Elogio all’amore (Il caffè di Monia)

FOTO: © ALESSIOPORCU.IT

La volubilità della donna. incontenibile tempesta di passione. Capace però di mutare in un battito di ciglia.

Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

La parola destino mi ha sempre destabilizzata. Ma quella che io chiamavo libertà soggiace al capriccio del destino. E questa è ferale condanna per me che avevo scelto di vivere secondo dovere e coscienza pratica. Sulla soglia dei cinquanta, due figlie che sono ormai tutta la mia famiglia. Non volevo altro. Tutto ciò che era “altro” l’ho tenuto lontano dal mio perimetro di vita. Schivato, combattuto come potenziale nemico destabilizzante.

Io sono una donna forte e le donne forti non hanno bisogno di nemici. Vane glorie, vani stipendi, vane gioie, autentici dolori. Questa era la mia vita. Il destino è beffardo e colpisce all’improvviso. Io sono quella che sono. Avrei voluto essere migliore, ma non ne avevo le qualità. Per questo ho finito per conciliarmi con la mia mediocrità.

Ogni scossone avrebbe fatto traballare le foto che tengo appese alle pareti, l’affanno che mi prende quando mi sento impotente, le labbra serrate, ed i miei errori, tenuti come trofei sugli scaffali, di cui ho costellato una vita vissuta inutilmente secondo dovere di madre e sacrificio penitenziale. Mentre dentro di me nasceva questo pezzo, ero dibattuta sul taglio che avrei dovuto dargli, la cifra distintiva o il filo conduttore da seguire. Non volevo essere né agiografica né melensa, un po’ romantica questo sì, ecchissenefrega se oggi è demodé. In fondo voglio semplicemente tentare di raccontare soltanto un sentiero di emozioni sebbene sappia che, in così poco spazio, si può giusto intravedere la boa che segnala il continente sommerso.

Ma, sopra ogni cosa, voglio omaggiare il meraviglioso uomo che quella strada ha deciso di percorrerla con me, provare a descrivere il perché lui è tutto ciò che volevo accadesse alla mia vita, di come mi aderisca, di quanto sia necessario, delle sue braccia come agognato approdo della mia solitudine.

Se riesco vorrei raccontare di lui in quanto lui. Di lui e di tutti i “lui” che si porta appresso e che, lo confesso, amo alla stessa maniera. Della prima volta che mi ha guardata negli occhi, una notte d’agosto di pochi anni fa e di oggi che continua a farlo e trova il tempo di virare dalla mia stessa parte con una visione diversa e indispensabile. Della sua bellezza famelica di venticinquenne che non ho visto mai e di quella attuale, ancora stupefacente, ancora in grado di farmi gemere involontariamente.

Della sua bocca e del suo corpo che hanno domato tutte le mie velleità. Della prova che due amanti che si amano davvero davvero, nel bel mezzo di un mondo rovesciato e fuori di senno, possono scamparla restando fedeli unicamente ad un mondo composto soltanto da loro stessi, un universo fatto di due soli individui. Del suo coraggio, semplice, lineare, pragmatico in opposizione al mio, a volte inutile e inconcludente con sciabola e cavallo di plastica su campi di battaglia immaginari, quel coraggio che lo fa uscire vincitore dalla sua reale battaglia quotidiana. E poi con me, come se non bastassero tutti gli altri insopportabili casini.

Delle risate che continuiamo a farci, anche su noi stessi, a dispetto di tutto e di tutti e delle lacrime che, incessantemente, ci asciughiamo e conserviamo. Della sua forza, insospettabile e all’apparenza inesauribile in tutte le cose che fa; nella dedizione teutonica al lavoro; nel resistere al mio fianco mentre tutto intorno il mondo che faticosamente proviamo a costruire si sbriciola e va in malora; nel capire me che stavo bene solo slegata, la mia gioia che non aveva nomi di persone, ma quiete di sorgenti, capienza di strade vuote; nel trovare nuovi stimoli per non abbandonare la zattera semi affondata e lasciarsi portare via dalla corrente.

Infine, parlare di lui con la consapevolezza e l’urgenza dovute ad un’età in cui mi è ormai chiaro, chiarissimo che il numero delle albe e dei tramonti passati è nettamente superiore di quelli a cui avremo la sorte di assistere ancora. 

Oggi mi chiedo cosa resterà della nostra storia: alcune foto ingiallite dal tempo, le lettere che ci scrivevamo riposte chissà dove, la musica onnipresente suonata mille e mille volte e che seguiterà a suonare anche dopo di noi, i brividi indelebili di quel giorno azzurro e ventoso, l’eco lontana del nostro nome sulle labbra di qualcuno che ci ha voluto bene, una struggente e tardiva fitta di malinconia nel cuore di qualcuno giovane, come può esserlo il ricordo di una madre o di un padre perduti.

Anche se tutto quello che siamo stati svanirà lentamente nell’oblio, non si troveranno mai e poi mai argomenti più memorabili dei nostri lunghi, estenuanti abbracci. E questo è quanto di più vero vi sia mai stato raccontato.

Nel mio mondo, ovviamente. In generale, in questo esatto momento è contemporaneamente verità assoluta e spregiudicata menzogna.

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