La triste parabola già scritta su Carlo Maria D’Alessandro (di A. Porcu)

Le dimissioni rassegnate dal sindaco di Cassino non sono il gesto di un isterico. Ma sono una logica conseguenza. Cosa ha portato, giorno dopo giorno, al collasso l'amministrazione di Carlo Maria D'Alessandro

Che Carlo Maria D’Alessandro sia una brava persona è fuori di dubbio. Tanto quanto il fatto che non sia un politico: è un dirigente del Catasto prestato alla politica. Lo stesso profilo che aveva Fausto Bassetta, integerrimo ufficiale dei carabinieri e sindaco di Anagni finito come il suo collega di Cassino: logorato giorno dopo giorno da un sistema che non è il suo. E che alla fine lo ha espulso.

Le dimissioni rassegnate mercoledì da Carlo Maria D’Alessandro non sono la sciocca reazione di un isterico. La lite avvenuta in municipio con la consigliera della sua maggioranza, tirata fino alle estreme conseguenze di due malori e l’intervento del 118, non sono la scena finale di una commedia napoletana.

È la naturale conclusione di un connubio contro natura.

La palude non è per signorine

Perché Carlo Maria D’Alessandro ha resistito fin troppo in un mondo nel quale il gioco delle tre carte è il minimo sindacale, dove la menzogna è diffusa quanto la verità, nel quale l’intrigo è di casa, la coltellata alle spalle è un modo per dirsi buongiorno.

L’amministrazione di una città è anche questo. E chi decide di candidarsi non sale su un palco ma scende in una palude nella quale è indispensabile avere scorza sulla pelle e pelo sullo stomaco.

Come spiegare altrimenti la manovra che dopo poche decine di giorni ha liquidato l’assessore Tullio Di Zazzo, espertissimo ex sindaco ‘saltato‘ con il pretesto di un gazebo?

O come collocare se no il graduale confino dalla maggioranza per il consigliere di lungo corso Giuseppe Sebastianelli, tolto di mezzo quando ci si è resi conto che incideva troppo sui lavori d’aula?

Come spiegare allora la crisi con Fratelli d’Italia che è uscita dalla maggioranza, sacrificata per tenersi però il consigliere Rosario Franchitto e con il suo voto anche l’assessora gradita, a dispetto di quella indicata dagli organi provinciali del Partito?

Quale chiave alternativa di lettura dare alla crisi con la Lega, culminata anche in questo caso con l’uscita del vicesindaco Carmelo Palombo dalla giunta e del Partito dalla maggioranza, con il corollario del tentativo di blandire il suo consigliere Claudio Monticchio per tenersi il voto in Aula?

O la follia di una delega da vicesindaco assegnata per le vacanze ogni quindici giorni?

Il monocolore Abbruzzese

In poco tempo, Carlo Maria D’Alessandro si è ritrovato a governare alla guida di un monocolore Abbruzzese anziché una coalizione civica di Centrodestra. Lo scopo di tutte quelle rotture era arrivare esattamente lì.

Una strategia non disegnata da lui. L’architetto politico politico di questa amministrazione  è riconoscibile dalle linee della struttura. Che porta in modo inequivocabile la raffinata firma politica di Mario Abbruzzese. Che al pluri premiato direttore del Catasto ha lasciato il ruolo che sa svolgere meglio: dirigere burocraticamente un’amministrazione. Carlo Maria D’Alessandro ha trascorso buona parte delle sue giornate da sindaco, sepolto negli uffici, dietro a montagne di carte, risolvendo centinaia di piccoli e grandi problemi insieme alla segretaria comunale. Un dirigente generale più che un sindaco.

In modo inconsapevole, non essendo un politico, sentendosi estraneo a quel mondo ma non volendolo ammettere per orgoglio nemmeno a se stesso, si è messo a fare ciò che sa fare meglio di tanti.

Ma la politica è altro. Non è per i D’Alessandro, non è per i Bassetta. Essere brave persone non è un requisito fondamentale. Tanto quanto non lo è per fare il medico o l’autotrasportatore o l’astronauta: occorre avere tra le mani anni di esperienza e di errori dai quali avere imparato. Elemento che i Nostri non avevano. Non in politica.

I bimbi dell’asilo

Così si è arrivati alla variabile imprevista nel monocolore Abbruzzese: i ‘bambini dell’asilo‘ della maggioranza.

I giovani consiglieri approdati in aula in nome del ‘rinnovamento’ si sono rivelati ingovernabili. Pretendevano di parlare come i grandi, contare quanto gli adulti della politica, fino a volersi paragonare al Grande Architetto che invece li ha mossi per mesi come elementi d’arredo di una maggioranza nella quale l’unico ad avere una visione d’insieme ed una prospettiva è stato solo lui.

Ma i bambini, si sa, sanno diventare insistenti. Fanno i dispetti: ecco allora i tanti colpi di spillo che hanno logorato dall’interno un’amministrazione già logorata dall’azione di  sfrondamento per farla diventare monocolore.

Il capro espiatorio

Questa amministrazione sarà un capro espiatorio che porterà su di sé e sulla propria storia responsabilità che non sono sue. Ma sulle quali ha messo la firma sull’atto finale. Con una responsabilità propria e personale: perché sui palchi, quando ha chiesto il voto dei cittadini, aveva detto di saperlo e di avere la soluzione ad ogni problema. Invece è  stata una sconfitta dietro l’altra.

Gli acquedotti comunali sono passati ad Acea, le bollette dell’acqua ora si pagheranno al gestore, il bilancio è finito in dissesto, le tasse tra poco verranno alzate al massimo da un commissario, il sistema dei parcheggi a pagamento è collassato, nessuno vuole la gestione della villa Comunale, il teatro è rimasto chiuso per mesi, l’Historiale è solo un ricordo. E per andare sul pratico: i loculi al cimitero sono quasi finiti, i cittadini hanno pagato per avere un posto decente nel quale seppellire il loro dolore ma nulla hanno avuto in cambio.

Delle mirabolanti opere promesse in campagna elettorale s’è visto meno di niente: ricucitura della città con il polo universitario, teleferiche per Montecassino, razzi per la luna…

Non è Carlo

Tutto questo, per chi non mastica la politica, è un fallimento. E l’unica reazione sarebbe quella di ribellarsi alla politica, votando chi strilla più forte il suo sdegno: salvo poi fare peggio, con la propria incompetenza, una volta arrivati a prendere il controllo della macchina amministrativa.

La realtà è solo una: Carlo Maria D’Alessandro è una brava persona. Fare il sindaco non lo richiede.