI. FOTO: SERGIO OLIVERIO / IMAGOECONOMICA

Ha aderito ad esempio la Biancofiore una che da deputata e coordinatrice regionale del Partito in carica candidandosi nel suo comune prese una ventina di preferenze. Lo ha fatto dicendo che qui si trova lo spirito vero del berlusconismo. Che non ravvede più in Berlusconi stesso. Roba da fare impazzire Freud. Credo che il Cavaliere di fronte a cotante dichiarazioni abbia avuto una crisi di personalità. 

E se in un Paese serio non possiamo nemmeno essere sicuri che Berlusconi sia davvero Berlusconi e che sia anche certamente berlusconiano più della Biancofiore, di Toti e di Brugnaro allora la rovina potrebbe davvero essere vicina. E quella di Di Maio invece di una semplice dichiarazione potrebbe essere una profezia, come quella notissima di Celestino nel libro di James Redfield. 

Solo che invece della profezia di Celestino è semplicemente quella di Gigino, il parvenu.

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