E Zingaretti disse (a Renzi): ci prenderanno a forconate

Nell’ultimo libro (Controcorrente) l’ex rottamatore ricostruisce le fasi finali del Conte bis. Il Corriere della Sera ne anticipa un brano particolarmente significativo. Nel quale Matteo Renzi sottolinea il ruolo dell’ex segretario del Pd: “Abbiamo entrambi un curriculum ricco di esperienze amministrative: lui la Provincia e la Regione, io la Provincia e il Comune. Abbiamo dunque il gusto di una gestione seria della macchina pubblica”.

I grandi avversari politici sanno riconoscersi e legittimarsi a vicenda. È quanto succede tra Matteo Renzi e Nicola Zingaretti. I due politicamente non si amano, ma evidentemente la stima c’è. Il Corriere della Sera ha anticipato un capitolo del nuovo libro di Renzi, “Controcorrente”. Vale la pena di leggere e trarre conclusioni.

Matteo e Nicola

Matteo Renzi e Nicola Zingaretti (Foto: Stefano Carofei / Imagoeconomica)

Scrive Matteo Renzi: “Mentre Biden annuncia come primo atto alla Casa Bianca la firma per riportare gli Stati Uniti dentro la sfida della sostenibilità ritornando tra i Paesi firmatari degli accordi sul Climate change di Parigi (che onore aver partecipato come Italia a quel processo e a quella firma!) rifletto sul fatto che aver spaccato il fronte populista mandando all’opposizione Salvini e portando l’esecutivo Conte su posizioni europeiste diametralmente opposte a quelle del Governo giallo-verde non basta più. (…)

Ne parlo con Nicola Zingaretti in più di una circostanza. Scorgo in lui un’inquietudine sull’azione dell’esecutivo che è anche la mia inquietudine. Nei nostri incontri, nelle nostre chat, nei nostri dialoghi mi dice di essere preoccupato dall’incapacità di gestire il giorno dopo giorno dell’amministrazione («Comunque guarda che è un dramma, se arriviamo così a Natale ci prendono a forconate» mi scrive all’inizio di novembre) ma anche la necessità di investire sulla politica. Proviamo insieme a imporre un cambiamento.

Abbiamo entrambi un curriculum ricco di esperienze amministrative: lui la Provincia e la Regione, io la Provincia e il Comune. Abbiamo dunque il gusto di una gestione seria della macchina pubblica. Ma veniamo da una formazione politica — diversa come tradizione culturale ma comunque politica — e dunque riconosciamo che se il mondo cambia e chiede un protagonismo diverso dell’Italia e dell’Europa, dobbiamo fare la nostra parte. Con formula antica chiediamo allora «un tavolo politico”.

Il terreno di incontro

Abbiamo entrambi un curriculum ricco di esperienze amministrative”. È su questo terreno che Matteo Renzi e Nicola Zingaretti si incontrano. Vale a dire la capacità di essere amministratori. La cosa più difficile. E Renzi lo riconosce.

Prosegue l’ex Rottamatore: “I capi dei partiti di maggioranza vanno a Palazzo Chigi, da Conte, per discutere insieme sul come ripartire. Sono i primi giorni di novembre del 2020. È il mio ultimo tentativo di spiegare al presidente del Consiglio dei ministri che l’Italia ha bisogno di una svolta. Entriamo al terzo piano di Palazzo Chigi. Erano quattro anni che non ci tornavo. L’ultima volta che avevo preso quell’ascensore mi ero dimesso in una notte di dicembre del 2016. Non provo nessuna emozione particolare e me ne compiaccio: devo aver superato il momento della nostalgia, mi dico.

(…) Noto invece con una punta di malizia che sono stati fatti costosi lavori di ristrutturazione interna. Li avevo bloccati durante il mio governo perché, pur non amando il «giallo Silvio» — così chiamavo io l’arredamento dell’appartamento presidenziale curato e pagato personalmente da Berlusconi —, l’idea che si spendessero soldi pubblici per togliere ciò che era stato appena messo a proprie spese da un predecessore mi sembrava poco rispettoso del contribuente. Quelli che dovevano aprire il Palazzo come una scatoletta di tonno e tagliare gli sprechi, invece, iniziano ritinteggiandolo e riarredandolo a spese del contribuente. Pensandoci bene, mi dico divertito, è già una metafora della loro politica. Dovevano scardinare tutto, hanno solo tolto la carta da parati perché non di loro gradimento.

La differenza di fondo

Il tavolo politico, invece, è presieduto da Conte e composto da Zingaretti, Roberto Speranza, Vito Crimi e il sottoscritto. È il nostro primo incontro. Sarà anche l’ultimo, nei fatti. Ma tutti fanno uno sforzo per sentirsi a proprio agio. (…) Il clima sembra buono, dunque. Zingaretti va giù pesante. Parla dei ritardi nelle infrastrutture, facendo riferimento ad alcuni dossier bloccati segnalatigli dalla sua macchina regionale.

E chiude duro: c’è bisogno di una svolta, di un salto di qualità, di un cambio di passo. Io non ho bisogno nemmeno di intervenire a lungo. Dico solo un paio di cose, che poi esplicito in modo trasparente nei giorni successivi in messaggi pubblici sui social e in tv. La prima: «Molto buone le notizie sui vaccini finalmente in arrivo. Chiedo al Governo di preparare per tempo il piano di distribuzione. Non facciamoci trovare impreparati. Non facciamo come con le mascherine, i banchi a rotelle, i ventilatori cinesi. Organizzare bene si può, non perdiamo tempo”.

Dunque, la differenza emerge molto chiaramente. Nicola Zingaretti era forse più preoccupato di Matteo Renzi, ma le critiche le formulava all’interno della maggioranza. E in ogni caso, da segretario del Pd, doveva pure tener conto delle “correnti”. Qualche mese dopo le farà a pezzi nel passo di addio. Matteo Renzi aveva invece più spazi di libertà d’azione.

Alla fine però entrambi, Nicola Zingaretti e Matteo Renzi, erano giunti alla medesima conclusione. Chissà, magari torneranno ad incontrarsi.

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