Il doppio Scalia, evanescente a Frosinone e pesante a Roma

Si muove come un’ombra. Sempre più impalpabile. In modo esattamente opposto a quello che invece avviene su Roma, dove il suo peso è enorme. Francesco Scalia è il grande assente dalle operazioni strategiche avviate nel Partito Democratico.

Lo aveva detto esattamente un anno fa (leggi qui): lui la partita se la sarebbe giocata a Roma, lo scenario minimo sul quale esibirsi; ed è arrivato alla commissione Industria del Senato, all’ufficio di Presidenza, al cerchio magico di Matteo Renzi dove Luca Lotti lo stima. Di lui nei Palazzi si dice che sia uno dei pochi capace di capire un testo di legge ma anche di scriverlo, soprattutto di correggerlo in modo da ribaltarne completamente il senso solo aggiungendo o spostando un paio di righe.

Ai suoi colonnelli sul territorio, un anno fa aveva fatto capire con chiarezza che sarebbe stato compito loro prendersi cura della componente, farla crescere.

Qualcosa però non sta funzionando. A Cassino nessuno ha alzato la voce, nemmeno uno spiffero si è sentito, sulla questione del concorso con cui selezionare il direttore generale del Cosilam: non è proprio consueto quel testo, per alcuni è una porcheria, altri scommettono che Rizzo e Stella gli stanno già dedicando un capitolo sul prossimo volume de La Casta. Uno Iannarilli – tanto per fare un esempio – invece si sarebbe incatenato ai cancelli del Consorzio, avrebbe affisso i manifesti da 6 metri x 3 metri e ne avrebbe tappezzato le strade che da Cassino portano al Cosilam. Invece, Giuseppe Golini Petrarcone, tra una partita di golf e l’altra, si è ricordato di fare un comunicato dopo che la nomina era già avvenuta; trascorsi dieci minuti, lo ha pure annacquato. Marino Fardelli: non pervenuto.

A Frosinone, nella partita che vede sotto assedio la sua creatura politica Antonio Pompeo è intervenuto nel momento in cui a muovere l’assedio erano i sindaci di centrodestra, durante l’assemblea plenaria per la tariffa dell’acqua; lo ha blindato. Ma è tornato impalpabile quando le tensioni sono state interne; ancora di più quando è diventato chiaro che si tratta di tensioni non interne al Pd ma interne alla componente.

Domenico Alfieri sta prendendo le distanze dal presidente della provincia Antonio Pompeo: lo ha fatto nei giorni scorsi capitanando i consiglieri provinciali verso la firma di un documento con il quale si «esprime il profondo disagio nel dover governare insieme a Forza Italia» e chiedeva la fine di quell’esperienza; significa mettere in difficoltà Pompeo che basa il suo equilibrio nei prossimi due anni proprio sull’alleanza con il centrodestra: le elezioni di gennaio consegneranno un consiglio provinciale completamente cambiato, con Forza Italia e Fratelli d’Italia che hanno la maggioranza del voto ponderato con cui eleggere i nuovi consiglieri. Staccare la spina a quell’alleanza significa lasciare Pompeo per due anni in balia del centrodestra, facendolo arrivare logorato alle elezioni regionali.

In soccorso si sono mossi Germano Caperna e Maurizio Bondatti, fedelissimi di Scalia e di Pompeo. Ma Alfieri ha ribadito le sue posizioni, parlando con Corrado Trento su Ciociaria Oggi: «Lo scontro tra il presidente della Provincia Antonio Pompeo e il sindaco di Frosinone Nicola Ottaviani in sede di Consulta d’Ambito (leggi qui il precedente) significa una cosa sola: l’alleanza con Forza Italia non può continuare, è inutile girarci intorno».

E’ chiaro che all’interno del Pd e più ancora della componente Scalia sia in corso non tanto una guerra di posizione, ma sicuramente una tattica basata sulla manovra. Come rivelano anche le posizioni emerse durante la Direzione Provinciale.

Scalia si sta giocando la partita a Roma. Sul territorio non vuole mettersi in mezzo e sta facendo in modo che emerga da solo l’uomo capace di prendere in mano la componente. Ma forse, almeno in questa fase, la creatura ha ancora bisogno di un sostegno.

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