E Cucchiarone disse ai tedeschi: “Sono figli miei, tutti”

Il rastrellamento del ghetto di Roma, i nomi dei nostri paesi bruciati e quel contadino di Sezze che disse: "Sono figli miei, tutti"

Lidano Grassucci

Direttore Responsabile di Fatto a Latina

Era di ottobre, il 16 come fosse oggi. Ottobre qui a Roma è dolce come una primavera con la pioggia. Ottobre a Roma ha il Tevere lento ed il Tevere scorre eguale davanti a chiese millenarie ed al tempio grande, la sinagoga. Che invece di anni ne aveva meno di cento: un dono della libertà italiana, davanti portico d’Ottavia.

Lì mi piaceva andare da bimbo con mia zia, che aveva il compito di insegnarmi Roma e il mondo.

Mi parlava di persone che abitavano li e si chiamavano Piperno, Sermoneta, Alatri, Di Veroli, Terracina, Pontecorvo, Roccasecca: come i miei paesi, perché dai miei paesi venivano. Erano noi e mangiavano gli stessi carciofi che loro, però,  curavano come nessuno.

Erano una casa mia che però pregava diverso. Ma che fa, nonna mi aveva detto che era la Misericordia che comandava, non la condanna. E che mille erano i colori dei fiori, nessuno meglio.

Il rastrellamento del ghetto di Roma

Era ottobre il 16, come fosse oggi: vennero cani neri e … 1.259 miei concittadini, 689 donne e 207 bambini furono portati via dai tedeschi ma prima ancora furono traditi dalle spie italiane. Ne tornarono 16, una sola donna e nessun bimbo, nessuno

Hanno ucciso l’anima nostra che era contadina e stupiva di come diventavano quei carciofi in mani sapienti che li amavano da millenni. E’ accaduto un ottobre di tanti anni fa ma il 16 come fosse oggi, hanno ucciso la nostra civiltà. Si chiamavano con i nomi dei nostri paesi di queste terre a sud di Roma dove ogni persona è creatura. Hanno messo nei forni Sermoneta, Alatri, Veroli e Terracina.

Cucchiarone ed i suoi figli

Ieri è morto a Sezze Roberto Ricci figlio di Quirino detto Cucchiarone che prese i figli di Israele e li fece suoi, li nascose tra i suoi figli e quando gli chiedevano in tedesco o in italiano “di chi sono questi bambini?” Rispondeva “i me’, tuchi i me’ “. Sono tutti i miei. E diceva la verità.

Perché gli ebrei di Sezze erano setini che pregavano diverso, non setini diversi dai setini: loro aspettavano ancora uno che per gli altri era già venuto. E in quella notte di ottobre questa questione di “visite” del Signore fatte o ancora da fare, rappresentava per alcuni la differenza tra vivere e morire. Morire male.

Roberto Ricci, uno dei figli di Cucchiarone

Cucchiarone era padre di 5 figli. Li aveva avuti con Giuseppina Di Trapano. Decise che no: non si poteva morire così. A rischio di rischiare lui. Ospitò nel suo podere a Bocca di Fiume (sulla Migliara 45) le famiglie di Esterina Di Veroli e di Amedeo Spagnoletto, poi pure quella di Cesare Di Veroli. Senza chiedere nulla in cambio.

Sapete la gente di qui non ama le lingue dure, men che meno gli ordini, non bada manco a come preghi ma nota se sei una brava persona, quello sì.

A Roberto quando nelle scuole, curiosi, gli chiedevano di ricordare, lui rispondeva: “Erano mammocci e ci giocavamo n’seme, puro nu eravamo mammocci. Solo ca papà c’era ditto ca erano frachi e erano frachi. Frachi nostri e così dicevamo a tichi ma n’era bucia”. (Erano bambini ci giocavamo insieme, anche noi eravamo bambini, solo che papà ci aveva detto di dire a tutti che erano nostri fratelli. E così dicevamo a tutti che erano fratelli nostri, ma non dicevamo bugie).

Si chiamavano Di Veroli, Spagnoletto, Piperno: li hanno salvati, hanno salvato la nostra civiltà che a Portico D’Ottavia stavano uccidendo.

error: Attenzione: Contenuto protetto da copyright