E poi la chemio diventa come una linfa di odio (A. Tagliaferri)

Oggi Ada è arrivata al lavoro arrabbiata. Perché anche chi si occupa di quelli che soffrono di più ha una vita. Unpaltra pagina del diario di Ada Tagliaferri

Ada Tagliaferri
Ada Tagliaferri

Infermiera mancata con la vocazione per la pulizia, di ospedali e di anime. Un viaggio all'alba e al tramonto tra corsie e barelle

Oggi Ada è arrivata al lavoro arrabbiata. Sua figlia Grazia si ostina a non finire i compiti e a scuola le cose non vanno. Le ha detto di impegnarsi di più e lei le ha risposto: «certo mica voglio fare la fine tua a pulire i cessi dei malati e di papà chiuso sulla catena di montaggio!». Uno schiaffo ha lasciato il segno sul viso della sua bambina che non ha ancora dieci anni ma che è in grado di essere cattiva come nessuno mai.

Perchè se Ada può sopportare le cattiverie e critiche di tutti, certo non accettare quelle di sua figlia per la quale ha plasmato tutta la sua esistenza, per la quale ha deciso di fare questo piuttosto che altro, magari decidendo di non metterla al mondo per fare un altro tipo di percorso.

Perchè Ada non pulisce i “cessi dei malati”, Ada vive con loro, Ada cerca di partecipare alla loro vita con delicatezza e discrezione per poter aiutare a modo suo. Perchè Ada ama il suo lavoro.

Ma nella vita funziona così, spesso accade che per le persone che ami di più vali poco e per chi invece si scontra con te per caso rappresenti la sliding doors.

Ada oggi è arrabbiata e arriva in reparto con l’obiettivo di fare il suo lavoro e andare via. Non ha voglia di sentire nessuno. Saluta a stento Gabriele e inizia a spruzzare disinfettante ovunque. Entra in saletta e ascolta la voce stridula di una ragazza poco più che adolescente, forse avrà 16 o 17 anni, che si rivolge a una signora che le è seduta accanto : “Hai rotto le palle! Stai sempre con quella faccia. Perchè non te ne vai al lavoro e ti levi dalle palle? Vai a mettere qualche francobollo, va“.

La donna inerme, seduta su una poltroncina che solo a vederla ti viene il mal di schiena, ha in mano una rivista di gossip. “Solo questo sai fare, leggere cazzate. Ma leggiti un libro piuttosto. Ti lascio in eredità i miei, tanto tra un po’ sarò morta“.

La ragazza si infila le cuffie nelle orecchie e si estranea. Ada vorrebbe prenderla a schiaffi, anche se a vederla così, esile, bianca, con le labbra screpolate e la testa pelata dove qualche ciuffetto sparuto di capelli cerca di farsi spazio dovrebbero piuttosto nascere altri tipi di sentimenti.

Ada la osserva e la ragazza si sfila le cuffie. “Ehi tu che sei la colf dell’ospedale? Che ti fissi? Non hai mai visto una malata? Perchè non ti mandano a pulire la mensa o geriatria, dai vecchietti? Magari là riesci a fare qualche buon servizio!“.

Ada non ci sta. La malattia si, ma la maleducazione no! “Ehi tu, principessa delle teste pelate? Perchè invece non ti metti uno scopino in gola per pulirti quel cesso di bocca?“.

Non appena pronunciate quelle terribili parole sono successe tre cose contemporaneamente, Ada si è sentita morire, la donna seduta accanto alla ragazza si è illuminata e la ragazza è rimasta basita. Nessuno ha proferito più parola, la ragazza si è rimessa a sentire la musica e a fissare le sue ginocchia, Ada ha continuato a pulire e la signora si è alzata ed è andata fuori.

Ada, costretta ad uscire per andare a prendere altro sapone, trova la donna ferma, con gli occhi lucidi “Quella la dentro è mia figlia. Io la odio! Si può dire? La amo, è mia figlia, ma ora la odio. La malattia l’ha fatta diventare un mostro di cattiveria. Tratta male tutti, insulta i fratelli, il padre. Quello che dice a me è indescrivibile. I medici ci dicono che a parlare è la malattia e io ho un incubo costante, se la malattia ce la porta via l’ultimo ricordo che avrò della mia cucciola è questo. Il mio odio“.

Per Ada quelle parole sono come uno schiaffo, come quello che poche ore prima ha assestato sulla guancia di Grazia. “Annachiara era una ragazzina spettacolare, suonava il pianoforte, amava la vita e i fratelli. Sorrideva sempre, disegnava. La mia adorata primogenita. Poi all’improvviso la stanchezza, l’apatia, dolori alle gambe. Così abbiamo scoperto la leucemia linfoblastica acuta, le corse tra gli ospedali, le terapie. I suoi meravigliosi capelli castani sul cuscino. Annachiara è andata via con loro, chissà se tornerà mai. Penso sempre che se i capelli torneranno tornerà pure lei, la malattia non ci sarà più e tornerò ad amarla! Sono una madre pessima!“.

Ada le sorride, un sorriso amaro che diventa un sorriso sereno. Le mette una mano sulla spalla “Non sei una madre pessima, sei una madre! Non siamo perfette, ma non lo sono neanche le nostre ragazze. Anzi. Siamo gli esseri più imperfetti che ci sono al mondo, perfino più degli uomini!“.

Una risata riempie il corridoio. Annachiara è stesa quando rientrano Ada e Marcella, la madre. Le osserva, il suo sguardo è già diverso. La madre si siede accanto a lei, di nuovo, inforca gli occhiali per leggere pettegolezzi su personaggi famosi. La ragazza, che tra un paio di mesi compirà 18 anni allunga la mano “Mi fai un grattino? Le medicine mi prudono!“. E Marcella, che nella vita “mette francobolli” in una filiale delle Poste spersa tra i monti Aurunci, prende la mano di sua figlia e le gratta il palmo.

Annachiara odia il mondo, mi mostra il dito medio mentre la madre le passa la mano sul braccio e mi sibila “Fottiti stronza!“.

Ada ride, oggi è giornata. E’ certa che quando si fermerà a fare benzina tornando a casa il benzinaio la manderà a fanculo.

Finisce il suo turno, passa davanti alla scrivania di Gabriele “Ciao va, oggi ho dato!“. Lui alza lo sguardo, e sornione le dice “Hai conosciuto Annachiara eh?! Visto che bel caratterino? E oggi è una giornata positiva, devi vedere quando le girano davvero! Il tumore è la malattia del secolo, non solo per quello che fa e per come uccide, ma per come ti cambia, cambia la tua essenza e anche quando passa, lascia dietro di se quella linfa di odio. L’eredità del cancro è brutta. Anche quando passa, vince lo stesso“.

Gabriele è saggio, Ada non osa immaginarlo in un altro posto. Come San Pietro all’ingresso del paradiso, Gabriele ha le chiavi delle anime. Ada si riaffaccia, Marcella riposa, schiocca le dita, Annachiara si gira e Ada le sibila, “Fottiti anche tu stronzetta, insieme a me” e le spara un bacetto.